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“Sono il quarto figlio di una famiglia cristiana numerosa…”

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Aleteia - pubblicato il 22/01/15

Lettera aperta di un sacerdote al direttore del Corriere della Sera

di don Héctor Franceschi

Gentile Direttore,

Sono il quarto figlio di una famiglia cristiana numerosa. Siamo dieci fratelli, gli ultimi due, orfani di una famiglia umile, adottati dai miei genitori quando l’ottavo figlio era già all’Università. Devo dirle che mi sono sentito spiazzato quando sul Corriere della Sera del 20 gennaio ho letto il titolo fra le virgolette dell’articolo di Gian Guido Vecchi: «Serve una paternità responsabile. La famiglia ideale è quella con tre figli». Sono rimasto stupito. Come lei ben sa, nel giornalismo le parole fra le virgolette significano parole testuali. In qualche modo, mi sono sentito "uno di troppo", quello che non dovrebbe esserci stato se la famiglia ideale fosse quella di tre figli. E poi non diciamo di quei fratelli e sorelle che mi hanno seguito. Io voglio molto bene a Papa Francesco e sono andato subito a cercare quelle parole nell’intervista per tentare di capire in che senso le aveva dette il Papa, e sono rimasto colpito dal modo in cui le sue parole sono state malintese nel titolo dell’articolo. Se stiamo a quello che lo stesso dott. Vecchi raccoglie nel suo articolo, le parole testuali del Papa sono state «Tre figli è il numero che gli esperti ritengono importante per mantenere la popolazione. Quando si scende, succede ciò che ho sentito dire — non so se sia vero — potrebbe accadere in Italia nel 2024: non ci saranno soldi per pagare i pensionati». Valutate voi stessi se queste parole dicono che tre è il numero ideale o, invece, che al di sotto dei tre figli non ci sarà il ricambio generazionale, cioè, che tre è il numero minimo. Non so voi, ma io ringrazio Dio tutti i giorni della generosità dei miei genitori, che con grandi sacrifici hanno allevato bene dieci figli, tutti quanti professionisti e oggi sparsi per il mondo: tre negli Stati Uniti, uno nella Repubblica Domenicana, un altro nel Kenya, dove ha creato una prestigiosa Facoltà di Giurisprudenza, altri nel Venezuela, il nostro paese di origine, ed io a Roma da più di vent’anni, impegnato nella formazione di giuristi di tutto il mondo. Tra i dieci, quei due che mi seguono ed io siamo inoltre sacerdoti, felici della nostra vocazione e al servizio della Chiesa in tre paesi diversi.

La paternità responsabile di cui parla Papa Francesco, come si desume dalle sue stesse parole in quella intervista e in molte altre occasioni — si pensi al recente incontro a Roma con le famiglie numerose e alle sue parole nell’Udienza generale del 21 gennaio — non significa avere pochi figli, ma averli responsabilmente, siano essi due, tre o dieci. Non è il numero a fare la differenza, ma il modo in cui i genitori, anche con grandi sforzi e sacrifici, portano avanti la famiglia e si prendono cura della crescita e dell’educazione dei loro figli, che sono la loro prima impresa, la cosa più importante che hanno tra le mani, più che un lavoro di successo, una situazione economica agiata, una grande fama, perché tutto quello passa; i figli invece no, come ho visto nella mia famiglia, nella quale ora, con i genitori anziani, siamo tutti noi, alle volte con sacrifici economici e di tempo e la necessità di un’organizzazione coordinata, a prenderci cura di loro, nel tentativo, che mai sarà sufficiente, di ripagarli per tutto ciò che ci hanno dato.

E poi, come dice lo stesso Pontefice, e di questo non si fa cenno nei titoli, questa paternità responsabile va vissuta rispettando la verità degli atti coniugali, senza snaturarli con l’utilizzo dei mezzi contraccettivi. Non è soltanto una questione di morale della Chiesa, ma è qualcosa che riguarda la natura e il significato antropologico dell’atto coniugale, mediante il quale gli sposi non solo esprimono e rinforzano la loro unione, ma si aprono generosamente ad un’altra dimensione intrinseca di questi atti, che è quella di accettare l’altro coniuge come potenziale padre o madre dei propri figli. Se lei mi dice che la Chiesa comunque ammette un metodo contraccettivo, che è quello di limitare gli atti coniugali ai periodi infecondi quando ci sono giuste ragioni per rimandare il concepimento di un figlio o non averne più, la risposta la si trova, ne raccomando la lettura, nella stessa Enciclica Humanae Vitae, che Papa Francesco qualifica come profetica, e nella Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II. La differenza tra i contraccettivi e i periodi infecondi non è una differenza di metodo, ma due modi profondamente diversi di impostare l’amore coniugale: nel primo caso, esso viene strumentalizzato, quando non la persona stessa; nel secondo caso, si rispettano i ritmi della natura, si richiede di conoscere meglio l’altro coniuge, è necessario l’autocontrollo — la vita virtuosa, direi meglio —, si deve pensare prima al bene altrui: dell’altro coniuge e della famiglia stessa.

Come vi sarete resi conto, per i mass media ormai è “dato certo” che per Papa Francesco la famiglia ideale è quella di tre figli, quando invece non ha detto questo. Basta aver visto il TG1 di ieri sera 21 gennaio, nel quale intervistano “la famiglia cattolica ideale”, una con tre figli. Sono sicuro che siano una buona famiglia cattolica, ma non per il fatto di avere solo tre figli. Sono i coniugi, seguendo la loro coscienza ben formata e con generosità e molte volte eroicità, coloro che dovranno valutare nel loro caso cosa Dio si aspetta da loro, perché, come ha ricordato lo stesso Papa Francesco, ogni figlio è un dono e una responsabilità.

Finisco, perché mi sono dilungato troppo, affermando che in questa nostra moderna società, nella quale tanti vogliono avere la vita sotto controllo, lasciandosi sfuggire a volte la possibilità di restare sorpresi da essa, si perde ogni vera speranza per il futuro. Dinanzi a questi atteggiamenti, servono delle famiglie che sappiano rischiare, che abbiano fiducia nella vita, in loro stessi e nei loro figli, che nelle grandi famiglie spesso diventano anche loro educatori dei fratelli e sorelle più piccoli e crescono in responsabilità, nel saper condividere, nell’occuparsi gli uni degli altri. Inoltre,  se credenti, sanno che l’aiuto di Dio non verrà mai meno. È quello che io ho vissuto nella mia famiglia e che ho visto in tante altre famiglie e che spero molti abbiano il coraggio di vivere, di rischiare, perché chi non rischia non vince.

Un cordiale saluto,

Héctor Franceschi
Ordinario di Diritto Matrimoniale Canonico
Pontificia Università della Santa Croce
hector.franceschi@gmail.com

Tags:
famiglia
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