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“Charlie Hebdo”: è “scontro di civiltà”?

© Danumurthi Mahendra CC
https://www.flickr.com/photos/dmahendra/3099931957
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Il pericolo del moltiplicarsi di manifestazioni di intolleranza nelle società europee dopo l’attentato di Parigi. Intervista a Nima Baheli

Vasti e profondi sono stati gli effetti di sdegno e commozione suscitati in tutto il mondo dall’attentato alla rivista satirica francese “Charlie Hebdo” che ha provocato la morte di 12 persone. E’ diffuso, tuttavia il timore, che molto più incisivi e dirompenti possano essere gli effetti della strage compiuta al grido di “Allah Akbar” all’interno delle società europee in tema di convivenza tra diverse fedi, culture e concezione delle libertà fondamentali. Già nella scorsa notte, in Francia, diversi luoghi di culto islamici sono stati presi di mira. Aleteia ne ha parlato con l’analista geopolitico Nima Baheli: collaboratore di “Limes – Rivista italiana di geopolitica” e “ISPI – Istituto per gli studi di politica internazionale”, tiene corsi di lingua e cultura persiana.
 
Molti messaggi arrivati alle testate giornalistiche affermano: “Via gli islamici dall’Europa”: dopo i tragici fatti di Parigi, c’è un pericolo di radicalizzazione delle posizioni?
 
Baheli: E’ molto probabile che a seguito dell’attentato le varie destre europee – Marine Le Pen in Francia o Matteo Salvini in Italia – in qualche maniera possano strumentalizzare l’attentato a “Charlie Hebdo” in chiave anti islamica e contro l’immigrazione. Occorre rispondere con un surplus di democrazia alla situazione di tensione che si è creata da ieri e per la quale molte persone sono convinte che non si possa convivere con gli islamici in Europa. Va posto l’accento sul fatto che il 99,9% dei musulmani sono pacifici. E’ solo una minoranza a compiere un attentato ignobile come quello di Parigi. E va anche sottolineato come i presunti attentatori siano reduci della Siria e quindi il frutto avvelenato di ciò che l’Occidente ha cercato di fare in quel paese.
 
Ai musulmani e alle autorità religiose viene rimproverata una certa tiepidezza nel condannare la violenza compiuta in nome dell’Islam: è così?
 
Baheli: Le varie organizzazioni ufficiali hanno tutte rigettato gli atti violenti che si sono verificati in questi anni. Vanno anche indagate le origini di questa violenza. Prima degli anni ’70 del secolo scorso, azioni di violenza integralista non esistevano nel mondo islamico. Sono nate con la diffusione del wahabbismo – la corrente dell’Islam sunnita a cui si rifanno i salafiti -, da parte dell’Arabia saudita. Una diffusione vista di buon occhio dall’Occidente perché, negli anni prima della caduta del Muro di Berlino, si poneva in funzione antisovietica e dopo anche anti-iraniana. Nessuno ha calcolato, però, che quelli che combattevano contro i “nemici” dell’Occidente, potessero a un certo punto ritorcersi contro lo stesso Occidente. E’ un problema con il quale oggi bisogna fare i conti. E’ necessario un deciso cambio di rotta rispetto alle politiche che sono state utilizzate negli ultimi quarant’anni anni nel sostegno di frange minoritarie del mondo islamico. Non con un’azione militare e distruttiva, come potrebbero sostenere le varie destre xenofobe europee, ma con una mediazione più vera e più reale tra mondo occidentale e mondo islamico.
 
Una dura presa di posizione è venuta da parte dell’Iran: come deve essere letta?
 
Baheli: Il governo iraniano ha condannato con fermezza l’attentato sottolineando come l’Islam sia una religione di pace e non contempli la violenza. In questa reazione c’è un fatto che spesso non viene preso in considerazione: gli jihadisti salafiti, così come attaccano l’Occidente, nello stesso modo considerano un loro nemico prioritario gli sciiti iraniani. E’ questa la prospettiva nella quale leggere la dichiarazione “veloce” del ministero degli esteri iraniano: l’Iran vuole chiarire che in questo campo è alleata dell’Occidente, così come in Iraq e Siria dove gli interessi iraniani sono gli stessi.
 
L’Islam ha un problema da risolvere con l’idea di democrazia occidentale?
 
Baheli: Bisogna intendersi sul concetto stesso di Islam. Un musulmano è tanto un marocchino quanto un indonesiano. Il mondo islamico è altamente variegato. Un musulmano iraniano è considerato un eretico da un musulmano wahabita. All’interno di questo grande calderone di un miliardo e mezzo di persone ci sono esempi di nazioni islamiche che hanno un sistema democratico, come la Malaysia, o, con i limiti che si stanno manifestando in questi tempi, la Turchia o anche l’Iran. Il problema non è la convivenza tra democrazia e Islam, ma i problemi strutturali di disuguaglianze sociali e povertà che originano rivendicazioni e frustrazioni. Sono questi i motivi per cui probabilmente molte delle nazioni che negli anni ’70 erano laiche ora sono integraliste. La risoluzione delle disuguaglianze economiche porterebbe a una maggiore democratizzazione. Non è un caso che la Malaysia sia cresciuta molto negli ultimi anni a livello economico e lo stesso a livello democratico.
 
Quanto ha a che vedere l’attentato con la poca attenzione alla sensibilità religiosa dei musulmani? Il “Financial Times” ha criticato un “atteggiamento stupido” della rivista satirica presa di mira.
 
Baheli: “Charlie Ebdo” non attaccava solo l’Islam, ma anche, in modo forte, il cristianesimo. C’erano delle vignette contro la Trinità che alla sensibilità media di una persona religiosa potevano risultare sgradevoli. Tuttavia se delle persone si sentono in qualche modo offese da delle vignette, non è giustificato reagire con la violenza. Gli editori e i vignettisti, nella patria della libertà di stampa come la Francia, hanno il diritto di portare avanti la satira, che anche se più o meno condivisibile, rappresenta una forma di lotta per la democrazia. Non condivido le affermazioni del “Financial Times”.
 
L’attentato arriva dopo una serie di segnali di diversa natura ma che puntano verso l’intolleranza: le moschee bruciate in Svezia, le manifestazioni dell’estrema destra in Germania che hanno portato i responsabili del duomo di Colonia a spegnere le luci per non offrirsi come “fondale” di questi eventi. In quale modo l’Europa deve reagire sul piano culturale, specie in un periodo di crisi economica che accentua le esasperazioni?
 
Baheli: Una quindicina di anni fa questo muro contro muro non sarebbe stato così duro. E’ vero che la crisi economica e la competizione tra poveri per le risorse – gli immigrati che vengono accusati di “rubare” il lavoro alle fasce più povere della popolazione autoctona – accentua i contrasti. Però innalzare ulteriori steccati, anche in seguito all’attentato, causerebbe un effetto ancora più nefasto. Bisogna portare avanti delle politiche di inclusione che allo stesso tempo mettano in chiaro il rispetto delle caratteristiche importanti del sistema democratico occidentale e europeo, come il rispetto della libertà altrui e della democrazia. Mettere bene in chiaro quali sono le linee fondamentali della cultura nella quale i nuovi arrivati si stanno inserendo.
 
I presunti attentatori di Parigi, in realtà, non sono nuovi immigrati ma già seconde generazioni…
 
Baheli: Questo rappresenta un problema ulteriore, lo dico come rappresentante io stesso di una “seconda generazione”. Mentre gli immigrati appena arrivati in un paese si considerano più o meno degli ospiti, che sono lì temporaneamente per lavorare e guadagnare del denaro con il quale poi fare ritorno alla propria patria, le seconde generazioni – nate e vissute nel paese di accoglienza – sentono di non appartenere né a un mondo né all’altro. Spesso il problema fondamentale delle seconde generazioni è la ricerca di una propria identità. Se non c’è una famiglia forte alle spalle, se la nazione di accoglienza non ha politiche appropriate di integrazione, si genera un disadattamento. E’ probabile che questi attentatori così come i 1200 francesi che sono andati in Siria o gli altri che arrivano da vari paesi europei, sono persone che non si sentono parte del tessuto sociale nel quale sono nati e vedono nelle sirene dell’integralismo o dell’islamizzazione, una forma di identità, la possibilità di sentirsi parte di qualcosa. Punta su questo il lavaggio del cervello che viene fatto a questi giovani in Siria e Iraq.
 
Su cosa bisogna insistere?
 
Baheli: Per fortuna non siamo ancora arrivati a un punto di non ritorno. Forse questi episodi tragici, potrebbero in qualche maniera, in presenza di una precisa volontà politica, funzionare come campanello di allarme e portare a un’inversione di rotta. Occorre capire gli errori del passato e operare una reale prevenzione. L’Italia può risultare avvantaggiata perché a differenza di altri paesi dove esistono delle importanti minoranze di immigrati – i turchi in Germania, i magrebini in Francia, gli indiani in Inghilterra – nel nostro paese ci sono tante piccole comunità di immigrati rispetto alle quali le politiche di integrazione potrebbero essere più semplici. Altrimenti l’esito sarà lo “scontro di civiltà” più o meno reale.

 
 

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