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Clergyman e tonaca, sì o no?

© LaPresse

Patricia Navas - pubblicato il 19/12/14

I sacerdoti sono obbligati a vestire l'abito ecclesiastico in circostanze normali, ma...

La realtà è che molti sacerdoti portano il clergyman, alcuni la tonaca e molti altri vestono normalmente, la norma è che l'abito ecclesiastico è obbligatorio in circostanze normali.

Questa norma – ribadita negli ultimi anni – è lontana dalla realtà ed è diventata per alcuni una legge vuota? Il contesto in cui vivono i sacerdoti che vestono come qualsiasi altra persona si può considerare una situazione eccezionale che relativizza l'obbligo del suo rispetto?

Non c'è dubbio sul fatto che si tratta di una questione controversa, ma è una mera formalità o una questione essenziale? Fino a che punto è importante?

Il collarino rende più facile alle persone identificare chi lo porta come rappresentante di Dio. Il suo senso è mostrare la consacrazione e l'identità della persona che svolge un ministero pubblico.

Un parroco di Barcellona (Spagna), Jaume González, ha spiegato ad Aleteia le ragioni per le quali lo porta: “In primo luogo per un motivo disciplinare, perché la disciplina ecclesiastica dice che devo portarlo. In secondo luogo, perché bisogna portarlo? La Chiesa lo chiede non per un capriccio abusivo, ma perché è un segno di consacrazione; quando un sacerdote o un religioso va per strada, sta predicando senza aprire bocca, sta dicendo 'Sono un sacerdote, un discepolo di Gesù Cristo'”.

“E c'è anche un'altra questione, di tipo personale o psicologico: quando una persona si veste da sacerdote, ricorda ciò che è; la sua vita rimanda sempre gli occhi degli altri a Gesù Cristo”.

“Indosso il collarino nelle celebrazioni importanti, quando vado a Roma… in base alle circostanze, ma nella vita di tutti i giorni mi ci sento 'artificiale', nella mia città in cui la gente mi conosce bene”, ha affermato Xavier Parés, parroco di La Seu d’Urgell (Spagna). “È la norma generale, ma sono stati accettati anche altri modi e la pratica si è imposta”, ha aggiunto.

Vestito con una semplice camicia e un maglione scuro, un altro sacerdote che preferisce mantenere l'anonimato ha riconosciuto che “l'abito non fa il monaco, ma aiuta; stiamo diluendo la presenza di Dio nella società, e forse mi includo anch'io in questo processo; non dovremmo mostrare questi segni che aiutano a pensare a Dio?”

Dopo il Concilio Vaticano II, molti sacerdoti hanno optato per mettere da parte segni che ritenevano antiquati e per vestirsi come tutti gli altri, a volte per comodità, altre per ideologia. Alcuni di loro oggi sono tornati a usare il clergyman.

PerXavier Parés, “i sacerdoti hanno libertà e i vescovi la rispettano perché non è una cosa sostanziale, e dall'altro lato sicuramente alcuni non rispetterebbero la regola”.

Anche se i concili hanno sempre parlato di vestire con semplicità e decenza più che di un abito in particolare, il Magistero della Chiesa apporta ragioni profonde sul significato teologico di ciò che è particolarmente sacro, e il diritto canonico stabilisce il dovere di portare l'abito ecclesiastico.

“I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali”, indica l'articolo 284 del Codice di Diritto Canonico.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica segnala (nn. 1563 e 1582) che l'abbigliamento specifico del sacerdote è il segno esteriore di una realtà interiore: il sacerdote non appartiene più a se stesso, ma è “proprietà” di Dio.

La normativa più recente al riguardo, del 2013, è la nuova edizione del Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri, della Congregazione per il Clero, che sottolinea l'“importanza e obbligatorietà dell'abito ecclesiastico”. Al n. 61, prescrive che il presbitero “sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta”, e spiega che l'abito clericale gli ricorda che è “sempre e in ogni momento sacerdote” e gli serve come “salvaguardia della povertà e della castità”.

Il Direttorio prevede che i sacerdoti usino la tonaca o il clergyman – un abito diverso da quello dei laici e conforme alla dignità e alla sacralità del loro ministero – e anche che ogni Conferenza Episcopale ne stabilisca la forma e il colore, avvertendo che “le prassi contrarie non contengono la razionalità necessaria affinché possano diventare legittime consuetudini e devono essere assolutamente rimosse dalla competente autorità”.

In questo senso, nel 1995, quando un vescovo brasiliano ha chiesto al Vaticano se questa norma era obbligatoria o meramente esortativa, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislatici ha risposto che è obbligatoria, perché è un decreto generale esecutivo.

Allo stesso tempo, il Direttorio indica che da questa norma bisogna eccettuare le situazioni del tutto eccezionali, tra le quali alcuni canonisti annoverano il pericolo di morte, la persecuzione religiosa e la Chiesa in esilio o perseguitata.

Per Jaume González, l'importanza di portare il clergyman è stata una scoperta: si è ordinato con la cravatta e all'inizio vestiva in modo “civile”. “In seminario non mi hanno mostrato la bontà disciplinare e pastorale di portare il clergyman e non sapevo che fosse un dovere”, ha confessato. “Bisogna formare le persone e motivarle a indossarlo”.

Il sacerdote ritiene molto positiva l'esperienza di vestire l'abito ecclesiastico. “Incontri da persone che ti chiedono se le puoi ascoltare o confessare in un angolo della città ad altre che ti chiedono cose pratiche o ti ringraziano per il sacerdozio”, ha commentato.

Il presbitero ha poi raccontato un aneddoto su San Francesco d'Assisi e il suo compagno frate Leone, relativo a un giorno in cui erano usciti “a predicare”. Passavano di villaggio in villaggio senza aprire bocca, e al tramonto frate Leone ha chiesto al “poverello”: “Perché oggi non abbiamo predicato?”, al che San Francesco ha risposto: “Ti sembra poco ciò che abbiamo predicato? La gente ha visto i nostri abiti della santa povertà”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
diritto canonicosacerdozio
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