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Più cattolici nella chiesa di Romero

© TERRE D'AMERICA

Alver Metalli - Terre D'America - pubblicato il 21/01/15

Mentre crescevano gli evangelici in tutta l’America Latina, nella diocesi del prossimo beato aumentavano conversioni e vocazioni

Il movimento evangelico di matrice pentecostale è cresciuto nell’ultimo ventennio, dove più – America Centrale e Brasile – dove meno – Argentina e America del Sud, ma sempre ad un ritmo sostenuto. A scapito dei cattolici, si è scritto, che avrebbero perso porzioni significative di praticanti, un 19 per cento in media, con percentuali che sfiorano il 50 per cento in America Centrale. L’argomento addotto per spiegare la crescita pentecostale in America Latina punta l’indice verso l’eccessiva politicizzazione della Chiesa negli anni 70 e 80 che avrebbe diviso le comunità e spinto fedeli in gran numero nelle braccia dei nuovi movimenti di matrice evangelica. C’è poi chi mette sotto accusa l’opzione pastorale per i poveri compiuta dalla Chiesa latinoamericana nelle conferenze di Medellin (1968) e Puebla(1979) e l’interpretazione “esclusivista e escludente” che di essa avrebbe operato la cosiddetta Teologia della Liberazione. “E’ rivelatore che Honduras, Nicaragua, El Salvador e Guatemala (dove la crescita pentecostale è più aggressiva, nda) sono anche i paesi dove è stata più accentuata la Teologia della Liberazione e l’alleanza dei religiosi e chierici cattolici con l’estrema sinistra nei decenni 1980 e 1990”, ha scritto il sito tradizionalista Rorate Caeli in un editoriale a commento di studi recenti sulla diminuzione dei fedeli cattolici nel continente. Ma la vicenda di monsignor Romero, emblema della scelta preferenziale per i poveri, di cui è imminente la beatificazione, sembra smentire, o quantomeno ridimensionare la tesi dei critici della chiesa post-conciliare latinoamericana e del suo impegno per la liberazione.

In un articolo pubblicato sul sito Supermartyrio, centrato sulla causa di beatificazione di monsignor Romero, il direttore Carlos Colorado osserva che “un punto che spesso si perde di vista parlando di Romero è la sua efficacia come evangelizzatore”. L’argomento forte di Coronado è che “mentre il cattolicesimo ha perso terreno in tutta l’America Latina, Romero ha invertito drasticamente le tendenze al calo nella sua arcidiocesi, il che dimostra che stando attenti alle necessità umane di base la Chiesa ottiene la fedeltà e l’affetto dei fedeli”. A riprova l’autore dell’articolo riporta le cifre dell’Annuario Pontificio del 1976 che registrano una flessione del 14 per cento nel numero di cattolici di San Salvador rispetto al 1965 (da 99 a 85 %), un calo che risulta essere in linea con il trend regionale registrato anche da due studi recenti, quelli dell’agenzia statunitense Pew Research Center e la Corporación Latinobarómetro con sede in Cile. Ma la situazione religiosa rilevata nel 1980 – dopo tre anni di permanenza di Romero alla guida dell’arcidiocesi di San Salvador – è già diversa e migliore di tre punti percentuali rispetto a quella precedente, che diventano cinque nel 1990, dieci anni dopo l’assassinio dell’arcivescovo. Un paio di ricerche sul campo condotte dal Segretariato episcopale per l’America Latina e diverse inchieste dell’Università cattolica di San Salvador rilevano che la maggioranza dei fedeli approvarono l’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri. E neppure la preoccupazione per una Chiesa schierata sul terreno politico sarebbe stata il fattore decisivo nell’esodo dei cattolici salvadoregni verso le comunità evangeliche. Gli stessi teologi che hanno riconosciuto il “carattere martiriale” dell’assassinio di Romero osservano che la Chiesa salvadoregna di quegli anni fu oggetto di una persecuzione devastante. Diciotto sacerdoti vennero assassinati tra il 1972 e il 1989, sei dei quali proprio nei tre anni in cui Romero fu arcivescovo ed altri vennero espulsi dal paese o minacciati perché non vi facessero ritorno. Romero perdette cinquanta sacerdoti, tra morti, esiliati e fuoriusciti per ragioni di sicurezza, quasi una quarta parte del clero della diocesi. “Anche le religiose sono state oggetto di persecuzione” si lamentò Romero ancor prima dell’assassinio delle quattro suore statunitensi nel dicembre del 1980. “La radio dell’Arcivescovado, istituzioni educative cattoliche e di ispirazione cristiana sono state costantemente attaccate, minacciate e intimidite con bombe” ebbe a denunciare l’arcivescovo nelle sue omelie in cattedrale.

L’effetto intimidatorio patito dalla Chiesa di El Salvador è confermato dagli stessi pentecostali. Il PROLADES, un noto centro di studi socio religiosi di orientamento protestante, riconosce che il governo salvadoregno ha perseguitato la Chiesa cattolica e che tale persecuzione ha spinto i settori più impegnati con i poveri ad una “ritirata tattica” mentre altri gruppi cattolici “hanno mantenuto un approccio fortemente sacramentalista” che ha trascurato i poveri nelle rispettive pastorali. Lo studio conclude che “mentre la Chiesa cattolica perdeva la sua presenza istituzionale tra i poveri salvadoregni o per negligenza pastorale o per una ritirata strategica, le chiese pentecostali lanciavano un’offensiva per guadagnare convertiti per Cristo”. I cattolici che hanno abbandonato la Chiesa nel Salvador – conclude il sito Supermartyrio – “non lo hanno fatto per rifiuto della linea pastorale di monsignor Romero ma, almeno in parte, proprio perché pensavano che la Chiesa li stesse abbandonando”. E’ rivelatore, osserva Carlos Coronado, “che le diocesi dirette dai critici acerrimi di Romero – i vescovi Pedro Arnoldo Aparicio, Benjamín Barrera e José Eduardo Álvarez – diminuirono in numero di fedeli mentre quella di Romero si è accresciuta”.

Il martirio e le sofferenze patite, per Romero, erano le ragioni della crescita. “Abbiamo vissuto forse l’anno più tragico della nostra storia, ma allo stesso tempo per la Chiesa è l’anno più fecondo” disse alla fine del 1977. Con tanti ritorni: “Quanti si sono riavvicinati alla Chiesa per dire che avevano perduto la fede e grazie a questa croce del 1977 sono ritornati!”. Nel decennio del 1950 la Chiesa di El Salvador, come nel resto dell’America Centrale, registrava un sacerdote ogni 10 mila abitanti, mentre in Europa la media era di 1 ogni 1.200. Nel marzo del 1980, poco prima di essere assassinato, Romero informava che i cinque seminari del paese erano pieni e dovevano essere respinte delle richieste o mettere alcuni candidati in lista d’attesa.

QUI L'ORIGINALE

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