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Christian de Chergé: lasciamo che l’Islam interroghi noi cristiani

© Public Domain
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Il Priore dell'abbazia Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine e le sue tesi "rivoluzionarie" sul dialogo con l'Islam

Il maestro e l’allievo con le sue idee “rivoluzionarie” sul dialogo con l’Islam. Sono Padre Maurice Borrmans, dei Padri Bianchi, autorevole islamologo e direttore della rivista Islamochristiana, e Christian de Chergè monaco poi priore dell’abbazia Notre-Dame de l’Atlas a Tibhirine in Algeria.  Tra il 1974 e il 1995, come scrive La Croix (15 gennaio) de Cherg ha inviato 74 lettere a Borrmans in cui teorizzava un approccio nuovo con il mondo musulmano, in particolar modo quello algerino, poco avvezzo al confronto con il mondo cristiano. Christian Salenson, docente all’Istituto di scienze e teologia delle religioni di Marsiglia, le ha raccolte in un volume: “Pregare nella tempesta. La testimonianza di frère Christian de Chergé priore di Tibhirine”.

ABITARE IL MISTERO DELL’ISLAM
Dice Salenson a La Croix, che per il priore di Tibhirine «il mistero – e la sua “lancinante curiosità” – è il posto dell’islam nel disegno di Dio. Sceglie di abitare quel mistero dall’interno, di avere un approccio interiorizzato dell’islam. Questo approccio troverà una grande conferma in Giovanni Paolo II, con il discorso ai giovani musulmani a Casablanca nel 1985, poi con l’incontro di Assisi…In fondo, ciò che egli dice dell’islam non è tanto audace, quanto innovatore rispetto al discorso abituale della Chiesa sulla pluralità: con la sua vita e con le sue lettere, Christian de Chergé ci mostra che noi, cristiani, dobbiamo accettare di lasciarci interrogare da queste altre tradizioni».

IO, FEDELE A DIO NEL MONDO MUSULMANO
Il 22 ottobre 1976 de Cherg confidava a Borrmans che «un ampio dibattito della comunità avrebbe esaminato la mia richiesta di impegno definitivo: questa domanda, molto circostanziata, poneva nettamente la domanda di una chiamata monastica che passasse dal canale della preghiera musulmana e cercasse la fedeltà a Dio in un’accoglienza di questo mondo in cui il nostro monastero è inserito. Avendo convenuto che tale chiamata non era incompatibile con il “particolarismo cistercense”, i fratelli sono giunti a definire (per la prima volta!) la missione propria della nostra comunità che si accetta ormai come “presenza di Chiesa orante alla preghiera dell’islam e presenza monastica alla Chiesa d’Algeria”: una formula mirabilmente adatta a ciò che “sento” e che mi rammarico di vivere così male…».

LA DIFFICILE CONVIVENZA
Da quel momento, confessa il monaco, «tutto si è mosso molto in fretta: “stabilità” di tutti i fratelli venuti da altri monasteri; un percorso che ci unisce in 9 nel bene e al di là del male, di modo che, “scacciati da una città”, andremo in un’altra, insieme con lo stesso desiderio di ascoltare Dio che parla al cuore del fratello musulmano».

E’ CRISTO CHE CI AVVICINA AGLI ISLAMICI
In una lettera del 12 giugno 1982, de Cherg cementa il suo pensiero sul confronto con i musulmani: «Con tutte le mie forze, credo che, per entrare in verità nel dialogo, ci occorrerà accettare, in nome di Cristo, che l’islam abbia qualche cosa da dirci da parte di Cristo. Se no, ognuno “resta sulle sue”, mantiene le distanze, e l’attenzione cortese che manifestiamo all’altro resta sterile, a parte aiutarci a fornire degli argomenti apologetici».

IL FANATISMO NON INCARNA LA RELIGIONE
Con i suoi incontri, i suoi contatti con i religiosi e le religiose che vivevano nel mondo musulmano, padre de Chergé non è all’oscuro, naturalmente, di «tutto ciò che si può commettere, un po’ ovunque, o dire, o credere in nome di un islam duro e incontestabilmente offensivo». «Dico solo che quello non è l’islam di Dio… così come Le Pen o Mons. Lefebvre non possono pretendere di incarnare il Vangelo ai miei occhi», scrive colui che ha risolutamente scelto di portare avanti un dialogo teologico e spirituale con i membri della confraternita sufi Alawiya.

QUEI SEGNALI POSITIVI DEL 1995
Nel 1995, le elezioni presidenziali algerine facevano presagire che quel processo tanto auspicato da de Cherg viaggiasse finalmente nella giusta direzione. «Nessuno può negare – si legge in una lettera del 28 novembre 1995 – i caratteri incontestabili della recente elezione presidenziale: fortissima partecipazione / coraggio del popolo / vittoria delle donne / determinazione contro la violenza armata / opzione per un islam moderato, e anch’esso pluralista / fallimento dell’invito al boicottaggio e dei “grandi partiti” che la piattaforma di “Sant’Egidio” avrebbe dovuto creare… Certo, l’insicurezza permane… ma a questa speranza dal volto di bambino, bisogna lasciare il tempo di crescere. Così tante sofferenze hanno contribuito alla sua nascita, fino al sangue di Odette», maternamente offerto. Odette era una suora allieva sempre di Borrmans uccisa vicino ad Algeri il 10 novembre di quell’anno.

IL RAPIMENTO E L’ASSASSINIO
Ma il suo “sogno” il priore non ha potuto mai realizzarlo. Fu assassinato, infatti il 21 maggio 1996 insieme ad altri sei monaci trappisti del monastero di Tibhirine. Due mesi prima furono rapiti da un commando di terroristi che avevano una opinione del dialogo interreligiosa profondamente diversa da quella di Christian de Cherge.

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