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Quando a parlarci di Dio sono i più piccoli

© Andresr/SHUTTERSTOCK

Roberta Sciamplicotti - Aleteia - pubblicato il 13/01/15

I bambini hanno bisogno degli adulti, ma vale anche il contrario

Parlare di Dio in famiglia “è un tema che non perde di attualità. È un’esperienza che appartiene alla vita famigliare, poiché il legame tra le generazioni consiste nella trasmissione del senso della vita, nella sua accezione più profonda e ampia possibile”.

Lo affermano la psicologa Cecilia Pirrone e don Francesco Scanziani in “I figli ci parlano di Dio. Una psicologa e un prete in dialogo con la famiglia” (Ancora), un libro che ricorda come i bambini e i giovani siano interessati a Dio ma abbiano bisogno di un adulto accanto a loro che li sappia ascoltare.

Nella prefazione, il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, sottolinea come il testo nasca “da un’antifrasi”: “di solito ci si domanda: 'Dobbiamo parlare di Dio ai figli?', ma alla fine si scopre che 'I figli ci parlano di Dio'”. I due autori, osserva, cercano di suggerire proprio questo con profonda ragione nel loro volume, “che si legge d’un fiato e con vero gusto. Umano e spirituale. E soprattutto educativo”.

“Non è un caso che sia proprio il linguaggio dei bambini a permettere la scoperta che i figli ci 'parlano' di Dio”, scrive il presule. “Solo gli occhi semplici del fanciullo consentono una strategia di avvicinamento al mistero santo di Dio, perché in essi trapela senza resto la gratuità della vita donata, la gioia del dono trasmesso, la felicità di una casa protetta. Lì nel grembo della vita che si dona viene alla parola il dono che è la vita. Fino a nominare la sua sorgente misteriosa. Che sta sì nell’amore di mamma e papà, ma trascende l’amore dei genitori verso una sorgente che tutti ci abbraccia”.

“I figli, dunque, ci parlano di Dio con il loro esistere, per il fatto stesso che li abbiamo chiamati alla vita. E la questione se raccontare loro di Dio in forma esplicita non sarà, in prima battuta, che portare ad espressione quella stessa parola che essi sono. Forse non sono capaci di esprimerla subito sin dall’inizio. Hanno bisogno che qualcuno li aiuti a portare alla parola quel mistero sorprendente (…) che è la vita che i genitori stessi ti hanno donato. Ma questo dare ai bimbi la parola da parte dei genitori, come ogni altro trasmettere la parola per nominare il mondo e la vita, è un atto secondo. Quasi un gesto che libera sul labbro dei figli quella parola/mistero che sono essi stessi, da quando hanno preso carne nel grembo del loro amore”.

Per gli autori, anche i figli parlano di Dio “non nel senso che esista una visione innata e spontaneistica di Dio nel bambino, bensì che le loro domande, i loro discorsi, lo stupore e la loro stessa vita offrano l’occasione per guardare in modo nuovo e libero il mistero di Dio. Si supera così una pretesa puramente catechistica (cosa e come dire Dio agli altri) per accompagnare la famiglia intera dentro l’esperienza di fede, valorizzando la ricchezza di ciascuno dei suoi membri”.

La comunicazione tra le generazioni “non può esser pensata unilateralmente come una trasmissione verticale: dall’alto in basso, dagli adulti ai giovani, da chi sa e ha l’esperienza della vita (anche di Dio) a chi, semplicemente, non sa ancora e deve essere 'informato' di come va questo mondo. Piuttosto si tratta di affrontare insieme la vita, con la sicurezza del patrimonio ricevuto dall’esperienza e la libertà creativa di chi vi si affaccia”.

In questo contesto, il libro presenta un lavoro comune che faccia dialogare psicologia e teologia, nella convinzione che questo scambio sia prezioso e debba essere riconosciuto e valorizzato, superando “quei luoghi comuni che talvolta hanno oscillato tra la contrapposizione o il reciproco 'sospetto' e una sottile confusione di ambiti” e attuando “una collaborazione attiva che, nel rispetto dei differenti metodi e nella condivisione delle proprie competenze, si rivela reciprocamente feconda e stimolante”.

Il volume propone un percorso articolato in cinque passi: nel primo capitolo si affronta il tema della prima infanzia, con il sottotitolo “Guardando l’invisibile”; si prosegue poi con la seconda infanzia, “Primi passi verso l’autonomia”, la preadolescenza, “Uno sguardo sul mondo”, e l'adolescenza, “Lo svincolo dalla famiglia”, mentre nell'ultimo capitolo si tratta “La speranza oltre il dolore e la morte”.

La trattazione è accompagnata da strumenti concreti e proposte da valorizzare per i cammini formativi di catechesi o nelle scuole, come la lectio bambina per accompagnare i più piccoli nell’incontro con Dio attraverso la Scrittura.

“Quante cose sa dirti un bambino se lo sai ascoltare: di sé, di te stesso. Persino di Dio”, scrivono gli autori. “Lo conferma la vicenda del vecchio profeta Eli e del giovane Samuele, in cui Dio si rivela al fanciullo, chiamandolo per tre volte nel sonno (1Sam 3,1-18). Dio sceglie un bambino e parla a lui che pure non 'aveva ancora sentito parlare di Dio'”, ma serve anche Eli: “Non basta che Dio svegli Samuele, se non c’è il vecchio accanto, ad aiutarlo a decifrare la voce, a riconoscerlo e suggerirgli come rispondere”. “Ci vuole un giovane che senta e un vecchio, forse duro d’orecchi per gli anni, che comprenda il messaggio e introduca il ragazzo all’incontro personale col Signore”. “L’uno ha bisogno dell’altro per dirsi, per farsi conoscere, per incontrarsi”.

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