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Accogliere lo straniero, anche alla Messa di Natale

Keith-Cuddeback-CC
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Anche se è l’unico momento in cui va in chiesa

Ogni domenica avviene lo stesso breve dibattito: quanto lontano dall'altare dobbiamo sederci? Non sorprende che siano i bambini a volersi sedere sempre davanti ma che siano sempre loro (o meglio, il loro comportamento imprevedibile) a promuovere la necessità quasi disperata di mio marito di sedersi nei posti più sicuri in fondo.

Guardo tutta la questione con il distacco di un antropologo. Resto a casa con questi bambini, studiano con me, non a scuola. Sto con loro 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, per cui rimango più o meno imperturbabile di fronte alle domande teologiche random (“Cosa fa sì che Lazzaro sia diverso da uno zombie?”, o “Se qualcuno mettesse del veleno nel vino prima della Consacrazione, la Presenza Reale lo neutralizzerebbe?”), alle richieste bizzarre (“Ho una puntura di zanzara proprio sul sederino, posso usare il tuo portamonete per grattarmi per vedere se la gente dietro di me vuole ancora stringerci la mano al momento della pace?”) e la terribile consapevolezza del fatto che qualcuno ha messo le scarpe spaiate al più piccolo (probabilmente il più piccolo). Ho scoperto che se vedo la Messa con i bambini come una specie di videogioco è più facile – più il comportamento è imbarazzante, più grazia accumulo. A volte riesco quasi a vedere il Metro della Grazia fluttuare lì sopra al Crocifisso, riempiendosi a livello esponenziale con ogni richiesta di portare un bricco del latte vuoto a Messa per poter “prendere abbastanza acqua santa di modo che possa bastare in caso di emergenza”…

La vita interiore di mio marito non prevede però queste strategie per la Messa, e quindi ci sediamo in fondo. Va bene, davvero, ed è solo un incentivo maggiore a frequentare la Messa quotidiana, nella quale posso sedermi davanti quanto voglio.

Ad ogni modo, perfino l'amore di mio marito per i posti sul retro viene messo alla prova dalla Messa della Vigilia di Natale. Per cinque anni siamo andati nella nostra parrocchia attuale, e per cinque anni ci siamo trovati nella zona di posti a sedere stile “non c'era posto per loro nella locanda” – dietro, vicino all'ingresso, su sedie pieghevoli sistemate così vicine che nessuno dei bambini aveva bisogno di muoversi per sedersi sulle mie ginocchia perché già mi stavano praticamente sopra.

Visto che abbiamo bambini piccoli, la Messa di mezzanotte è fuori questione, e sono sempre troppo spaventata dal caos della mattina di Natale per rischiare di rimandare la Messa al 25 dicembre.

Ciò ci lascia con la possibilità della Messa della Vigilia delle 16.00 o delle 18.30, che è sempre frequentata più o meno dall'intera popolazione della mia città. È calda. È rumorosa. Almeno due volte qualcuno è svenuto e un'ambulanza ha dovuto venire a prenderlo. Non si riesce a vedere il sacerdote né il tabernacolo, e aspettarsi dai bambini un comportamento consono a una Messa sembra inutile, tenendo conto dell'anarchia trattenuta a malapena degli altri bambini assiepati nelle “retrovie”.

Mi piace molto.

Mi guardo sempre intorno in parrocchia nella Messa natalizia (e in quella pasquale altrettanto affollata) e mi meraviglio di ciò che vedo. So che ci sono persone profondamente infastidite dall'improvviso aumento di persone durante le feste principali, ma questo non mi ha mai toccato. In primo luogo perché ricordo sempre la parabola dei lavoratori in Matteo 20, in secondo luogo perché c'è un modo ben più interessante di guardare alla situazione.

Guardo la mia parrocchia temporaneamente traboccante e vedo speranza. Vedo gente che per un centinaio di motivi diversi non fa della frequentazione regolare della Messa una priorità – ma lo fa in quel giorno. Vedo gente che probabilmente entra in una chiesa solo per matrimoni, funerali e Natale. Vedo gente che non va mai in chiesa, ma che accompagna per amore i propri familiari (anche se quell'amore viene camuffato da obbligo). Guardo la mia parrocchia temporaneamente traboccante e vedo speranza. Vedo gente che, malgrado 364 giorni di assenza, riesce ancora a ritagliarsi del tempo – durante l'epoca più impegnata dell'anno – per venire e trascorrere un'ora di sudore e crampi per ringraziare Dio per il dono dell'Incarnazione. Vedo gente che, malgrado l'insano e continuo ronzio del secolarismo e del consumismo, ascolta la voce di Dio che la chiama e risponde riempiendo i banchi e le sedie pieghevoli, mettendosi di fronte alla Presenza Reale, anche solo per una Messa all'anno.

Sarebbe davvero una cosa splendida se le parrocchie fossero così piene ogni domenica. Ancora meglio, se lo fossero tutti i giorni. Ma non è questa la situazione dell'America del XXI secolo. Se quindi è così allettante guardare con severità le folle natalizie e rammaricarsi di essere relegati in fondo a una chiesa che si frequenta fedelmente, e speculare su quanto le persone che ricevono l'Eucaristia la meritino, dà molta più speranza dare a Gesù Bambino un'offerta d'amore accogliendo l'estraneo. Se aiuta, ricordate Maria e Giuseppe alla locanda. Guardate ogni persona in quella parrocchia calda e affollata come un viaggiatore affaticato che cerca rifugio, avendo seguito una stella che lo ha portato lì, da un Dio che è venuto da noi come un bambino e che viene ancora da noi sotto forma di un umile pezzo di pane.

Accogliete l'estraneo, e accoglierete Gesù Bambino stesso.

Cari Donaldson è autrice di Pope Awesome and Other Stories: How I Found God, Had Kids, and Lived to Tell the TaleHa sposato il suo amore del liceo, ha avuto sei figli con lui e ora trascorrere le proprie giornate tra la scuola domestica, la scrittura e la gestione del suo piccolo esercito di figli. Scrive su fede e vita familiare su clan-donaldson.com.

[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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