Ricevi Aleteia tutti i giorni

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

La forza che ci spinge

AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE
CITE DU VATICAN, Vatican City : Pope Francis holds the unveiled baby Jesus during a Christmas Eve mass at St Peter's Basilica to mark the nativity of Jesus Christ, on December 24, 2013 at the Vatican. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE
Condividi

Dalla sua elezione il Papa spinge i cristiani perché "non stiano fermi", contro ogni "comodità" spirituale e morale

di Paul Kreiner

Gli amici dell'esperanto non ci sono. Per anni hanno innalzato i loro striscioni verde-gialli, quando un papa impartiva la benedizione “urbi et orbi” insieme agli auguri in tutte le possibili lingue. Benedetto XVI era arrivato fino a 65 nel suo ultimo “urbi et orbi” due anni fa: c'erano anche il mongolo, il samoano e il maori – e naturalmente l'esperanto. Francesco ha cancellato tutto questo. Non è particolarmente portato per le lingue, le grandi cerimonie – durante le quali appare sempre così imbronciato – gli ripugnano. E gli amici dell'esperanto hanno messo via i loro striscioni: non si
aspettano più nulla.
In occasione del suo primo Natale, Francesco aveva avuto almeno ancora un saluto specifico per i romani e gli italiani. Questa volta tralascia perfino quello. Quest'anno il papa non pensa a un “lieto Natale”. E manca anche il suo augurio di “Buon pranzo” con cui di solito saluta i frequentatori della sua preghiera domenicale. Questa volta Francesco ha pronunciato parole dure, che non vuole evidentemente nascondere nello zucchero. Lascia perdere anche le formule curiali prestampate, che i diplomatici vaticani scrivevano una volta ai loro capi per i discorsi riguardanti la situazione
politica mondiale – “Come potremmo non pensare al dolore delle persone…?”, “Come potremmo dimenticare le guerre in…?”.

globalizzazione dell'indifferenza”
Quando il papa è arrivato alla fine del suo manoscritto, tira fuori un suo biglietto. Parla dei bambini “che vengono uccisi e maltrattati, abusati e sfruttati”. E questo, dice Francesco senza alcun eufemismo, “con il nostro complice silenzio”. Dall'unico Erode, che nella Bibbia compie un assassinio di massa di bambini, per liberarsi di possibili rivali, siamo passati ai molti Erode di oggi. E troppi stanno a guardare in silenzio, in questa “globalizzazione dell'indifferenza”.
Francesco dà un'impressione di impazienza in questi giorni; per lui, che fin dall'inizio ha predicato contro lo “star fermi”, tutto continua ad andare troppo lentamente. Le eminenze ed eccellenze della curia riunite con i loro copricapi viola o scarlatti, le ha fatte in un certo senso rispecchiare nelle sue parole come mai un papa aveva fatto nel tradizionale “scambio di auguri di Natale”. Francesco ha condannato apertamente poco prima di Natale “le quindici malattie della curia” – dall'“Alzheimer spirituale”, dall'avidità, dalla vanagloria, dalla brama di accumulo e dalla competizione, fino alla
mancanza di umorismo, a quella “malattia della faccia funerea”.

Francesco non è un populista
Ma Francesco non è un populista. Non cede alla facile tentazione di istigare le sue semplici pecorelle contro “quelli” della Curia. Dice espressamente che per lui “la curia è un piccolo modello di Chiesa”. E di nuovo sono tutti chiamati ad un grande esame di coscienza. E non si esclude. Quando, durante la messa di mezzanotte, la sera della vigilia di Natale, nella luminosità della luce dei proiettori in San Pietro, si giunge alla rituale ammissione dei peccati,
Francesco abbassa il capo così profondamente che il suo volto non si vede più e solo risplende il suo zucchetto. I cardinali in semicerchio davanti a lui portano pianete lavorate in oro ed eleganti mitre attraversate da fili d'oro. Francesco non ha bisogno d'oro. E neppure lo vuole. È vestito di semplice bianco, come sempre. Forse preferirebbe essere altrove. A Buenos Aires, ad esempio, dove allora da arcivescovo – come raccontava in un'intervista – poteva mostrare la sua diretta vicinanza umana ai superstiti di numerosi incidenti aerei o ferroviari. Nei mesi scorsi Francesco ha dichiarato più volte che andrebbe volentieri dai profughi, nei campi del Kurdistan, della Turchia, dell'Iraq.

