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Non riescono ancora a dire “Gesù” ma vogliono preparare il Natale con noi

© Emanuele Angiola / Fraternità San Carlo Borromeo

Aleteia - pubblicato il 22/12/14

Missionario a Taiwan, incontra i giovani non cristiani per condividere il senso della vita

di Padre Emanuele Angiola

A Taiwan non si attende il Natale. La vera festa sentita dai taiwanesi è il capodanno cinese. Il cristianesimo qui non ha ancora radici profonde, è sbarcato (letteralmente, trattandosi di un’isola) solo da poco più di un secolo e mezzo. Templi, idoli e riti pagani sono la cornice religiosa ad una vita fatta di lavoro assiduo, di sogni di ricchezza, gioia, pace e salute, che sono anche gli auguri più comuni che ci si scambia qui tra le persone.

Certo, anche a Taiwan qualche “Merry Christmas” in certi negozi a fine novembre comincia a comparire, ma l’effetto è paragonabile a quello di Halloween in Italia: si sa più o meno che sta arrivando questa festa importata dall’estero, ma non c’è attesa. Forse l’unica aspettativa, qui come in Italia, è quella dei negozianti che in queste occasioni vendono un po’ di più…

Oltre ad occuparmi di una piccola parrocchia in periferia, dedicata a San Francesco Saverio, insegno lingua italiana insieme ad altri due sacerdoti della Fraternità San Carlo Borromeo presso l’Università Cattolica Fu Jen di Taipei, la capitale di Taiwan, una metropoli di più di 2 milioni e mezzo di abitanti, e con forse altrettanti motorini, a giudicare dal traffico caotico sulle strade…

Università Cattolica: questo nome non deve trarre in inganno: è stata fondata ed è ancora gestita da ordini religiosi e dalla diocesi, ma la stragrande maggioranza degli insegnanti e degli allievi non solo non sono cristiani, ma non sanno neanche che cosa sia il cristianesimo. L’Università è il nostro primo luogo di missione. Ogni settimana facciamo un incontro con alcuni studenti – non cattolici – in cui cerchiamo di approfondire il senso della vita nei suoi aspetti più concreti: lo studio, la famiglia, gli amici… Poi andiamo sempre a cena insieme vicino all’Università.

A loro proponiamo anche un gesto settimanale di carità, andare in un piccolo ospizio vicino a casa nostra a tenere compagnia agli anziani, a cantare per loro, e, per quelli più in forma, anche a cantare con loro.

È in questo gruppetto di una quindicina di studenti che ho visto la maggior attesa del Natale. Certo, per loro, Natale vuol dire un giorno di vacanza, in quanto l’Università Cattolica, al contrario di tutto il resto del paese, sospende per un giorno le lezioni. Ma il nostro gruppetto ha un’attesa speciale: quella mattina non dormiranno fino a tardi, perché verranno tutti a casa nostra, a cucinare insieme il pranzo di Natale, e poi a cantare, a ballare, a giocare, magari a vedere un film e a scambiarsi i regali. Uno di loro, Walker, che pur essendo di un’altra Università viene al nostro gruppo, ci ha detto: da me non c’è vacanza, ma quel giorno non andrò comunque a lezione (cosa abbastanza inusuale per un taiwanese), perché voglio assolutamente passare il Natale con voi.

Per Walker, come per gli altri, anche se non riescono ancora a dare il nome Gesù all’esperienza che stanno facendo con noi, l’amicizia che ci lega è comunque già l’incontro, forse non consapevole ma sicuramente reale, con Gesù vivo e presente. Gesù a Natale nasce anche per loro, e non è un modo di dire, perché quel giorno, tra i fornelli e i canti, Egli sarà veramente in mezzo a noi.

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