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Dov’è La Gioia Nel Cristo Bambino?

Tricia-CC
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È lì, d'accordo, ma bisogna desiderarla

Un mio giovane amico ha posto di recente una domanda sorprendente: “Non voglio essere scortese, ma non capisco. Dov'è la gioia nel fatto di avere dei bambini? Nascono e sono fonte di dolore – si svegliano spesso, hanno bisogno di tutto, chiedono in continuazione. Tu sei distrutto ed esaurito. Possono essere carini per un po', ma presto diventano delle pesti. Poi diventano adolescenti – e nessuno dice di divertirsi ad avere a che fare con un adolescente. Presto se ne vanno, e anche allora provocano dolore e angoscia mentre si fanno strada in una cultura pagana”.

La domanda stessa mi ha fatto ridere: penso che sia un'ottima domanda, e sospetto che questo giovane amico sia molto più vicino alla risposta di quanto crede. Mentre ci riflettevo stamattina, ho realizzato che è una domanda particolarmente appropriata per il periodo di Natale. Senza alcuna traccia di scetticismo religioso, possiamo chiederci seriamente dove sia esattamente la gioia in Cristo Bambino.

Dopo tutto, il povero Giovanni il Battista è stato decapitato a causa di questo Cristo Bambino. Maria e Giuseppe hanno subito la vergogna e grandi difficoltà per far nascere ed allevare questo Cristo Bambino. Centinaia (o migliaia) di Santi Innocenti sono stati uccisi a causa di questo Cristo Bambino. Le nazioni sorgono e crollano e il cuore di molti è messo a nudo – tutto a causa di questo Cristo Bambino.

E tutte queste cose sono degne di nota – come sottolineava quell'amico sul fatto di avere figli –, perché se non le abbiamo notate non capiremo la gioia.

San Tommaso ci dice che quella gioia è un effetto della carità:

Perché la gioia è provocata dall'amore, o attraverso la presenza della cosa amata, o perché il bene della cosa esiste e permane in essa; e il secondo è soprattutto il caso dell'amore di benevolenza, in cui un uomo gioisce per il benessere del suo amico anche se è assente (Summa Theologiae I-II, 28, 1).

La gioia è quindi la felicità che nasce in noi come risultato dell'amore – o perché siamo con le persone amate, o perché siamo consapevoli del fatto che il loro vero bene è in qualche modo realizzato. In entrambi i casi, la gioia è il risultato di un desiderio che viene realizzato: il desiderio di essere con le persone amate, e quello del loro bene.

Dov'è allora la gioia nel Cristo Bambino? Semplicemente qui: nel Cristo Bambino Dio-è-con-noi – l'Emmanuele – che porta gioia al mondo nel primo senso. A Natale l'Amato è ora presente per noi che abbiamo atteso “a lungo in silenzio”. Cosa più sorprendente, nel Cristo Bambino ci viene donato un Salvatore – che porta gioia nel secondo senso –, la promessa della salvezza, il più grande bene possibile per noi.

Da questo possiamo concludere due cose: in primo luogo, non c'è alcuna gioia di Natale senza prima il dolore dell'attesa, senza prima la morsa dell'amore. Se non desideriamo Dio – intendo se non lo desideriamo davvero –, allora tutti i doni, le canzoni e le festività non ci daranno la gioia di Natale. Otterremo solo vuoto su uno stomaco pieno – e potremmo finire per essere un po' tristi.

Ed è qui che le difficoltà hanno il proprio ruolo. La sofferenza ci insegna che questa vita non è tutto quello che appare – e che questa vita non è nemmeno, con tutte le sue glorie connesse, una cosa che vale la pena di desiderare per il suo stesso bene. È nella privazione dei sensi che impariamo a gustare con un altro senso – il senso che sa come essere assetati di Dio.

La gioia di Natale, quindi, richiede la “modalità purgativa”. Le contraddizioni non sono un ostacolo alla gioia, ma l'unico modo per arrivarci.

La seconda cosa che possiamo concludere è che questa “modalità purgativa” è anche il segreto della gioia di avere bambini. Tutte quelle difficoltà tanto evidenti per qualcuno che non ha ancora figli – quelle stesse difficoltà purificano l'amore centrato su noi stessi che abbiamo all'inizio. È corretto dire che non abbiamo amato pienamente i nostri figli finché non è diventato difficile. E quanto più impariamo ad amare, più siamo capaci di goderceli, di trarre gioia dalla loro presenza.

In uno strano modo, allora, l'analogia con il Cristo Bambino è ancora più sorprendente. I nostri figli non ci danno gioia perché li amiamo – ci danno gioia perché ci insegnano ad amare. E in questo senso sono i nostri salvatori: non perché siano divini, ma perché essendo egoisti e bisognosi ci riscattano dall'agonia del nostro narcisismo.

Come ha scritto il romanziere francese Léon Bloy, “l'unica vera tristezza, l'unico vero fallimento, l'unica grande tragedia nella vita è non diventare santi”. La gioia del Cristo Bambino, allora – la gioia dei nostri stessi figli –, è la gioia dell'opportunità di sfuggire a questo destino.

Catherine Ruth Pakaluk è assistente di Economia presso l'Ave Maria University, Faculty Research Fellow presso lo Stein Center for Social Research e Senior Fellow in Economia presso l'Austin Institute for the Study of Family and Culture. La sua ricerca si concentra sui settori della demografia, del genere, degli studi sulla famiglia e dell'economia dell'educazione e della religione. Lavora anche sull'interpretazione e la storia del pensiero sociale cattolico. Ha conseguito un dottorato in Economia presso l'Università di Harvard (2010). Vive ad Ave Maria, in Florida, con il marito Michael e i loro sette figli.

[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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