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Islam e Occidente: paure incrociate

© Public Domain
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La trappola della sovrapposizione tra Islam e terrorismo. Intervista a Antoine Courban

Dal 7 al 20 gennaio in Francia ci sono stati 128 atti antislamici, che vanno dai lanci di granate e colpi d’arma da fuoco contro le moschee alle minacce. La denuncia arriva dal Consiglio francese del culto musulmano che ha segnalato un’impennata di questi fenomeni in seguito dell’attentato al settimanale “Charlie Hebdo” dopo la sostanziale diminuzione registrata nel 2014 (L’Osservatore romano 28 gennaio). Dalla rilevazione sono escluse Parigi e dintorni che sarà oggetto di uno studio specifico. Cresce quindi l’islamofobia in Occidente e anche la paura dei musulmani, se si tiene conto che, secondo l’Osservatorio nazionale francese contro l’islamofobia, molti islamici non denunciano gli episodi di razzismo a loro danno perché convinti che non avrebbero alcun seguito. Paure giustificate? Aleteia ne ha parlato con l’intellettuale libanese Antoine Courban docente di filosofia alla Saint Joseph University di Beirut, l’ateneo fondato dai gesuiti nel 1875, alla presentazione del libro di Riccardo Cristiano, “Medio Oriente senza cristiani?”.
 
Dopo i fatti di Parigi e la guerra scatenata dal cosiddetto Califfato l’Occidente ha più paura dell’Islam?
 
Courban: Sì, ma confonde gli oggetti delle sue paure: siamo di fronte a una islamofobia che assimila l’Islam al terrorismo. Per quanto riguarda l’Isis forse non si tiene abbastanza in considerazione che le sue prime e più numerose vittime sono i musulmani che non si riconoscono nelle sue posizioni.
 
Ma l’attentato alla redazione di “Charlie Hebdo” colpisce in particolare, come è stato detto, i valori di libertà occidentali: non è così?
 
Courban: La strage dei vignettisti di “Charlie Hebdo” ha posto in evidenza il rapporto tra il ridere e il sacro, del quale ha parlato anche papa Francesco nel discorso alla Curia a proposito delle 15 malattie spirituali che affliggono i cristiani, denunciando la faccia lugubre e la mancanza di senso dell’umorismo. La questione di poter ridere del sacro non è nuova: ricordate Umberto Eco nel romanzo di ambientazione medievale “Il nome della rosa” ? Secondo me ridere del sacro non è sacrilego. L’attentato di Parigi ha posto questo tema e la rivista “Charlie Hebdo” l’ha compresa molto bene tanto che anche nella copertina uscita dopo la strage è raffigurato Maometto che dice “Je suis Charlie” e poi “Tutto è perdonato”.
 
Ciò che si è lamentato rispetto alle vignette di Charlie Hebdo, non è stata l’ironia ma la caricatura pesante: c’è stato un eccesso?
 
Courban: “Charlie Hebdo” fa parte di una tradizione tipicamente francese, volterriana, giacobina. Una tradizione laica, non contro l’Islam, ma antireligiosa in generale. Di fatto, però, oggi la caricatura è possibile solo contro l’Islam: non potrebbe essere esercitata contro l’ebraismo, perché scatterebbe l’accusa di antisemitismo e non avrebbe senso farlo contro la religione cristiana perché il cristianesimo ha rinunciato a contrapporsi a questo tipo di satira.
 
Gli islamici, a loro volta, hanno paura di ciò che può accadere adesso in Occidente: l’essere ancora più sotto tiro, sorvegliati, sospettati…
 
Courban: Certo, questa paura esiste, soprattutto di essere discriminati. I musulmani che noi conosciamo non sono di tendenze radicali e soffrono per essere assimilati al terrorismo. A me non piacerebbe in questo momento essere musulmano. Anche la richiesta che viene da più parti affinché l’Islam si riformi è in realtà una forma di islamofobia nascosta, perché si basa sul presupposto che ti accetto come musulmano nella misura in cui tu cambi, ti riformi.
 
Ma c’è una radice di violenza nell’Islam da cui prendere le distanze?
 
Courban: La violenza nel Corano è la stessa dell’Antico Testamento, del libro dei Numeri, del Levitico, di Giosuè, dove si parla di uccidere e sterminare per conquistare la Terra promessa. Le tre religioni abramitiche – ebraismo, cristianesimo, islamismo -, non si sono però sviluppate allo stesso modo. Noi cristiani abbiamo preso le distanze da questa dimensione con il Nuovo Testamento e il cristianesimo ha beneficiato nel corso della storia dell’Illuminismo, dello spirito moderno, dell’elaborazione del concetto di individuo. L’ebraismo, a sua volta, ha un progetto politico che è Israele, uno stato laico secolarizzato. L’Islam non ha completato il suo travaglio e il confronto con la modernità. Elabora dei progetti politici – quello dell’Iran o il cosiddetto Stato islamico -, entrambi contraddistinti dalla difficoltà di confrontarsi con la modernità, ma che sono, al tempo stesso, un prodotto della modernità e della globalizzazione. L’Isis colpisce a Parigi per avere effetto su tutto il mondo. Questa è la violenza contenuta nel libro di Giosuè per la conquista della Terra promessa ma esercitata a livello globale. Mentre il popolo ebraico andava alla conquista di “quella” terra promessa, per l’Islam dell’Isis la terra promessa è il mondo e le prime vittime sono altri musulmani in Iraq e in Siria. Tutto questo va capito anche per tentare di aiutare l’Islam nel suo percorso.
 
In che modo?
 
Courban: Per prima cosa evitando le crociate ed evitando confronti sull’identità religiosa. Inoltre l’Occidente, e in particolare l’Europa, deve occuparsi del Mediterraneo proprio nell’ottica di contenere la globalizzazione delle guerra di conquista del Califfato. Tra l’altro questa era la logica delle primavere arabe. Occorre dialogare con i paesi del Maghreb, ma anche il Medio Oriente, che rappresentano il cuore dell’Islam, perché all’interno di questi paesi c’è una corrente illuminata che non riesce ad esprimersi e che va aiutata, non solo intellettualmente ma anche politicamente. Servirebbe un “piano Marshall euro-arabo” per aiutare la ricostruzione di questi paesi. L’Europa ha la capacità e il savoir faire, il mondo arabo ha i soldi. La questione in gioco è la pace euromediterranea. Il Mediterraneo è il “mare nostrum” ma anche il loro, degli arabi.
 
E i cristiani del Medio Oriente che ruolo possono giocare in questo processo?
 
Courban: Il dialogo islamo- cristiano più importante va giocato in Medio Oriente, ma bisogna trattare questioni di diritto pubblico, non teologico. Oggi i cristiani sono perseguitati così come le correnti illuminate del sunnismo islamico perché sono “altro” rispetto a chi assume la Sharia come sistema di governo. Bisogna mettersi insieme per rivendicare, non protezioni esterne, ma diritti di cittadinanza per tutti, indipendentemente dalla religione professata. E’ un problema politico di assoluta rilevanza e una consapevolezza che si sta diffondendo: sono convinto che per portare il Medio Oriente fuori dalla sua rovina ci vogliono proprio i cristiani.
 

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