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Frate Mago, quando la fede può incantare

Frate Mago
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Sempre in giro per l'Italia a strappare sorrisi e a insegnare con le “catechesi magiche”

Mazzo di carte, foulard e l'immancabile saio da cappuccino. Si presenta così padre Gianfranco Priori, o meglio Frate Mago, un omone dalla faccia buona, da quattro anni rettore del santuario della Madonna dell'Ambro nelle Marche. Spesso ospite del salotto più famoso d’Italia, il “Maurizio Costanzo Show”, più volte nominato “marchigiano dell’anno”, ha partecipato a numerose trasmissioni televisive oltre ad aver tenuto spettacoli in Canada e in Svizzera.

Nella cornice naturale quasi incontaminata a Montefortino (in provincia di Fermo), chiamata la Lourdes dei monti Sibillini, padre Priori si esibisce davanti a gruppi di ragazzi seduti sulle pendici della collina: “Quella del prestigiatore è un'arte nobile e complessa: far stupire e sorridere chi oggi non si stupisce più di nulla, suscitare la capacità di guardare oltre vedendo tirar fuori un colore da un cappello nero, ad esempio”, ha detto in una intervista a Credere (14 dicembre). Anche perché lo stupore sembra essere diventato ormai “merce rara” anche tra i più giovani. E così li incanta con le sue “catechesi magiche: giocano con le corde e con gli anelli, che si annodano e si slegano, parlo di relazioni, riconciliazione, unità”.

“Avevo 10 o 11 anni e decisi che volevo fare il frate e anche il mago, cercando di coniugare sempre il gioco nella mia formazione”, ricorda. Nel 1978, quindi, quando comincia la sua attività sacerdotale e pastorale con i ragazzi dei campi-scuola, predica il Vangelo facendo balenare di tanto in tanto gli assi fuori dalla manica. Per anni si è poi ingegnato da autodidatta a imparare trucchi sempre diversi fino a frequentare a Bologna il Club magico italiano. Ancora oggi non si stanca mai di limare la sua tecnica, “ma se non emozioni e non tocchi il cuore del pubblico – precisa –, serve a poco: per comunicare occorre la persona, lo strumento e le cose. L'artista si serve della magia per comunicare se stesso: in un gioco, in una parola, in un colore c'è la persona; vale anche per l'omelia. Devi essere capace di far ritrovare all'altro, dentro di te, cose perdute”.

Trent'anni fa Frate Mago arrivava a sostenere anche 200 spettacoli all'anno, dagli ospedali all'aula Paolo VI in Vaticano, dalle scuole alle missioni cappuccine in Etiopia e Benin, lanciando raccolte fondi, strappando sorrisi a bambini in difficoltà, e provando a donare un pizzico di “gioia evangelica, quello che papa Francesco ci esorta continuamente a fare. L'ho incontrato a luglio dopo la Messa a Santa Marta, ha benedetto i miei giochi di prestigio: i fazzoletti e le corde colorate, un mazzo di care. E mi ha riconosciuto per quello che sono, dicendomi con un sorriso: 'Tu sei un mago! Vai'”.

“Lo scopo dello spettacolo è far credere allo spettatore che il sogno è possibile, che se fai qualcosa un miracolo può nascere”. E così padre Gianfranco non smette mai di annunciare “l'arte del sogno e dello stupore” in feste popolari e sagre, istituti religiosi, parrocchie, piazze: “Mi servo sempre della tonaca, è un segno forte di riconoscimento e identità in un mondo così secolarizzato”.

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