Le resistenze non lo preoccupano
Lo hanno dissuaso, lo hanno tenuto lontano, “per non peggiorare ulteriormente la situazione della sicurezza” lo hanno addirittura implorato di non andare. Non è, gli hanno detto, come a Lampedusa, dove ha potuto semplicemente andare in aereo: un minimo di protocollo, ma una forte testimonianza. Per cui Francesco ha potuto inviare in Medio Oriente solo una lettera. Ma ha parlato al telefono con dei rifugiati in un campo iracheno, ancora la sera di Natale, poco prima della messa di mezzanotte. Almeno quello: “Vi abbraccio, vi sono vicino con tutto il cuore. Pensate: siete come Gesù, che ha dovuto fuggire in Egitto per salvarsi”. Quando poi è entrato in San Pietro per la messa di mezzanotte, passando accanto ai più di cinquemila partecipanti alla cerimonia e agli innumerevoli apparecchi fotografici, tablet e cellulari che incessantemente scattavano foto, qualcuno per la prima volta ha notato quanto piccolo sia davvero Francesco. Un'impressione che riferiscono tutti coloro che hanno potuto stringergli personalmente la mano o che in occasione della messa di mezzanotte hanno potuto abbracciarlo. Dopo che di lui conoscevano solo le riprese televisive, ne avevano sentito parlare tanto, se ne erano fatti una certa immagine, e poi per la prima volta lo vedono davanti a sé, senza papamobile, a piedi…
Francesco è robusto, cammina – anche se visibilmente con problemi all'anca – con passo deciso. Per i dolori, lui settantottenne, fatica molto ad inginocchiarsi, ma a parte “i malanni che proprio alla mia età diventano evidenti”, dice, “sono nelle mani di Dio e posso tenere un ritmo di lavoro più o meno buono”.

faccio semplicemente ciò che devo fare”
Ma per quanto tempo ancora? Quando durante l'estate gli hanno chiesto – nessun papa ha rilasciato tante intervista come Francesco, nessuno ha tolto così tanti ostacoli tra la carica e la persona – quando gli hanno chiesto come vivesse la nuova situazione: prima solo un piccolo vescovo “alla fine del mondo”, oggi un papa di grande popolarità, rispose: “Sopporto questo ringraziando Dio del fatto che il suo popolo sia felice. Interiormente penso ai miei peccati e ai miei errori, per non cadere vittima di illusioni. So anche che questo non durerà a lungo: due, tre anni, e poi, alla casa del
Padre”. Fino a quel momento, però: avanti senza indugi. Resistenze nella curia contra la sua riforma organizzativa e finanziaria? Resistenze tra i vescovi che sostengono che Francesco “disturbi” con la sua discussione aperta sulla morale matrimoniale e familiare, la dottrina cattolica “consacrata e sempre valida”? No, tutto questo non lo preoccupa. “Non sarebbe normale se non ci fossero differenze di opinione”. Ritiene che Dio sia buono con lui e che gli abbia quindi dato “una sana dose di incoscienza”. “Faccio semplicemente ciò che devo fare”.
Il giorno di Natale, alla benedizione “urbi et orbi”, Francesco ha espressamente chiesto al cardinale Gerhard Ludwig Müller di essere accanto a lui alla loggia di San Pietro. Quell'uomo alto due metri, a capo della Congregazione per la dottrina della fede, era tra i cinque famosi teologi che prima del sinodo sulla famiglia in ottobre avevano infuriato contro la linea di apertura di Francesco con un libro appositamente pubblicato. Ora per la festa di Natale, Müller era lì, con volto decisamente contratto, a fianco del papa. Un segno.

Pietro Parolin – diplomatico capo del papa
Un'altra persona, che ci si sarebbe aspettati ci fosse, non era invece lassù. Ma quest'altro è presente per cose che Francesco preferisce portare avanti in segreto, anche se con forte impegno. Mancava Pietro Parolin, il direttore della Segreteria di Stato, primo uomo dell'apparato di curia, ma prima di tutto: diplomatico capo del papa in un periodo terribile di crisi, che Francesco ha già descritto come “una terza guerra mondiale a pezzi”. Solo pochi giorni fa, il Segretario di Stato tanto discreto quanto efficiente, aveva ottenuto un grandioso successo per la diplomazia vaticana: per i servigi di mediazione nell'avvicinamento tra Cuba e gli USA, il papa è stato lodato in tutto il mondo, non solo da Barack Obama personalmente. Ma al vertice del “centro competente” vaticano c'era il cardinal Parolin, che compirà tra poco i sessant'anni, originario del Veneto, figlio di un negoziante di ferramenta e di una maestra elementare.

