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​Un samaritano moderno

aaron gilson-CC

L'Osservatore Romano - pubblicato il 20/12/14

Essere un medico oggi

Essere medico, perché? Come? Mi è stata posta questa domanda, è stata posta solo a me e la mia risposta vale solo per me. È dunque una testimonianza quella che offro, ma può forse portare a osservazioni d’interesse generale. Posso rispondere solo immergendo il mio sguardo dentro quell’universo così poco conosciuto che è me stesso. 

Una prima immagine forte e decisiva è rimasta impressa nella mia memoria di bambino: un uomo coperto di stracci è seduto contro una palizzata e chiede l’elemosina. Io accompagno mio padre, devo avere otto anni, lui si ferma come fa sempre a qualche metro da quell’uomo senza fissa dimora, tira fuori dei soldi dalla tasca e mi dice dolcemente: «Va e mettili nella sua mano, ma digli “buongiorno signore”, sorridigli e non scappare via subito». Allora ho capito che non si può fare senza trovare il tempo per parlare.
Un altro vecchio ricordo: una giovane donna olandese che viene a cenare a casa, invitata dai miei genitori che l’hanno ospitata a Parigi all’Hotel Lutetia, una volta uscita da Ravensbrück. Conosco già l’esistenza dei campi di concentramento, ma percepisco nei mei genitori un’attenzione quasi deferente per questa donna che è sopravvissuta: una parola misteriosa che mi fa capire che c’è un altrove vicino e minaccioso a cui, ancora adesso, bisogna strappare quella persona. Nella mia mente di bambino nasce l’idea che la vita è circondata di morte che bisogna scacciare. 

Forse questa attenzione rivolta all’altro e questa percezione della vicinanza della morte hanno avuto un ruolo importante nei miei orientamenti futuri. Mentre, a diciotto anni, esitavo tra la fisica, la geologia e la zoologia, un giorno la decisione mi si è imposta con una forza e un’evidenza tali che mai nel corso della mia vita, in nessun momento, sono stato assalito dal dubbio. Non sono stato io a scegliere la medicina, è la medicina che mi ha scelto e io l’ho seguita. 

Ho quindi cominciato i miei studi nel 1960, in un momento in cui la medicina si distaccava dall’universo relativamente tranquillo che l’aveva caratterizzata dall’inizio del xx secolo e si ritrovava sconvolta dalla rivoluzione della farmacopea e, un po’ più tardi, da quella della strumentazione. 

In questo mestiere si studia tutta la vita, e io ho acquisito attivamente conoscenze in modo costante fino al 1992. Era per me evidente che non ci si può presentare davanti a un pazienze con l’idea che forse lo si può aiutare a guarire senza un solido bagaglio, che va continuamente arricchito. Percepivo la disonestà insita nel non dominare la propria materia tanto quanto le proprie forze lo consentono.

Non ho meriti: ho avuto la fortuna di far parte di una scuola di pensiero eccezionale, la scuola di Claude Bernard a Parigi, dove, davanti a malati in rianimazione medica, in condizioni gravissime, non era permesso fare nulla senza avere prima debitamente motivato con solidi argomenti la propria scelta terapeutica in una riunione d’equipe.

Qui l’originale

Tags:
buon samaritano
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