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Charlie Hebdo: come è finita?

© Public Domain / Facebook

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 10/01/15

Le teste di cuoio francesi hanno abbattuto i responsabili dell'attentato e un loro possibile complice a Parigi

Venerdì 9 gennaio la polizia francese ha compiuto due operazioni – quasi in contemporanea – per fermare tre uomini armati che si erano barricati dentro a due edifici: uno a Parigi (un negozio) e uno in un comune a qualche decina di chilometri dalla capitale (un capannone industriale). La prima operazione è stata quella di Dammartin-en-Goële, nel dipartimento di Senna e Marna: lì dalla mattina si erano barricati all’interno di un capannone industriale i due fratelli sospettati di avere compiuto la strage di mercoledì 7 gennaio contro la sede di Charlie HebdoCherif e Said Kouachi, di circa 30 anni e di origini franco-algerine – che sono rimasti uccisi nell’attacco. Poco dopo la polizia ha assaltato un supermercato kosher a Porte de Vincennes, nell’est di Parigi, dove si era barricato un terzo uomo con diversi ostaggi: l’uomo si chiamava Amedy Coulibaly e aveva legami non ancora molto chiari con i due fratelli Kouachi. In serata Associated Press ha scritto che al Qaida in Yemen ha rivendicato l’attentato a Charlie Hebdo, “per vendicare l’onore” del profeta Maometto, e ha minacciato altri attentati in Francia (Il Post, 10 gennaio)

Le ultime ore dopo Charlie Hebdo
Nella serata dell’8 gennaio la mobilitazione aveva raggiunto il picco di 88mila uomini mobilitati, fra esercito e polizia. Per dare la caccia a due uomini in fuga.
La giornata del 9 gennaio, ieri, si rivela risolutiva. Di prima mattina l’area in cui si sono nascosti gli jihadisti ricercati, contrariamente alle indagini del giorno prima che puntavano alla Piccardia, risulta essere molto più vicina a Parigi di quanto si sospettasse, a Dammartin-en-Goele, una quarantina di chilometri a Nord della capitale. Dopo un inseguimento in auto, i fratelli Said e Cherif Kouachi si barricano in una tipografia. Nel capannone c’è un solo tipografo che riesce a nascondersi in uno scatolone di cartone e inizia a comunicare con le forze di polizia. I Kouachi non lo scopriranno mai. Nel corso della mattinata, nella cittadina francese arrivano forze speciale e polizia, tutte le vie di accesso sono bloccate e inizia l’assedio.

Mentre inizia la trattativa con i fratelli jihadisti, c’è un colpo di scena a mezzogiorno. Alla mattina dell’8 gennaio, infatti, era stata tesa un’imboscata alle forze dell'ordine a Montrouge, a Sud di Parigi e una poliziotta era stata uccisa, il suo collega ferito. Le autorità avevano arrestato un sospetto, ma avevano subito dichiarato che l’autore dell’agguato fosse ancora latitante. L’episodio, sempre stando alle fonti di polizia francesi, non era collegato alla strage del Charlie Hebdo. Invece lo era: l’attentatore torna in azione, sequestrando un supermercato ebraico di cibo Kosher, nei pressi di Porte de Vincennes, Parigi, prendendo in ostaggio tutti i clienti. Minaccia di ammazzarli tutti se la polizia dovesse uccidere i fratelli Kouachi. E’ lui il misterioso terzo uomo del commando jihadista e non è neppure solo: con lui c’è anche una donna. Lui si chiama Amedy Coulibaly, originario del Mali. Lei, una ragazza nordafricana, è Hayat Boumeddiene (La Nuova Bussola, 10 gennaio).

Dopo la caccia all’uomo, la caccia alla donna.
La più ricercata di Francia si chiama Hayat Boumediene, ventiseienne compagna di Amedy Coulibaly, il terrorista abbattuto ieri nel supermercato kosher della porta di Vincennes dove aveva preso in ostaggio i clienti e ne aveva assassinati quattro. Gli inquirenti hanno scoperto che nel corso del 2014 la donna ha scambiato più di 500 sms con la compagna (già fermata) di Said Kouachi, il maggiore dei due fratelli che hanno perpetrato la strage a «Charlie Hebdo» e sono stati uccisi ieri dalle forze dell’ordine nella stamperia di Dammartin dove si erano asserragliati. Insomma, la «filiera delle Buttes-Chaumonts», dal nome del parco parigino del Diciannovesimo arrondissement frequentato dai fratelli Kouachi e dai loro amici aspiranti martiri dell’Islam, sarebbe anche composta dalle donne (La Stampa, 10 gennaio).

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