Il diplomatico capo mantiene in gioco il papa come mediatore
Il predecessore di Parolin, il cardinale Tarcisio Bertone, veniva dalla Congregazione per la dottrina della fede di Ratzinger. Parolin viene dalla scuola della diplomazia vaticana. Questo cambia lo sguardo sul mondo e il modo di rapportarsi al mondo. Bertone stava a Genova e a Roma, Parolin in Nigeria, Messico, Venezuela. E 17 anni al “ministero degli esteri” alla curia, dove i suoi collaboratori lo apprezzano molto come capo. Quando Francesco in agosto, rientrando dal viaggio in Corea, ottenne da Pechino, come primo papa, il permesso di volare nello spazio aereo cinese, i media si sono chiesti se ci fossero alla fine dei progressi nei rapporti diplomatici tra il Vaticano e la Cina, se ci fosse un avvicinamento nella disputa tra la chiesa sotterranea perseguitata e la chiesa politicamente riconosciuta, dopo decenni di trattative infruttuose.
Quando il Dalai Lama alcuni giorni fa arrivò a sorpresa a Roma, ma non fu ricevuto dal papa – “so che in alcuni luoghi la mia presenza crea problemi” – i media si chiesero nuovamente: forse il Vaticano e Pechino sono forse vicini all'apertura decisiva? Beh, rispose Parolin, “una fase positiva, prospettive promettenti”. Era molto? Era poco?

Il papa come mediatore neutrale
Siria, Iraq, Kurdistan. Il Vaticano – come a Cuba – non ha lì alcun interesse politico, eccetto la protezione delle minoranze cristiane e di altre religioni in quel – secondo le parole di Francesco – “ecumenismo del sangue” che unisce tutte le vittime del cosiddetto Stato Islamico. Parolin cerca di mantenere in gioco il papa come mediatore neutrale. Ma con chi parlare? L'università Al-Azhar al Cairo, il più alto organismo dell'islam sunnita, dopo lunga pressione del Vaticano ha ora condannato ogni violenza motivata religiosamente contro non-musulmani. È molto? È poco? E poi il conflitto in Ucraina, in Crimea, in cui il Vaticano stesso è coinvolto, accusato – da parte del patriarcato ortodosso amico di Putin in questo caso – di portare con l'adescamento di credenti ucraini il nazionalismo occidentale nella “sacra patria” della fede russo-ortodossa.
A quel punto si è spaccata anche la Segreteria di Stato di Parolin e la sua voce è diventata molto sommessa. Per molti, in casa Parolin, fino ad allora Putin era apparso come il forte garante di valori morali cristiani ed ora, di nuovo, una settimana fa, l'Osservatore Romano, giornale ufficiale del Vaticano, ha pubblicato in questo senso un violento attacco del patriarca di Mosca, Cirillo: “È evidente che la civiltà occidentale, la cultura occidentale contemporanea ha perso ogni rapporto con la religione e non si può più definire l'Occidente come un mondo cristiano”. 

Che il mondo possa “lasciarsi accarezzare”
In Vaticano, che ha imparato a considerare la società occidentale nel senso di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI come “cultura della morte”, e che solo con Francesco viene esortato a condannare solo il necessario – “questa economia uccide!” – e per altre cose a guardare con più precisione alla realtà della vita, non pochi la pensano come il patriarca di Mosca. Ma quali conseguenze politiche ha questo nel “capitolo Europa” della Terza Guerra Mondiale?
Parolin, diplomatico capo del Vaticano, a Natale non si è fatto vedere. Ma la vigilia di Natale il mondo ha visto – questa volta perfino alla TV in 3D – un papa in San Pietro, che non corrispondeva affatto ai toni duri con cui si era espresso prima e dopo. Che il mondo possa lasciarsi accarezzare, ha predicato, dalla “tenerezza” di un Dio che si è fatto uomo, che si è fatto bambino. E al termine della messa di mezzanotte Francesco ha preso il Gesù Bambino di legno dal presepe tra le braccia e lo ha portato come un neonato attraverso la basilica di San Pietro. Lo ha fatto senza parole, ma con quell'unica lingua che viene capita in tutto il mondo senza bisogno di traduzione: la lingua dei gesti.
Con quella, Francesco si esprime benissimo.

[Fonte in “www.tagesspiegel.de” del 28 dicembre 2014]

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni