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Il «Te Deum» del malato

© Otna YDUR / SHUTTERSTOCK
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Mi piace pensare che, assumendo la nostra carne, è come se Dio in Gesù abbia assunto i corpi emaciati di tutti gli ammalati

Nelle ultime settimane mi sono sottoposto a due interventi chirurgici (programmati), a poca distanza l’uno dall’altro. Niente di particolarmente grave, per fortuna.

La duplice esperienza mi ha, però, confermato nella convinzione che quella della malattia sia una delle condizioni più propizie in cui sperimentare la verità esistenziale e "carnale" di sé. E, di riflesso, l’autenticità del proprio rapporto con Dio. Con il Dio di Gesù che per noi si è fatto carne.

Potrà sembrare scontato, ma vi assicuro che non lo è.

Già, perché essere malati, ancorché non gravi e ricoverati in ospedale solo per pochi giorni, ti fa comunque entrare in un mondo che è altro: un mondo dove ci sono solo camici e pigiami e gli unici a vestire normalmente sono loro, i sani. "Loro", appunto: perché tu, ormai, sei cittadino di un altro universo.

In ospedale, poi, per quanto possa essere gentile il personale (è stata questa la mia esperienza a Merate e ringrazio qui medici e infermiere che mi hanno accudito), vivi l’esperienza straniante dell’affidarti totalmente ad altri, che ti indicano le priorità, dettano divieti, presiedono ai tuoi ritmi. Non sei più tu che decidi, ma altri al posto tuo… Un bello schiaffo alla presunzione, al voler avere tutto sotto controllo che sembra essere una delle malattie di oggi.

Un obbligato bagno di umiltà lo fai, poi, nel constatare che bastano pochi giorni a letto per modificarti nell’aspetto: dopo un’anestesia lo sguardo si fa opaco, i movimenti indolenziti, l’incarnato pallido… Noi, gente del terzo millennio, così attaccata al nostro aspetto fisico, al "look" in ospedale veniamo bruscamente e provvidenzialmente strattonati, costretti a fare i conti con la nostra provvisorietà e la fragilità del vestito di carne che c’è stato messo addosso.

In ospedale mi è capitato di pensare che nei Vangeli mai si dice che Gesù abbia provato, in prima persona, la malattia. Tuttavia ne ha fatto in qualche modo esperienza diretta, dalla suocera di Pietro ai lebbrosi…

Ma mi piace pensare che, assumendo la nostra carne, è come se Dio in Gesù abbia assunto i corpi emaciati di tutti gli ammalati, le ginocchia tremolanti, le vene varicose, le facce rugose, e via di questo passo.

Un Dio così, fragile com’è un bambino e come lo sono milioni di malati che passeranno le feste a letto, lo sento vicino. E in questo Natale me lo tengo stretto.

QUI L’ORIGINALE

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