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Stile di vita

Sono un omosessuale in cerca di Dio

© luxorphoto/SHUTTERST OCK

La Croce - Quotidiano | Dic 09, 2014

Lo trovo, poi fuggo e poi vengo raggiunto di nuovo, anche nei luoghi più bui

di Eliseo del Deserto

Se un tempo su Google si cercava “Eliseo del Deserto”, il primo suggerimento che usciva era “fake”, ossia “falso”, identità tarocca. Eliseo del Deserto è lo pseudonimo che uso per scrivere. Sono un blogger che ha goduto di una certa popolarità nell’estate del 2013, quando scrissi una lettera a Papa Francesco. Erano i giorni della Giornata Mondiale della Gioventù a Rio e della memorabile conferenza stampa #chisonoiopergiudicare.

Mi sentii interpellato dal pontefice, perché sono omosessuale e cerco Dio da tutta la vita, lo trovo, poi fuggo e poi vengo raggiunto di nuovo, anche nei luoghi più bui dove mi sono nascosto. Papa Francesco ci ha abituati a sentir parlare di questi luoghi, li conosco bene: sono le periferie dell’esistenza. La mia è una periferia morale, di chi non si accetta, di chi cerca di dissetare la sua sete d’amore nel sesso, di chi vorrebbe seguire Dio, ma si sente reietto. Così mi sono offerto volontario. “Caro Papa Francesco, nelle periferie dell’omosessualità ci voglio andare io, per portare la luce di Dio, prega per me!”; non ho mai ricevuto risposta, ma da quel giorno da tutto il mondo, ragazzi e ragazze, uomini e donne che condividono la mia stessa situazione, mi scrivono chiedendomi un consiglio o semplicemente un po’ di amicizia.

Non mancano quelli che non mi sopportano perché secondo loro do un’immagine falsa del mondo gay. A loro darà fastidio anche che io scriva sul giornale “La Croce”, ma non posso tacere. Sono qui per rivelarvi qual è il falso mito del mondo gay, falso a partire proprio dalla parola che lo descrive “gay”, perché non c’è serenità e nemmeno gioia vera lì. C’è bisogno di ostentare colori, lustrini e allegria proprio dove c’è solo una voragine da colmare. Un mondo che è solo apparenza perché dentro non si può stare, fa troppo male.

L’omosessualità, un argomento sempre più incandescente. Un vespaio che se non fai attenzione ti scatena addosso sciami di vespe infuriate; come successe a Guido Barilla, accusato di omofobia per aver dichiarato di voler rappresentare negli spot solo modelli di famiglia tradizionale e obbligato ad un pubblico mea culpa. Scrissi una lettera anche a lui, molto criticata, dove gli chiesi scusa a nome della comunità lgbt per le offese che aveva ricevuto.

Ma è tutto sbagliato ciò per cui lottano i movimenti lgbt? No. Se l’omofobia per esempio è un falso mito, non lo è il bullismo. Fenomeno che non è rivolto esclusivamente agli omosessuali, ma io l’ho subito, so cosa significa. Siamo d’accordo sul fatto che nelle scuole non sia lecito promuovere la gender theory, ma sono convinto però che sia necessario promuovere il valore della differenza, senza che questo vada a scapito di altri soggetti, come succede per esempio in quelle scuole dove viene tolto il crocifisso per rispetto alle altre religioni.

I cattolici hanno sempre ragione? No. L’indignazione che trasudano alcuni post su Facebook e Twitter è nauseante. Un cattolico non può scandalizzarsi, perché dovrebbe sapere che lui non è migliore degli altri. Penso sempre a santa Teresina quando scriveva che se lei non aveva peccati gravi sulla coscienza era solo perché la Misericordia di Dio l’aveva preservata e quindi si considerava comunque una grande peccatrice.

Da sempre sostengo la necessità di manifestare per la difesa della libertà di parola, per i diritti della famiglia e dei bambini; ho partecipato alle riunioni della Manif pour Tous e alle veglie delle Sentinelle in Piedi, ma credo che sia arrivato il momento di passare anche oltre. Sento cuori sempre più induriti, arrocati su ideali sempre più simili a ideologie che ci portano lontano dalla speranza e dall’amore che invece dobbiamo inseguire e testimoniare. In alcuni casi non trovo più nessuna differenza tra militanza lgbt e militanza cattolica. Proprio in questi tempi in cui il Papa vuole rinnovare il volto della Chiesa, dobbiamo anche noi cambiare atteggiamento. Scusate la banalità dell’espressione, ma dobbiamo essere più simpatici! Dobbiamo soprattutto ritornare a sperare, anche in questo tempo in cui sembra che tutto stia crollando.

Vorrei concludere questa mia presentazione con le parole che Elliot fece pronunciare a Tommaso Becket nella sua sacra rappresentazione “Assassinio nella Cattedrale”. Parole che danno senso anche al mio desiderio di scrivere su un quotidiano che ha un titolo impegnativo: “La Croce”. L’arcivescovo Tommaso Becket rimproverando i sacerdoti che volevano chiudere le porte della cattedrale di Canterbury per difenderlo dai nemici che lo volevano uccidere dice: “Togliete le sbarre dalla porta (…) La Chiesa deve essere aperta, anche ai nostri nemici” “Non sono qui per trionfare con la lotta, con lo stratagemma, con la resistenza, non sono qui per combattere contro bestie che hanno l’aspetto di uomini. Io ho già combattuto la bestia e sono uscito vincitore. Ora c’è solo da vincere, con la sofferenza. È questa è la vittoria più facile. Ora è il trionfo della Croce, ora aprite la porta.”

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