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Curare “i nostri” senza dimenticare gli altri

FCC Program/US Army/Flickr CC

padre Carlos Padilla - pubblicato il 14/01/15

Dobbiamo andare incontro a chiunque abbia bisogno di essere amato e accompagnato nel luogo e nella situazione in cui si trova

L’incontro con Dio avviene nel cuore dell’altro. Qualche tempo fa ce lo ha detto anche papa Francesco: “La pastorale aiuta, ma solamente in questo è necessario che sia ‘corpo a corpo’. Quindi accompagnare, e questo significa anche perdere il tempo. Il grande maestro del perdere il tempo è Gesù! Ha perso il tempo accompagnando, per far maturare la coscienza, per curare le ferite, per insegnare… Accompagnare è fare un cammino insieme”.

Ce lo ha detto molte volte e non lo abbiamo ancora compreso. Non basta più accogliere. Per molti anni la Chiesa si è limitata ad aspettare che i cristiani arrivassero al tempio. E arrivavano. Ma questo oggi non è più sufficiente.

L’uomo bisognoso non ricorre alla Chiesa per chiedere aiuto. Non cerca i cristiani, non ha bisogno di un sacerdote. Non crede che la sua cura si trovi lì.

Diffida degli uomini che parlano di Dio. Non crede nella loro coerenza di vita. Diffida a causa degli scandali e non crede alla gratuità dell’amore. Crede che ci sia sempre una seconda intenzione. Non vede che Dio è capace di salvare l’uomo.

Forse non lo convincono le argomentazioni dei cristiani. Il fatto è che tutti crediamo di avere ragione. A me come sacerdote capita di riuscire appena a parlare con i non credenti. In nozze, Battesimi e funerali predico a molti di loro, ma in genere sono circondato da credenti.

Corro il rischio di stare tranquillo con ciò che c’è, convinto che sia l’unica cosa che posso fare. Ma non è così. Diceva papa Francesco riferendosi a questo atteggiamento: “Invece di andare a cercare pecore per portarle al gregge, o aiutare o dar testimonianza, si dedica al piccolo gruppo, a pettinare pecore. No? Sono parrucchieri spirituali. No? Questo proprio non va!” Possiamo dare molto di più. Possiamo fare molto più che pettinare pecore.

È chiaro che bisogna prendersi cura dei credenti, di coloro che hanno più bisogno, di quelli che cercano di crescere nel loro cammino di santità. Siamo pastori. Siamo sacerdoti. Dio ci dà dei figli nel cammino della vita. Dovremo perdere la vita prendendoci cura di altre vite. Curando quanti desiderano arrivare più in alto, i feriti che cercano una casa nella Chiesa, nel Santuario, quanti hanno gettato radici nel cuore di Maria.

Il Santuario è luogo di accoglienza e di incontro. Lì tante persone trovano il loro riposo: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Gesù ci ricorda che è Lui il luogo di riposo.

È nostra missione prenderci cura di coloro che il Signore ci ha affidato. Così ha fatto Gesù con gli apostoli, con i suoi, con quelli più vicini. Lo ha detto poco tempo fa papa Francesco al termine del Sinodo della Famiglia: “Il compito del Papa è quello di garantire l’unità della Chiesa; è quello di ricordare ai pastori che il loro primo dovere è nutrire il gregge – nutrire il gregge – che il Signore ha loro affidato e di cercare di accogliere – con paternità e misericordia e senza false paure – le pecorelle smarrite”.

Una parte importante della nostra missione è l’accoglienza. È il cammino attraverso il quale cresce la nostra paternità. Siamo fedeli nel poco, curando la vita. È la missione del cristiano: curare, accogliere, accompagnare, servire.

Commentava padre Josef Kentenich: “Quante volte devo esaminarmi su come va a ciascuno, dove ha difficoltà particolari, come posso aiutarlo, come posso servirlo? Sono le questioni più essenziali per la coerenza, la fermezza di una famiglia.

Più servo, più mi dono, più sono oggetto di doni. In ogni individuo servo le sue caratteristiche, la sua missione.

La maggior lode, il maggior merito che posso reclamare per me è la consapevolezza di essermi donato in modo disinteressato per ciascuno”.

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