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Benigni e l'amore per la Parola di Dio

© Public Domain

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 17/12/14

Seconda parte dello spettacolo dedicato ai Dieci Comandamenti del comico toscano

Seconda e ultima puntata de “i Dieci Comandamenti” di Roberto Benigni ieri su Rai Uno. Di nuovo grande spettacolo di parole e di suggestioni. Dopo un inizio un po' lento il toscanaccio si inoltra rapidamente alla scoperta della bellezza del Decalogo, poche battute introduttive, un monologo stavolta estremamente breve, assolutamente apolitico, solo con un rapido riferimento alle politiche del governo ("voglio ringraziare chi ci ha visto ieri sera, gli manderei un regalino, un prosciutto, un mazzo di fiori, 80 euro…") e uno a Mafia capitale ("ascolti alti perché stanno tutti a casa, chi per la crisi, chi per i domiciliari"). E poi una battuta su se stesso, per chi ha sottolineato i toni troppo religiosi della puntata di ieri: "Forse ho esagerato un po', la gente oggi mi ha fermato: chi si voleva confessare, chi mi ha chiesto se ero libero per un battesimo, c'è gente che vuole destinarmi l'8 per mille addirittura, un altro mi ha chiesto l'indirizzo della parrocchia o mi ha prenotato per la messa di Natale".

In questa seconda parte molta bellezza, ma anche qualche caduta nel qualunquismo, ma andiamo con ordine. Benigni inizia ovviamente da Quarto (va ricordato che il comico li spiega a partire dalla versione contenuta in Esodo dalla Bibbia in ebraico, che è ovviamente quella filologicamente più corretta) con una bella intuizione. Il Quarto comandamento Onora tuo padre e tua madre” è l'ultimo della prima tavola della legge, esso fa da raccordo tra i comandamenti che hanno a che fare con Dio e quelli cosiddetti “orizzontali”, che regolano i rapporti tra gli uomini. Dio è Padre, è genitore, onorare i propri genitori in Terra è anch'esso un modo di lodare il Signore, onorare i genitori è prendersi cura della loro debolezza, non far nulla che li possa far vergognare è "Amare vuol dire donare ciò che non si ha: il nostro tempo, i nostri giorni, noi stessi. Ecco il senso del quarto Comandamento." Contemporaneamente è non esserne sudditi, è non far dipendere la propria vita dalle loro scelte. Benigni ha studiato davvero per queste due serate e non banalizza (quasi) mai. Standing ovation per i nonni, vero architrave delle famiglie contemporanee…

Benigni – da oratore e affabulatore – conosce bene la forza della parola, e si accosta a quella divina con intelligenza, senza mai sottovalutare che è per l'appunto la Parola che salva o condanna egli ci ricorda che “L'assenza di Parola come radice dell'omicidio. Caino e Abele non si erano mai parlati”, tema che tornerà quando parlerà del peccato della falsa testimonianza: "Dio ha creato il mondo con le parole. La parola è la più grande arma di costruzione e distruzione al mondo". Nella parola c'è l'atto d'amore di Dio verso la Creazione e verso l'Uomo, con quello strumento, Dio non vuole che si faccia alcun male, è un dono per benedire (cioé dir bene), ma senza iprocrisia, serve ad annunciare il “vero” non le mode effimere. Ecco che “non dire falsa testimonianza” nell'epoca delle ideologie assume un significato enorme: dì, afferma, trova, non nascondere la Verità. E “Verità” è un altro modo per dire Dio.

Poi l'affondo sul settimo comandamento, non rubare: «Dio ci ha fatto un trattamento di favore – ironizza Benigni – perchè ha scritto questo comandamento proprio per noi italiani, è una norma ad personam, anzi pare lo abbia scritto direttamente in italiano. È quello al quale si obbedisce di meno, in Italia lo capiscono solo i bambini». Oggi, insiste, «essere ladri non fa più nessun effetto», eppure «vendere la propria anima è il punto più basso della storia dell'umanità». Il governo, sottolinea, «ha annunciato che con la nuova legge il ladro che viene preso deve restituire i soldi. Un'idea straordinaria, ma prima non era venuta a nessuno? L'ultima invenzione è arricchirsi impoverendo in maniera subdola gli altri, con operazioni di finanza e di borsa. E poi ci sono i falsi invalidi, gli evasori fiscali, la tassazione esagerata, l'usura, le aggressioni alla natura, i veleni sversati nella terra, l'abusivismo: sono tutti furti. Ma il più grande è non dare la possibilità di lavoro a una persona: significa rubargli l'esistenza» (Il Messaggero, 16 dicembre)

Poi, si diverte e si lascia andare al qualunquismo: 'Non commettere adulterio', dice la Bibbia, "ma la Chiesa lo ha trasformato in 'non commettere atti impuri': e ha rovinato generazioni intere di ragazzi, compresa la mia", alludendo alle prime turbe da adolescenti. "Hanno fatto diventare sesso e peccato sinonimi, "roba da fare causa alla chiesa. E invece nella Bibbia è l'opposto, il sesso è il luogo della creazione" (Repubblica, 16 dicembre).

Prosegue in modo magistrale il Benigni che spiega che “Non desiderare la roba d'altri”, è l'ultimo comandamento e il più difficile da rispettare perché non riguarda il mero possesso delle cose, ma qualcosa di più profondo. Nelle pieghe del comandamento c'è scritto in realtà “non desiderare la vita degli altri”, cioé non vivere di invidia, di piccolezze, aspettative. E' un invito a vivere pienamente la propria vita, i propri sogni, non quelle degli altri.

Infine la chiusura tra Gesù e il comandamento dell'amore “ama il prossimo tuo come te stesso” che racchiude tutti gli altri e li supera, quando Cristo ci invita ad amare addirittura i nostri nemici, e i versi – famosi e anche abusati – di Walt Whitman: «O me o vita, domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v'è di nuovo in tutto questo, o me o vita? Risposta. Che tu sei qui, che la vita esiste, e l'identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.»

Ecco tutti noi siamo chiamati a contribuire da oggi, da ieri, a contribuire alla felicità nostra e altrui, allo spettacolo del mondo, che è lo spettacolo dell'amore, con un verso, un gesto, anche piccolo, purché vero.

Molti potranno dire (giustamente) "Ma Benigni dice questo o quello sulla dottrina" ed è certamente vero, ma resta un fatto: Roberto Benigni non parla a nome della Chiesa, né di nessuna chiesa. Ha certamente studiato e tratto delle personali considerazioni sui Dieci Comandamenti, su Dio e sulla Grazia, ma restano considerazioni personali all'interno di uno spettacolo televisivo di cui ci interessa – per così dire – più l'aspetto "comunicativo", ovvero che si parli di Dio, in prima serata, senza dire delle banalità e che – sorpresa – ad ascoltarlo ci siano milioni di persone (superando se stesso, ieri 38,32% di share e oltre 10 milioni di spettatori, uno in più della prima puntata). E' questo il merito (vero) che riconosciamo a Benigni, non altro…

Tags:
dieci comandamentiroberto benigni
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