Ricevi Aleteia tutti i giorni

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Gesù rivelatore dell’uomo, oltre che di Dio

© Antoine Mekary / Aleteia
Condividi

Perché lo slogan «Gesù sì, Chiesa no» sopravvive ancora oggi?

di Christian Albini

La figura di Gesù esercita un grande fascino che oltrepassa i confini della fede cristiana e delle chiese. Gandhi disse di lui: «Gesù giunse il più vicino possibile alla perfezione», in sintonia con Fëdor Dostoesvkij, per il quale era una persona infinitamente e sconfinatamente bella. Secondo il Dalai Lama, l’immagine di Gesù sulla croce (il suo prendere su di sé la sofferenza di tutti gli uomini) costituisce un perfetto esempio di ciò che i buddisti potrebbero definire “l’ideale del bodhisattva”, cioè di un illuminato che fa voto di aiutare tutti gli esseri a raggiungere la liberazione, prima di entrare nel nirvana. Alcuni anni fa, ho avuto modo di porre una domanda su Gesù al maestro zen vietnamita Thich Nhath Hanh, il quale mi disse le stesse cose e lo definì come completamente aperto, libero da dogmi, dotato di grande saggezza e grande compassione. Anche presso molti atei, l’uomo di Nazaret gode di grande considerazione. Ad esempio, il filosofo marxista Ernst Bloch ha colto in lui il rappresentante eminente di un’umanità che si schiera contro il dominio e l’ingiustizia: «Nel ribelle Gesù, eretico per eccellenza, […] non venne inchiodato sulla croce un fanatico inoffensivo, ma l’avvento di un uomo che inverte il valore del mondo presente, il grande esemplare di un altro mondo senza oppressioni e senza dio dei signori». 

Lo slogan «Gesù sì, Chiesa no» appartiene al clima culturale contestatore degli anni Settanta del ventesimo secolo, ma esprime con efficacia anche il “credere senza appartenere” che è un fenomeno caratteristico della religiosità odierna. C’è attrazione per l’uomo Gesù, ma repulsione per tanti aspetti dell’istituzione ecclesiale. Questa diffidenza nei confronti della Chiesa si riflette anche sulle sue dottrine riguardanti il nazareno. Si può veramente credere che un falegname di Galilea fosse il Figlio di Dio? Oppure, ciò che la tradizione cristiana insegna da duemila anni su di lui è solo un’invenzione funzionale al potere e alla rilevanza dell’istituzione religiosa? 

Lungo i secoli della cristianità, l’identità di Gesù è stata una certezza indubitabile, mentre oggi è divenuta un mistero. È come se fosse tornata d’attualità la domanda che pose ai discepoli: «Ma voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15; Mc 8,29; Lc 9,20). Non a caso, in questi anni hanno avuto notevole successo romanzi e saggi che hanno indagato la figura di Gesù ipotizzando una verità storica assai differente dalle narrazioni tradizionali; c’è poi chi mette in dubbio la coerenza tra la predicazione di Gesù e il successivo messaggio cristiano. 

A tale proposito, si parla di un travisamento operato – a seconda dei punti di vista – da Paolo di Tarso, dalla gerarchia ecclesiale, dall’incontro con il pensiero greco, o addirittura di un vero e proprio tradimento di Gesù che avrebbe allontanato da lui le chiese che portano il suo nome. Anche da una prospettiva intra-cattolica, un biblista di fama come Marie-Emile Boismard, nel sintetizzare le conclusioni della sua ricerca pluridecennale, ha sostenuto che uno degli errori in cui incorrono esegeti e teologi nell’interpretare i testi della Bibbia è quello di supporre a priori che i loro autori condividessero tale e quale la fede attuale, maggiorandone il senso. I dogmi cristiani non sono nati dall’oggi al domani, ma si sono formati progressivamente. 

La “distanza” intercorrente tra la persona di Gesù, i testi del Nuovo Testamento (la cui stesura copre la seconda metà del I secolo) e i dogmi cristologici della Chiesa (definiti dai concili dei primi sette secoli) è lo spazio in cui il mistero e il sospetto sono cresciuti. È un processo che si è sviluppato lungo l’arco della modernità, con l’affermazione del primato della ragione nella conoscenza della verità che ha via via relegato in secondo piano l’affidarsi a una rivelazione e ne ha sottoposto a critica l’autenticità. La fede cristiana è posta davanti a una sfida radicale. Se ne è reso conto anche papa Benedetto XVI, il quale ha voluto dedicare il tempo libero lasciatogli dal suo ministero alla stesura di un libro su Gesù che riaffermasse le certezze di sempre. 

Tempo fa, mi è capitato di interloquire con Vito Mancuso, a una presentazione del suo libro su Dio, in un teatro pieno di persone attente e interessate. È il soggetto, diceva lui, che deve individuare un principio universale che giustifichi la fede in Dio, perché l’autorità della Chiesa e della Bibbia non sono sufficienti, non reggono a una seria critica. Senz’altro, sostenevo io, la fede passa per la coscienza e la scelta personale; però, per non essere una proiezione della nostra mente, ha bisogno di un fondamento esterno, di una rivelazione della fisionomia di Dio che personalmente riesco a scorgere solo in Gesù. Non intendo qui discutere le tesi di Mancuso, ma ritengo che il grande successo delle sue opere risponda a un’esigenza diffusa, un bisogno di autenticità e di “buone ragioni” che non si accontenta di formule preconfezionate e non accetta a scatola chiusa gli insegnamenti dell’autorità religiosa. Anche la mia è una fede difficile, combattuta. Sono figlio del mio tempo. 

Gesù è il vero motivo del mio cammino fede, del mio essere cristiano. Cerco il suo volto, che a volte mi sembra vicinissimo e altre opaco e indecifrabile. Ogni giorno, scruto le Scritture che da secoli muovono il cuore di generazioni di uomini e donne, esplorando i sentieri della preghiera, provando con i miei limiti a essere suo discepolo. Disse loro: «Venite e vedrete» (Gv 1,39). Non posso evitare di pormi delle domande, così come non posso ignorare i dubbi di tante persone. Mi sono convinto che la chiave di volta sia l’umanità di Gesù: la sua vicenda, la sua personalità, il suo “stile” nel vivere e nell’entrare in relazione con gli altri. Per usare il linguaggio dei Vangeli, mi riferisco a Gesù figlio d’uomo. Chi era questo “ebreo marginale” e davvero ha rivelato Dio? 

È un tema importante anche per la Chiesa italiana, che nel 2015 celebrerà a Firenze il suo 5º convegno ecclesiale nazionale, In Gesù Cristo un nuovo umanesimo. C’è un cammino di crescita nell’umanità, verso un’autentica realizzazione personale e intensità di vita (cfr. papa Francesco, Evangelii gaudium 10) che ci è indicato dall’uomo di Nazareth. L’autenticamente umano si rivela nell’essere uomo di Gesù, si legge nella traccia per il Convegno: come dice il Concilio Vaticano II, chiunque segue Cristo diventa anche lui più uomo (cfr. Gaudium et spes 41); Gesù rivelatore dell’uomo, oltre che di Dio. Diviene allora necessario conoscere meglio l’umanità di Gesù e interrogarsi su di essa, metterla a confronto con la nostra umanità. Queste pagine sono un’espressione della mia ricerca in cui tento di venire incontro al bisogno di autenticità, che appartiene anche a me, indicando un possibile tragitto verso Gesù.

(Dal mio nuovo e-book L'umanità di Gesù. Tra storia e fede).

[Tratto da “Sperare per tutti” – http://sperarepertutti.typepad.com – del 21 gennaio 2015]

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni