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Anno della vita consacrata, la testimonianza di una clarissa di Perugia

© Albertus teolog
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sr. Cavalli: "Si è 'Chiesa in uscita' anche in un monastero di clausura"

Il 2015 è l’Anno della Vita Consacrata. Nel suo messaggio, il Papa chiede ai religiosi di “svegliare il mondo, illuminarlo con la loro testimonianza profetica e controcorrente”;  li esorta ad “essere gioiosi, coraggiosi, uomini e donne di comunione”. “Le persone consacrate – ha detto Francesco – sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna”. Nei prossimi dodici mesi il Santo Padre redigerà una nuova Costituzione Apostolica sulla vita contemplativa: si apre dunque un tempo di riflessione e preghiera come conferma, al microfono di Paolo Ondarza, suor Maria Chiara Cavalli, clarissa del monastero di Sant’Agnese di Perugia:

R. – Viviamo questo anno insieme alla Chiesa che prega e celebra la vita consacrata. Noi, in modo particolare, essendo un po’ nel cuore della Chiesa, nascoste ma sempre presenti, preghiamo, offriamo, gioiamo, parliamo – come ci è possibile – con chi ci viene a trovare e cerchiamo di credere sempre di più in questa vocazione così bella e, come ha detto il Papa, profetica.

D. – La vostra è una scelta controcorrente e il Papa ha chiesto a tutti i consacrati di “svegliare il mondo”. Da cosa? Il mondo è addormentato oggi?

R. – Il mondo si agita. Non so se è addormentato… C’è anche tanta tristezza in giro, delusione, mancanza di aspettative, poco coraggio. Bisogna svegliarlo – credo – nel senso di dare speranza. C’è un futuro! C’è un futuro per tutti, appoggiandosi sul Signore Gesù. Questo è stato così per la mia vita e lo propongo a tutti. “Per trovare la sorgente, bisogna andare in su, controcorrente”, ci ha lasciato detto San Giovanni Paolo II. Certo, ci sono delle mode, dei modi di pensare che non fanno trovare la sorgente della vita, ma portano alla morte. Io vorrei dire a tutti che c’è un altro modo di vivere. La gioia, come ci ricorda il Papa, si trova quando uno ha trovato il senso della propria vita e il senso della propria vita è un incontro. Il Verbo si è fatto carne e Lui ci precede, ci “primerea” – un’altra espressione che piace tanto al Santo Padre – ci viene a cercare, come un innamorato che aspetta da tempo l’altra metà della sua vita e quando l’ha incontrata tutto si illumina.

D. – Lei è stata chiamata, così come le sue consorelle, alla vita di clausura. Questa vocazione così particolare, per molti incomprensibile, come si coniuga con la "Chiesa in uscita", che Papa Francesco raccomanda a tutti?

R. – Mi piace tantissimo questo essere “Chiesa in uscita” e lo sono! Lo sono dal mattino alla sera, perché “con la mia preghiera sostengo le membra deboli e vacillanti del suo Corpo, che è la Chiesa”, per dirlo con una espressione di Santa Chiara; lo sono perché se c’è qualcuno che cammina per le strade, c’è qualcun altro che sostiene, in qualche luogo nascosto, con la preghiera, questo andar per le strade, questo annunciare il Vangelo dai mezzi di comunicazione… La Chiesa è un corpo: non tutte le parti del corpo hanno la stessa funzione; non tutti possiamo essere mani, non tutti possiamo essere bocca; ci sono anche delle parti nascoste del corpo, ma perché sono nascoste non vuol dire che non siano importanti.

D. – Per tutti i consacrati quest’anno rappresenta un momento per guardarsi dentro, per un esame di coscienza?

R. – Certo! Può essere che il logorio, la fatica, l’abbandono di alcuni creino tristezza, delusione. Invece no! La vocazione alla vita consacrata è una vocazione necessaria, importante, bellissima. E noi siamo chiamati a riscoprirla, ad essere quindi uomini e donne di gioia, di coraggio.

D. – Chiamati ad essere il lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna…

R. – Lievito! L’immagine del lievito è molto interessante: ce ne vuole pochissimo per far fermentare la farina! A volte noi ci scoraggiamo perché siamo pochi, non sappiamo che cosa lo Spirito può far sorgere da qualcosa che sembra morire. Non ci è lecito essere tristi o scoraggiati. Dio è fedele e porta avanti la sua storia: l’ha portata avanti finora e la porterà avanti anche dopo di noi.

D. – E qui si apre anche il tema del calo di vocazioni negli ultimi anni. A dispetto di quanto questo dato indurrebbe a pensare, l’immagine del lievito suggerisce che non è poi necessariamente il numero a far la differenza…

R. – No! E’ la forza di pochi… I nostri fondatori, quando sono partiti, erano soli: una persona a cui si sono accodati altri: quindi, non è necessario essere tanti. Tutto ciò che nasce è piccolo, poi cresce e diventa grande, però nasce piccolo. Le cose non nascono grandi.

D. – Dunque si può ripartire anche dai piccoli numeri…

R. – Si può ripartire dai piccoli numeri. E’ opera dello Spirito, non siamo noi i fautori della storia. Grazie a Dio, siamo nelle sue mani e quindi possiamo essere sereni.

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