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Stati Uniti e Cuba verso la normalizzazione. Il ruolo del Vaticano

© AFP PHOTO / SABC

SOUTH AFRICA, Johannesburg : RESTRICTED TO EDITORIAL USE / NO ARCHIVES / TO BE USED WITHIN 30 DAYS FROM 10/12/2013<br /> A screengrab taken from the South African Broadcasting Corporation live feed shows US President Barack Obama (L) shaking hands with Cuban leader Raul Castro as he arrives for the memorial service for late South African President Nelson Mandela at Soccer City Stadium in Johannesburg on December 10, 2013. Mandela, the revered icon of the anti-apartheid struggle in South Africa and one of the towering political figures of the 20th century, died in Johannesburg on December 5 at age 95. Mandela, who was elected South Africa&#039;s first black president after spending nearly three decades in prison, had been receiving treatment for a lung infection at his Johannesburg home since September, after three months in hospital in a critical state. AFP PHOTO / SABC

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 17/12/14

Possibile fine dell'embargo tra i due paesi dopo 52 anni. Fondamentale il ruolo della Chiesa cattolica

Il presidente americano Barack Obama ed quello cubano Raul Castro si sono parlati al telefono nella giornata di martedì. A rivelarlo sono fonti dell’amministrazione americana. Secondo la Casa Bianca saranno intrapresi: «Passi storici per un nuovo corso», che si tradurranno in una serie di misure che allentano l’embargo su L’Avana in vigore da 52 anni (Giornalettismo, 17 dicembre)

Poco dopo la notizia della liberazione di Alan Gross, l'agenzia americana Associated Press ha annunciato che Washington e l’Avana cominceranno dei colloqui per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e per aprire un’ambasciata statunitense a Cuba per la prima volta da più di cinquant’anni. Come parte di un accordo più largo, gli Stati Uniti libereranno tre spie cubane arrestate a Miami nel 2001 (Internazionale, 17 dicembre).

Il ruolo del Vaticano
A spianare la strada per un allentamento delle tensioni tra i due paesi è il rientro negli Usa di Alan Gross, cittadino americano, che era detenuto da cinque anni a Cuba con l'accusa di spionaggio e che oggi è salito a bordo di un aereo governativo che lo sta riportando negli Usa. A giocare un “ruolo cruciale” nella liberazione "umanitaria" di Gross ci sarebbe la Santa Sede, stando almeno alle fonti dell'agenzia statunitense Dow Jones, la stessa del Wall Street Journal (Huffington Post, 17 dicembre).

Oltre alla stampa però ci sono anche i senatori americani a ribadire il ruolo del Vaticano in questo passaggio. C'è la mano della felpatissima diplomazia del Vaticano, dietro alla svolta delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba. Un risultato – questo – frutto di molti incontri discreti tra la Santa Sede e la segreteria di Stato americana guidata dal cattolico John Kerry.

Ci sarebbero addirittura indiscrezioni provenienti da fonti ufficiali statunitensi (che però chiedono l'anonimato) secondo cui sarebbe intervenuto direttamente Papa Francesco, il quale questa estate avrebbe inviato lettere separate a Barack Obama e a Raul Castro, perché risolvessero il caso di Alan Gross. Dodici mesi fa la Santa Sede non aveva menzionato Cuba tra i molti argomenti (Siria, Medio Oriente, Sud Sudan, Usa) affrontati tra Kerry e Pietro Parolin. Ma fu lo stesso Kerry, in una successiva conferenza stampa, ancora a Roma, a rivelare certi dettagli dell'incontro. Tra le altre, disse: "Ho sollevato la questione di Alan Gross e della sua detenzione e speriamo molto che essi (il Vaticano, ndr.) possano essere capaci di essere di sostegno su questo tema". Era il 14 gennaio del 2014 (RaiNews24, 17 dicembre).

