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E se regalassimo un po’ di fiducia?

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Mai come in questo Avvento ho avvertito nella gente che incontro la mancanza di fiducia. Ma senza fiducia non c'è posto per la speranza che il Natale porta

di Paola Springhetti

Spero che il Natale riporti a tutti noi, a tutti voi, a tutto il Paese un po’ di fiducia. Perché mai come in questo Avvento ne ho sentito e visto la mancanza.

Prima settimana. Una sera sono casa di un’amica molto accogliente, che ospita la riunione di un gruppo di persone impegnate insieme ad un sacerdote in un cammino di riflessione e spiritualità. Si parla dei fatti di Tor Sapienza, il quartiere della periferia di Roma in cui, poche settimane fa, la protesta popolare è montata fino a culminare nell’assalto a un centro che accoglieva minori profughi non accompagnati. Che di conseguenza sono stati spostati in tutta fretta. Una signora – capelli freschi di parrucchiere, filo di perle, pensione di vecchia generazione – prende spunto dalla cronaca per fare una tirata contro gli stranieri, che vengono in Italia a rubare il lavoro, delinquono, avanzano pretese. Altri la seguono su questa strada. Cerco di dire che forse dovremmo capire meglio che cosa è successo, che si tratta di minorenni, che sono in fuga da Paesi in guerra, che in gran parte vogliono raggiungere parenti in Nord Europa, che non possono tornare indietro. Che in quel quartiere si concentrano povertà, disoccupazione, sporcizia e trasporti che non funzionano, e poi anche campi Rom, case popolari, un’alta percentuale di stranieri. Quei ragazzi non erano la causa del disagio, ma solo un capro espiatorio.

Non li convinco. "Gli stranieri non cedono mai il posto in autobus" conclude la signora. "Io non mi fido, e preferisco una badante italiana a una straniera": lo dice con tono di sfida, come se fosse una grave trasgressione, avere una badante italiana. Ma, aggiunge un altro, non ci si può fidare neanche della badante italiana. 
La mancanza di fiducia ci consegna al pregiudizio e ci impedisce di cercare la verità delle persone e delle situazioni che incontriamo.

Seconda settimana. Dovevo partire, e quindi ho deciso di portarmi il trolley al lavoro, per poi andare direttamente in stazione. Peccato che sono scesa dall’autobus dimenticando la valigia. Appena me ne sono resa conto, sono corsa alla fermata successiva, che per fortuna era il capolinea. E infatti l’autobus era lì, fermo e già pieno di gente. Sono salita e ho chiesto se qualcuno avesse visto il trolley, convinta che sicuramente se l’era portato via qualcuno dei passeggeri scesi al capolinea. Invece alcune voci hanno gridato: "Sì!", "E’ qui!"… Mi sono fatta largo fino a trovarmi di fronte ad un gruppetto di signore piuttosto agitate, che mi hanno aggredito:
– Ma si rende conto di che cosa ha fatto?
– Ho dimenticato il trolley…
– Lei è un’incosciente! 
L’ho guardata con aria interrogativa.
– Lei ci ha fatto paura! Poteva essere una bomba!
Mentre mi avviavo lemme lemme verso il mio luogo di lavoro, ormai in ritardo irrecuperabile, mi sono sentita amareggiata. Mi aveva ferito l’ansia, la paura che quelle signore avevano manifestato. Un’ansia indefinibile, cui non avevano saputo reagire: in fondo, se temevano un attentato, bastava avvisare qualcuno e poi scendere dall’autobus e allontanarsi…
La mancanza di fiducia ci consegna ai fantasmi e ci impedisce di essere lucidi nell’affrontare i problemi.

Terza settimana. Esco dalla messa una domenica mattina e mi fermo a chiacchierare. "Sono venuta e Messa anche se mio figlio mi ha detto che è meglio non uscire di casa", mi racconta un’anziana signora, coi capelli bianchissimi raccolti in un elegante chignon. "Perché?", mi meraviglio. "Perché dice che occupano le case. Tu torni e c’è uno che ha cambiato la serratura e vive in casa tua". Provo a spiegarle che queste cose sono successe, sì, ne ha parlato anche la televisione. Ma si trattava di case popolari, che appartengono al Comune, e che proprio di questo si approfittano gli occupanti abusivi: della proverbiale lentezza delle pubbliche burocrazie nel ristabilire la legalità e l’ordine. Ma lei abita in un quartiere tranquillo, semicentrale, in una bella casa di proprietà. "L’ho pensato, che mio figlio esagera", conclude la signora, "ma oggi non ti puoi fidare di nessuno". Siamo appena usciti dalla Messa, avrei voluto dirle, siamo una comunità. Può fidarsi di noi, avrei voluto dirle. Ma non l’ho fatto, anche perché non sono poi così sicura che siamo davvero una comunità.

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