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Benedetto XVI e quella “Lectio” mai pronunciata

© Marcin Mazur/Catholic NewsUK
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Invitato per inaugurare l’anno accademico dell’Università “La Sapienza” nel 2008, il Papa decise di non andare dopo le proteste di pochi

Una cultura occidentale che, preoccupata della sua laicità e in nome di una “presunta purezza” della ragione, diventi sorda alle verità della fede cristiana rischia di inaridere, sostieneva Papa Benedetto XVI nel discorso che avrebbe dovuto tenere il 17 gennaio 2008 all'inaugurazione dell'anno accademico presso l'Università La Sapienza di Roma e che – a causa delle proteste di un gruppetto di docenti e studenti – venne annullato il 15 di gennaio dello stesso anno.

Fa una certa impressione che proprio in questi giorni il dibattito pubblico, stimolato dai tragici eventi di Parigi, sia di nuovo – a distanza di 7 anni – concentrandosi sui temi della laicità e del ruolo pubblico del discorso religioso.

Nel discorso preparato per l'occasione, il Papa parlava del particolare legame tra fede cristiana e ricerca della verità, come parte integrante della natura e della missione dell'Università, sin dalla sua nascita in epoca medievale. Infatti, la stessa Università “La Sapienza” venne fondata (guarda un po'…) da Papa Bonifacio VIII nel 1303.

Ponendo come premessa quella di parlare in qualità di “rappresentante di una comunità credente”, “che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità”, si chiede: “Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università?”. A questa domanda risponde spiegando che il suo compito sicuramente non è quello di “cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà”, ma di “mantenere desta la sensibilità per la verità”.

Nella sua allocuzione Benedetto XVI intendeva “invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro”.

E' alla luce di pensatori laici come Rawls e Habermas che il teologo e professore prima di diventare Papa, che Ratzinger cita come sostegno alla propria proposta: “pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione 'pubblica', [Rawls] vede tuttavia nella loro ragione 'non pubblica' almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono”. Così come il conterraneo il filosofo tedesco, Jürgen Habermas, ha parlato “della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico”.

I cristiani dei primi secoli “hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati”, ma “come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica” e una indagine “sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano”.

Essi, “dovevano […] riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera”, che “ha come scopo la conoscenza del bene”.
In seguito, grazie anche all'apporto di San Tommaso D'Aquino e al confronto con le filosofie ebraiche ed arabe, nell'ambito dell'Università medievale venne messa in luce “l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze”.

“Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza”, spiega Benedetto XVI.

Tuttavia, nei tempi moderni, con il dischiudersi di “nuove dimensioni del sapere” nelle scienze naturali grazie al metodo scientifico-sperimentale, il mondo occidentale corre il rischio che “l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità”.

Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita”.

“Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola”, afferma il Papa. “Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma”, concludeva poi.

Davvero una occasione persa, quella di un professore pronto a dare tutto se stesso per i propri studenti, anche solo per un giorno…

 

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