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Vaticanismo, non “vaticinismo”, chiedono gli esperti

Jeffrey Bruno
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In un incontro organizzato da "Vatican Insider", con la partecipazione del cardinale Parolin e padre Spadaro

L’esplosione d’informazione e delle reti sociali richiede una informazione religiosa affidabile, non “urlata”. Questo è particolarmente importante per i “vaticanisti”, che con frequenza cadono nella trappola del “vaticinismo”. 

Questa è la conclusione alla quale sono arrivati esperti e rappresentati della Chiesa nei loro interventi all'incontro promosso il 5 dicembre a Roma da "Vatican Insider", in occasione dell'avvio delle pagine in lingua cinese e araba di questo sito informativo. 

Cardinale Parolin: superare il “gossip ecclesiastico”
Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ha chiuso il convegno offrendo la sua visione sull’informazione religiosa oggi. 

“Personalmente vedo che oggi siamo travolti da una valanga continua di parole, messe in forma di materiale informativo, che però spesso non ci aiutano a informarci, cioè a guardare e conoscere la realtà per quella che è, ma piuttosto finiscono per nasconderla, o, peggio, servono per manipolare i pensieri degli altri a partire dai propri pregiudizi ideologici”, ha spiegato Parolin.
 
“Eppure credo che ci siano anche tanti fattori in atto che possono favorire una informazione buona e utile, anche intorno alla Chiesa ― ha aggiunto ―. A partire da una curiosità sincera e non prevenuta per il ‘fenomeno’ ecclesiale”.
 
Il cardinale Parolin ha valorizzato il contributo di "Vatican Insider" perché è promosso dal giornale torinese “La Stampa”, “con una grande storia segnata anche da una certa fierezza della propria laicità”. 

“È la prova – ha sottolineato – che la laicità non è di per sé sinonimo di pregiudizio e ostilità nei confronti del fatto cristiano. E forse a volte proprio uno sguardo da una visuale ‘laica’ aiuta a cogliere tratti della natura e dell'azione della Chiesa in maniera perspicace e originale”.
 
Riconoscendo il lavoro fatto da "Vatican Insider", il porporato ha considerato “un’impresa ardita, anche soltanto dal punto di vista giornalistico, provare a raccontare la Chiesa senza descriverla come una specie di marchingegno programmato, o come una sequenza di operazioni umane, da giudicare come buone o sbagliate a seconda dei propri pregiudizi”. 

“Confrontarsi con questa impresa forse non è funzionale a fare gli articoli un po’ ‘urlati’ che fanno chiacchierare, ma può essere certo più entusiasmante che appiattire tutto negli stereotipi prevalenti, o buttarsi sul gossip ecclesiastico”, ha concluso il segretario di Stato.

All’incontro ha partecipato anche padre Antonio Spadaro S.I., direttore della rivista La Civiltà Cattolica, per analizzare “le sfide dell'ambiente digitale all'informazione religiosa”.

“C’è un vaticanismo che rischia di essere un ‘vaticinismo’, una palestra di vaticini, di predizioni, antiveggenze spesso fondate su dietrologie”, ha riconosciuto.

“L’informazione religiosa ―ha chiarito il gestuita ―, non è qualcosa che vive di fluidi separati, non è il bollettino di uno zoo né si può ridurre al vaticanismo. L’informazione religiosa fa parte integrante della conoscenza della realtà che riguarda la vita dell’uomo: è cronaca e commento di fatti umani che toccano potenzialmente tutti”.

Nel nuovo contesto delle reti sociali, ha spiegato il sacerdote gesuita, “comunicare dunque non significa più ‘trasmettere’ ma ‘condividere’. Questo ha una conseguenza: la semplice ‘credibilità’ dell’informazione oggi lascia il posto alla necessità di una informazione ‘affidabile’. L’affidabilità è un concetto più relazionale di credibilità, legato alle persone oltre che all’oggetto. Non si tratta solo di dire cose credibili ma di essere testimoni di una visione affidabile degli eventi. Il giornalista è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica”.

Parlando dell’interesse creato da questo Papa, padre Spadaro ha chiarito che “il Pontificato di Francesco non ha bisogno di ermeneuti: il suo messaggio arriva senza necessità di mediazioni o di spiegazioni che lo rendano fruibile”. 

“La stessa comunicazione di Francesco è diretta: non ha bisogno di mediatori ma semmai di accompagnatori. E per accompagnare gli eventi non si può fare solo il mestiere dello scriba che è seduto al tavolino o bivacca nella Sala Stampa. Bisogna toccare, vedere, sentire… ‘uscire’ insomma. Come c’è una Chiesa in uscita e in frontiera, così c’è un giornalismo in uscita, di frontiera. Occorre avere idee ma anche esperienza. La Rete non basta a se stessa altrimenti diventa una ‘filtered bubble', come l’ha definita Eli Pariser, una bolla filtrata”.

Padre Spadaro ha invitato i giornalisti a evitare quella che Jorge Bergoglio definiva oltre 30 anni fa la “spiritualità dello struzzo”, “che consiste nel voler nascondere la testa chiudendosi o in una ‘bottega di restauro’, come vorrebbero i tradizionalisti, o in un ‘laboratorio di utopia’ progressista”. 

“Bisogna infatti essere consapevoli che nella Rete si esprime e grida in maniera stridula una ‘pancia’ fatta di espressioni a volte aggressive e polemiche. Lo abbiamo visto sotto Benedetto XVI, lo vediamo sotto Francesco, in maniera differente. Ci sono siti e blog che attaccano il Papa, la vita della Chiesa, il suo impulso missionario. A volte con toni ossessivi. La rete dunque diventa cassa di amplificazione di questi rumori”.

La sfida dei giornalisti, ha concluso padre Spadaro, “è quella di fare il loro mestiere con etica semplicità, cioè ‘sine plica’, senza piega, anche in un ambiente difficile”.

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