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Alda Merini, poetessa della maternità

© Giuliano Grittini at it.wikipedia
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Una intervista inedita rilasciata poco prima di morire schiude un senso del religioso della poetessa e una posizione decisamente antiabortista

In un pregevole articolo sul quotidiano Libero lo scorso 2 dicembre a firma Gianluca Veneziani, troviamo un ritratto inedito e molto bello di una delle massime poetesse italiane: Alda Merini. Assai distante dall'immagine patinata di figurina dei circoli radicali e libertini, ella ci appare in modo inconsueto grazie al lavoro di Antonietta De Lillo, regista del docufilm uscito a fine novembre fa nelle sale La pazza della porta accanto, prodotto da marechiarofilm in collaborazione con Rai Cinema e basato su un’intervista inedita con Alda Merini risalente al giugno 1995, viene portato nelle sale a 5 anni esatti dalla morte della scrittrice.

La Merini parla del suo «fortissimo istinto materno» ed esibisce il dolore di una madre privata dei figli, costretta a «non avere più commensali a tavola» e ad accettarne la mancanza, dopo l’internamento in manicomio. Ammette che «Se perdo la religione, perdo l’arte. La fede è la moneta più valida nella vita di un uomo, la chiave di volta. Senza di quella, l’uomo non riuscirebbe né a creare né a demolire se stesso». A questo corrisponde anche un legame col divino che riguarda anche il ruolo della donna all’interno del Creato. Per Alda Merini è assurdo tentare di modificare la natura del genere femminile, sottraendole dignità e bellezza. «Non capisco proprio il femminismo», avverte la poetessa. «La donna che vuole diventare uomo sovverte tutta la cultura passata. La donna deve essere se stessa». Parole che palesano l’enorme distanza da chi, a sua insaputa, tentò di arruolarla in campagne a favore dell’autodeterminazione della donna e del diritto d’aborto.

Tema che ci riporta ad una sua più vecchia intervista rilasciata da Avvenire nel 2008 (a firma di Lucia Bellaspiga), un anno prima della sua scomparsa, proprio su questo, quando un appello della rivista laicista Micromega l'aveva – senza permesso – iscritta come firmataria ad un manifesto proaborto. Queste le sue parole al quotidiano dei vescovi: «Mi ha telefonato una voce femminile e mi ha chiesto se sarei stata d’accordo con un appello a favore delle donne e dei loro diritti fondamentali. Ho risposto che ovviamente i diritti vanno salvaguardati, ma non ho firmato alcunché e d’altra parte mai mi sognerei di annoverare l’aborto tra i diritti. Semmai posso arrivare ad accettare che sia una dolorosa necessità in casi davvero estremi, ma figuriamoci se Alda Merini, la cui biografia è tutto un inno alla maternità, chiede la pillola abortiva libera alla portata delle ragazzine». I casi estremi, dice possono essere un figlio gravemente deforme e la disperazione della madre, «non giudico perché posso capire la debolezza umana. Ma il vero diritto di una donna è quello alla maternità: il figlio è il più grande atto d’amore e il suo mistero resta intatto. L’occasione che la madre dà al suo bambino è ogni volta un miracolo, ed è una bestemmia negare tutto questo in nome di un femminismo che è l’opposto dell’essere femmina, nel senso più alto del termine».

La Merini non risparmia critiche assai comprensibili agli uomini di Chiesa del passato per il giudizio non sempre equo sulle donne (sapendo separare le persone dall'Istituzione «questi sono gli errori degli uomini») e ribadisce che «il bambino non si può annientare, nasce da un atto di poesia. Davide Maria Turoldo, quando prese in braccio la mia prima figlia Manuela, mi disse “è la tua poesia più bella”. Queste donne se la prendono con la Chiesa, ma io dico che certi rigori invernali sono caduti o stanno cadendo, ora è primavera, tempo di mandorli in fiore. Della Chiesa si può rifiutare l’autoritarismo, non l’autorevolezza. Queste controversie su vita o morte di un figlio mi lasciano senza parole. Noi un tempo ci donavamo al nostro compagno con tutta la dedizione corpo-spirito e il bambino era una benedizione. Non so niente di pillola abortiva o del giorno dopo: non erano di moda. Le donne giovani che mettono in bocca all’anziano certe parole sbagliano, perché noi eravamo ben lontani da questo “utilizzo” del bambino. Posso soltanto dire che dopo i dolori del parto subito dimenticavo quella crocifissione per gioire della vita nuova. Non sono in grado di dare altri giudizi e sono ben lontana dal fare politica o dall’essere femminista, solo vorrei che tra uomo e donna si stabilisse quell’intesa meravigliosa che si chiama amore, in cui il figlio rappresenta la chiave della verità».  

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