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Un’incredibile storia di superamento. Ciò che questo bambino può fare malgrado i suoi limiti

© WELS net / CC
https://www.flickr.com/photos/welsnet/3404725406
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“Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario” (Benedetto XVI)

di Daniel Prieto

La testimonianza di Cashel, che soffre di una malattia genetica neuronale caratterizzata dalla perdita del muscolo scheletrico a causa della progressiva degenerazione delle cellule della porzione anteriore del midollo spinale, è uno dei tanti casi che sfidano la logica del mondo contemporaneo. Un mondo che in genere giudica il valore delle persone attraverso una matrice funzionale, calcolando solo il “costo-beneficio” della loro vita, in base a standard economici di produttività.
 

Il video termina con una frase molto interessante al riguardo: “Credi nella tua perfezione, per come sei”. Questa frase ci rimanda al cuore del dilemma, perché la parola “perfezione”, che proviene dal latino “per” (attraverso) + “facere” (fare) + il suffisso “zione” (azione ed effetto), insinua dentro di noi la domanda decisiva: cosa fa sì che una persona sia considerata “completa”? Completamente preziosa, degna o umana. O in altre parole, come possiamo giudicare qualcuno “finitamente umano”, perfetto nel senso di completo come creatura bio-psico-spirituale? Quale azione o quale effetto mi trasforma in “persona” a pieno titolo? Sembra una questione banale, ma in realtà è nella risposta a questa domanda che si giocano questioni fondamentali e delicate come le leggi che permettono l'aborto, l'eutanasia, l'eugenetica, ecc.

La risposta a queste domande è Cashel. In che senso? Perché ci ricorda che la perfezione nel caso umano non dipende dal fatto che le condizioni fisiche siano “complete” o terminate, né da “completi” sviluppi psicologici, né dal fatto di poter “fare” qualcosa di specifico, ma da uno specifico “essere”. Dall'essere come sono perché sono “qualcuno” e non “qualcosa”. E sono qualcuno per il semplice fatto che Dio mi ha fatto, mi ha “tessuto”, mi ha amato per me stesso, creandomi aperto alla comunione con lui, e quindi “per-fetto” (fatto completamente) a sua immagine, per raggiungere la sua somiglianza nell'amore (amando e soprattutto lasciandomi amare da Lui). Per questo, in qualsiasi circostanza, dal concepimento alla morte sono pienamente umano per una dignità che, superando la sfera fisica e anche quella psicologica, affonda le sue radici ultime nel mio spirito, dove rimane inalterata questa apertura trascendente verso l'infinito amore di un Dio che mi ama senza condizioni, per come sono.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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