The New York Times scrive oggi che questi negoziati vanno avanti da 18 mesi. Buona parte della conversazioni si sono tenute segretamente in Canada e anche in Vaticano, cosa che sarebbe accaduta recentemente. Papa Francesco, aggiunge inoltre The New York Times, avrebbe avuto un ruolo importante nella fase finale incoraggiando in tal modo la fine positiva del negoziato. Sarebbe stato il senatore democratico dello Stato dell'Illinois, Richard Durbin, secondo l'agenzia Reuters, a confermare quest'ultima informazione (Il Sismografo, 17 dicembre)

La questione Guantanamo
In questi stessi giorni – l'incontro tra Parolin e Kerry a Roma è del 15 dicembre – «Questa mattina – aveva riferito il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi – si è svolto in Vaticano un incontro fra il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin e il segretario di Stato americano John Kerry. Hanno partecipato, da parte americana, anche l’ambasciatore presso la Santa Sede e due membri dello staff del segretario di Stato, e per parte vaticana tre officiali della Curia competenti per gli argomenti trattati». Nel corso dell’incontro, della durata di un'ora «i temi principali sono stati la situazione in Medio Oriente, e l’impegno degli Stati Uniti per evitare l’aggravarsi delle tensioni e l’esplosione della violenza; inoltre l’impegno per favorire una ripresa dei negoziati fra Israele e i Palestinesi. È stato anche illustrato l’impegno degli Stati Uniti per la chiusura del carcere di Guantanamo e il desiderio di una favorevole attenzione della Santa Sede alla ricerca delle soluzioni umanitarie adeguate per gli attuali detenuti» (Vatican Insider, 15 dicembre).

E' la seconda volta, riporta Franca Giansoldati del Messaggero, che il porporato riceve il capo della diplomazia statunitense. Nel primo incontro, nel gennaio di quest'anno, Kerry e Parolin parlarono di Medio oriente, e Siria in particolare, Africa, e nello specifico il ruolo della Chiesa in Sud Sudan, ma anche di Cuba e del ruolo dei cattolici negli Stati Uniti. In particolare Kerry informò la Santa sede sulla avanzata dell’Isis, sui suoi rapporti internazionali, sul commercio di armi. Il tema mediorientale ha fatto capolino anche nel corso di questa udienza. Il Vaticano ha voluto essere informato sulla possibilità di far riprendere i negoziati tra israeliani e palestinesi. Infine hanno toccato la questione dell’Ucraina e dell’epidemia di Ebola (Messaggero, 15 dicembre)

E' assai probabile che il nodo Guantanamo fosse anche l'esito di una più ampia strategia diplomatica perché i rapporti USA-Cuba si normalizzassero, risulterebbe evidente il ruolo di mediazione del Vaticano.

Cattolici nei posti chiave
A Cuba, nell'establishment castrista, nel frattempo, è continuamente cresciuto, in questi anni, il ruolo di Eusebio Leal Spengler, cattolico. Cattolico è anche – per la prima volta da trent'anni – il segretario di Stato Usa John Kerry. E il principale collaboratore di Papa Francesco sui più delicati dossier geopolitici è un diplomatico di lungo corso come il cardinale Pietro Parolin. Che, discretamente, potrebbe avere svolto un ruolo negli sviluppi della situazione cubana (RaiNews24, 17 dicembre)

AGGIORNAMENTO
Una nota della Sala Stampa della Santa Sede dice che: “Il Santo Padre desidera esprimere vivo compiacimento per la storica decisione dei Governi degli Stati Uniti d’America e di Cuba di stabilire relazioni diplomatiche, al fine di superare, nell’interesse dei rispettivi cittadini, le difficoltà che hanno segnato la loro storia recente.

Nel corso degli ultimi mesi, il Santo Padre Francesco ha scritto al Presidente della Repubblica di Cuba, S.E. il Sig. Raúl Castro, ed al Presidente degli Stati Uniti, S.E. il Sig. Barack H. Obama, per invitarli a risolvere questioni umanitarie d’interesse comune, tra le quali la situazione di alcuni detenuti, al fine di avviare una nuova fase nei rapporti tra le due Parti. 

La Santa Sede, accogliendo in Vaticano, nello scorso mese di ottobre, le Delegazioni dei due Paesi, ha inteso offrire i suoi buoni offici per favorire un dialogo costruttivo su temi delicati, dal quale sono scaturite soluzioni soddisfacenti per entrambe le Parti.

La Santa Sede continuerà ad assicurare il proprio appoggio alle iniziative che le due Nazioni intraprenderanno per incrementare le relazioni bilaterali e favorire il benessere dei rispettivi cittadini” (Nota della Sala Stampa della Santa Sede, 17 dicembre).

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