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Come correggere i “mali” dell’Islam?

© Hani Amir / CC
https://www.flickr.com/photos/haniamir/2405915420
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Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, la stampa internazionale si interroga sulla possibilità di arginare la cultura jihadista

Una riforma dell'Islam è possibile? Si possono correggere quegli aspetti più estremistici e reazionari che contraddistinguono una parte dell'universo musulmano? Partendo dalla strage di Parigi, la stampa internazionale si interroga sulla possibilità di arginare la cultura jihadista.

LA BATTAGLIA DI RIFORMATORI
Su Le Monde (20 gennaio), Alain Frachon sostiene che il jihadismo si può sconfiggere su due livelli: culturale e religioso. «L'islam è in guerra al suo interno, come la cristianità ha potuto esserlo nell'Europa del XVI secolo. La vera battaglia, la più efficace, è quella condotta dai riformatori dell'islam». Un primo passo è quello di frenare le ambiguità. L'editorialista cita il caso dell'Arabia Saudita che «bombarda Lo Stato Islamico, ma martirizza i riformatori come Djedda Raef Badaoui». Questo giovane 31enne è stato condannato  a 10 anni di prigione e 1000 frustrate perché sostiene «in maniera moderata e rispettosa, uno sguardo critico su certe pratiche dell'islam – l'applicazione della sharìa, in particolare».

IL CONFRONTO SULLE IDEE
Da un lato l'Arabia è la «guardiana dei luoghi santi dell'islam, La Mecca e Medina», oltre che «la grande alleata degli Occidentali nel mondo arabo». Dall'altro «distrugge senza pietà la minima dissidenza liberale. Diffonde, o fa diffondere da fondazioni private, la sua versione dell'islam – la più retrograda, vicina a quella a cui si rifanno i jihadisti».  Fondamentalmente, sentenzia Frachon, la vittoria contro il jihadismo non si gioca con un'alleanza tra l'Occidente e gli stati arabi, apparentemente "laici" come l'Arabia, ma su un altro terreno, «quello delle idee». Se la riforma viene proibita, schiacciata sotto la frusta, nel cuore stesso dell'islam sunnita, in Arabia Saudita, forse essa verrà dall'islam europeo, suggerisce Hubert Védrine su Le Monde del 13 gennaio.

AUTOCRITICA COSTRUTTIVA
Quella che l'intellettuale musulmano Omero Marongiu-Perria definisce «un'autocritica costruttiva dell'Islam» su temoignagechretien.fr (20 gennaio) poggia le fondamenta sul disfacimento delle radici dell'estremismo. «Sappiamo bene – sostiene Marongiu-Perria – che esiste un “universo di rappresentazioni” condiviso derivante da una lettura assolutista ed egemonica delle nostre fonti, diffusa da un certo clero musulmano che è ormai in posizione di monopolio all'interno dei media intra-comunitari». 

RE-INTERPRETARE IL CORANO 
Secondo l'intellettuale «qualsiasi esegeta autoproclamato può ad esempio sostenere, senza essere messo in discussione, che ogni persona colpevole di denigrare il Profeta debba essere messa a morte, e i puristi arrivano perfino a rifiutare di poter prendere in considerazione qualsiasi scusa da parte sua. Può sostenere ugualmente che qualsiasi musulmano che lascia l'islam debba essere messo a morte, o lanciare qualsiasi tipo di anatema brandendo ogni volta un passo del Corano o un'affermazione del Profeta ritenuta autentica. Sappiamo questo, e molte altre cose, ma siamo troppo timorosi di fronte alla rimessa in discussione, perché abbiamo interiorizzato una confusione tra la sacralità di un testo e il carattere contingente delle sue interpretazioni».

UNA TEOLOGIA MUSULMANA CONTEMPORANEA
Per uscire da questa impasse, osserva, bisogna agire su due piani. «Da un lato, dobbiamo far sentire ai nostri concittadini non musulmani questa voce della “maggioranza silenziosa” che vive in pace la sua cittadinanza e la sua religione nel rispetto degli altri. Da un altro lato, dobbiamo interpellare fermamente i nostri referenti religiosi affinché siano produttori di una teologia musulmana contemporanea, a partire dal loro ancoraggio di Occidentali musulmani, in ascolto di quella maggioranza silenziosa che deve diventare il loro criterio di riferimento, al di là del cerchio ristretto dei fedeli delle moschee. È cessando di essere gli epigoni di un islam al di fuori del tempo e del mondo che saremo dei musulmani portatori di un senso nuovo per il mondo».

LE "MALATTIE" ATTUALI DELL'ISLAM
Il filosofo "eretico" (come si definisce lui stesso) Abdennour Bidar, sull'edizione francese de L'Huffington Post (5 gennaio), evidenzia che «nella Oumma (comunità di musulmani) ci sono delle donne e degli uomini civilizzati che sostengono l'idea di un futuro spirituale per l'essere umano». E che hanno compreso «i sintomi più gravi e più visibili delle seguenti malattie croniche dell'Islam: incapacità di istituire delle democrazie durature nelle quali la libertà di coscienza sui dogmi della religione, è riconosciuta come un diritto morale e politico; prigione morale e sociale di una religione dogmatica, idiomatica ed ogni tanto totalitaria; fatiche croniche nel migliorare la condizione delle donne riguardo a uguaglianza, responsabilità e libertà; incapacità di distinguere a sufficienza il potere politico dal suo controllo da parte dell'autorità religiosa; incapacità d'istituire un rispetto, una tolleranza e un vero riconoscimento del pluralismo religioso e delle minorità religiose».

RELIGIONE SENZA COSTRIZIONI
Bidar ammonisce quel mondo musulmano che ha scelto di considerare «che Mohammed fosse profeta e re», che ha scelto di definire l'islam «una religione politica, sociale, morale che deve regnare come un tiranno tanto sullo Stato quanto sulla vita civile, tanto per strada e in casa quanto all'interno di ciascuna coscienza». Che ha scelto ancora «di credere e d'imporre che l'Islam significa sottomissione quando invece il Corano stesso proclama che "non c'è costrizione nella religione" (La ikraha fi Dîn)». 

LA SCALATA DELLA SCUOLA HANBALITA
Per l'islamista Paolo Branca (Avvenire, 20 gennaio) non bisogna trascurare l'elemento geopolitico nella generazione dell’islam, che è «un organismo in sé sano, ma che ha al suo interno un tumore da estirpare. Mi riferisco al cancro del terrorismo, si capisce, e mentre dico questo so benissimo che a far galoppare le metastasi sono stati i milioni e milioni di petrodollari erogati dai governi dell’area mediorientale. Nella storia del pensiero islamico la scuola hanbalita, improntata al rigorismo più estremo, è sempre stata in minoranza. Ha preso il sopravvento solo negli ultimi decenni, su impulso di quegli stessi governi che l’Occidente appoggiava in prospettiva anticomunista. In geopolitica sono stati commessi troppi errori, lo confermo, e il peggiore è stato quello di sottovalutare l’instaurarsi di un regime teocratico in Iran, dimenticando che fin dall’antichità la Persia è sempre stata la chiave per controllare l’Asia centrale».

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