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Papa Francesco e Bartolomeo I: campioni di ecumenismo

© CTV / Youtube

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 05/12/14

Monge (Centro interr. Istanbul): “con parole e gesti spezzano lo stallo del dialogo tra i teologi. Il peso del passato non può schiacciare il futuro”

Una settimana fa iniziava il viaggio di papa Francesco in Turchia per visitare il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, in occasione della solennità di S. Andrea apostolo, patrono del patriarcato. Un viaggio, come ha sottolineato lo stesso pontefice al suo ritorno, nel quale i due responsabili della chiesa latina e della chiesa ortodossa, hanno rinnovato l’impegno reciproco a proseguire sulla strada verso il ristabilimento della piena comunione. Una volontà espressa non solo a parole, ma anche attraverso i gesti, come sottolinea padre Claudio Monge, responsabile del Centro di documentazione interreligiosa dei domenicani di Istanbul.

Quale bilancio si può trarre dalla visita in Turchia?

Monge: Credo che il vero peso specifico di questa visita possa cogliersi nei due discorsi durante la Divina liturgia di domenica 30 novembre. La comunione con le chiese ortodosse offerta da papa Francesco “senza condizioni” se non la professione della fede comune, è spiazzante. E anche le parole di Bartolomeo I – “a che serve la fedeltà al passato se il mondo intorno a noi brucia” – hanno l’effetto di una “bomba” rispetto a ogni tradizionalismo sterile. A questo si aggiunge il gesto straordinario della richiesta di benedizione – “su di me e sulla chiesa di Roma” – di Francesco e il bacio e l’abbraccio di Bartolomeo I: gesti forti attraverso i quali si dice tutto ciò che non è stato detto parlando.

Quanto potrà influire tutto questo sul dialogo ecumenico tra le chiese?

Monge: I due leader religiosi mi danno l’impressione di due campioni “in fuga” che staccano di molto i loro gruppi. Attraverso il loro impegno personale hanno spezzato lo stallo in cui si trova in questo momento il dialogo ecumenico tra teologi. Si tratta di un seme affidato all’azione dello Spirito. Un invito alle rispettive comunità a seguirli su strade più coraggiose e anche ai cristiani di queste terre ad essere protagonisti, uscendo dal ripiegamento cui può portare la condizione di minoranza. Senza spina dorsale, si rischia di sviluppare il guscio ritirandosi in atteggiamenti vittimistici.

Bartolomeo ha sollevato il problema di un passato che non apre alla visione del futuro. Esiste un peso particolare della storia – pensiamo al freno costituito dalla diaspora armena sul processo di riconciliazione della memoria tra armeni e turchi oppure ai disegni di neo-ottomanesimo che agitano la politica turca – in queste terre, sia nella chiesa che nella società?

Monge: Il peso del passato è importante. E’ un motivo che torna, tra l’altro, nella letteratura con autori – per esempio il premio Nobel, Orhan Pamuk – che insistono molto sulla ricerca identitaria propria dei turchi, intendendo con turchi gli abitanti di queste terre, non solo i musulmani, ma anche i cristiani orientali. Sono sempre un po’ in bilico tra un passato che non è più e dal quale si vuole, per certi versi, prendere le distanze, e un futuro che non è ancora, senza sapere bene cosa si è nel presente. L’influenza dei cristiani della diaspora – che hanno un peso economico, ma spesso non capiscono i problemi delle minoranze in luoghi dove non abitano più – sarà determinante, nei prossimi anni, per queste comunità orientali. Potrà diventare un volano per rinnovarsi in modo radicale, oppure una dimensione che schiaccia, perché non più “parlante” e pertinente rispetto a ciò che vivono le minoranze in questi luoghi. Nessuno vuole sminuire le ferite della storia, non si tratta di negazionismo rispetto a ciò che è stato. Nello stesso tempo, però, in una dimensione evangelica e di fede, il cristiano sa anche bene che, come ha detto Cristo, non sono i sani ma gli ammalati, ad aver bisogno di guarigione. Le ferite bisogna volere lasciarle guarire e, in questo processo, essere capaci di costruire futuro. C’è qualcosa di “perverso” nel rinchiudersi nella memoria passata, quasi una dichiarazione di impotenza circa la capacità di costruire il presente e il futuro. La chiusura è una grave tentazione.

Esistono dei segni di una inversione di tendenza?

Monge: C’è un segno di natura statistica ed irreversibile dal punto di vista culturale: le giovani generazioni non accettano più di rientrare in un rapporto statico con la memoria che viene ripresentata senza capacità di aprire futuro. I giovani sono, semplicemente, in opposizione: uno dei problemi con la diaspora, infatti, e anche nella vita di queste comunità, è il rapporto tra le generazioni. Quando, come accade più spesso che in passato, si sposa un partner che non è della propria etnia, si comincia a guardare il mondo e la propria realtà con sguardi diversi e cambia anche il rapporto con la propria storia. Non significa “oblio”, ma non chiudersi per l’eternità nello scacco della sofferenza storica. Il che significherebbe rifiutare l’idea che Cristo può guarire.

In questo processo si può scorgere un effetto positivo della globalizzazione?

Monge: Sicuramente. Però è necessario tornare a fare formazione in modo molto serio – penso alle comunità cristiane e al prendere in mano la storia per costruire il futuro -, altrimenti la globalizzazione può, per certi versi, spazzarci via. Quando, infatti, un elemento che ha caratterizzato la tua appartenenza religiosa per decenni o secoli, di fatto, non solo non è messo in discussione, ma non trova alternative, il rischio è di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. In altre parole, se il riferimento etico-storico-religioso non è più parlante, butto via la fede in quanto tale perché questo messaggio non mi dice niente. Oggi – lo ha ricordato Papa Francesco nel suo terzo “grido” nell’intervento al Fanar – la questione dei giovani è imperativa. Sono cercatori di senso, ma spesso non lo cercano più nella fede perché non siamo capaci di offrire una proposta di fede vivace.

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