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Giuseppe, ovvero: l’autorevolezza del silenzio

© Public Domain
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Una lezione per noi, padri in crisi del XXI secolo, che vorremmo convincere i figli con una dialettica dal fiato corto...

Stanco di sentir parlare di "crisi del padre", letti i libri di Polito e di Risè, con addosso i sensi di colpa per la perdita di autorevolezza di una figura solo fino a qualche decennio fa indiscutibilmente al centro della scena (anche nella mia famiglia d’origine), ho pensato, in questi giorni, di aver trovato un alibi di ferro.

Mi è venuto spontaneo ascoltando i Vangeli dell’Infanzia che la liturgia ci propone nel tempo di Natale. Ci avete fatto caso anche voi? Giuseppe – il padre di Gesù – c’è, il Vangelo ne parla. Ma è sempre in ombra, quasi il "padre assente" caro alla letteratura attuale: non parla, non si espone, è sempre dietro le quinte. Una vita da mediano, insomma. Riferendosi a Gesù, durante le nozze di Cana, Maria è chiarissima e intima ai servi: "Fate ciò che vi dirà". Nel caso di Giuseppe, nulla.

Logico, allora – mi son detto – che a noi padri cattolici manchi un riferimento solido, un modello esplicito. Alle donne del suo e di ogni tempo Maria non ha certo donato un manuale di istruzioni per la vita cristiana, ma alcune precise indicazioni sì ("Maria serbava tutte queste cose meditandole…"). Giuseppe invece…

Lo dice bene quel fine biblista che risponde al nome di Gianfranco Ravasi, in un suo volumetto sulla figura del padre putativo: "La presenza del nostro Giuseppe, il padre legale e non naturale di Gesù, in realtà nei vangeli è piuttosto ridotta: egli affiora nella genealogia di Cristo, appare come il promesso sposo di Maria (Lc 1, 27), sarà menzionato durante la nascita di Gesù a Betlemme (Lc 2, 4-5), farà qualche altra fugace apparizione nei primi giorni del neonato, acquisterà rilievo durante la vicenda di clandestino e migrante in Egitto con la sua famiglia".

Riemergerà finalmente dal silenzio una dozzina d’anni dopo, in occasione della "fuga" del figlio dodicenne nel tempio di Gerusalemme tra i dottori della legge. Ma anche in quel caso – benedetto uomo! – lascerà alla giovane moglie il compito di sgridare quel figlio un po’ strano con il famoso "Tuo padre ed io angosciati ti cercavamo": una frase che, da quel giorno in poi, chissà quanti genitori – nelle più diverse circostanze – hanno ripetuto ai figli, specialmente nell’età dell’adolescenza.

Ebbene, se la Parola di Dio ha un senso anche per noi che la leggiamo oggi, c’è da chiedersi cosa voglia comunicarci con il silenzio di Giuseppe: quale messaggio ci consegna quell’apparente mutismo? Quale segreto ci può rivelare?
Non sono teologo, né biblista. Ma da papà di famiglia (e genitore di figli adolescenti) mi piace pensare che Giuseppe sia l’icona del padre presente eppure discreto, che parla con sguardi e gesti più che con le parole. Una presenza che è d’esempio senza dirlo e, soprattutto, senza rivendicarlo.

Una lezione per noi, padri in crisi del XXI secolo, che vorremmo convincere i figli con una dialettica dal fiato corto perché – parlo per me, beninteso – troppo spesso non corroborata da un vissuto altrettanto coerente.

Caro san Giuseppe, troppo spesso "dipinto come un Geppetto: vecchio, marginale e falegname" (copyright Elisabetta Broli e Roberto Beretta, "Gli undici comandamenti"): forse anche noi, padri moderni, abbiamo da imparare da te non meno che le nostre mogli da Maria (e viceversa). C’è un’autorevolezza del silenzio che viene dall’obbedienza senza "se" e senza "ma": "Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore".

Un’autorevolezza che si radica nella fede, che si fortifica nella fedeltà quotidiana e che fa della discrezione e della perseveranza la forma più alta di eloquenza. Insegnaci a inseguire quell’autorevolezza autentica, anziché cercarne i surrogati nei manuali di psicologia pronti all’uso. E così sia.

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