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Monastero francescano a Firenze dichiarato “Casa di vita”

© Public Domain

Jesús Colina - Aleteia - pubblicato il 03/12/14

Come riconoscimento all’eroismo delle religiose che rischiarono la vita durante i rastrellamenti del nazismo

“Casa di vita” (“House of life”). E' questo il riconoscimento che si legge in una targa commemorativa esposta da pochi giorni nel monastero delle Suore Francescane Missionarie di Maria a piazza del Carmine (Firenze).

Il riconoscimento è stato attribuito dalla Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg per l’aiuto offerto dalle religiose di questa comunità a tante donne e bambini, durante le retate naziste avvenute esattamente 71 anni fa.


Dopo aver portato a termine il rastrellamento e la deportazione ad Auschwitz di 1.022 ebrei romani, i nazisti risalirono rapidamente la penisola italiana per effettuare analoghe retate a sorpresa nelle principali città.

Fu subito presa di mira Firenze che pagò il suo atroce tributo alla Shoah subendo due rastrellamenti, il 6 e 26 novembre 1943.

Con l’incalzare delle persecuzioni, saputo che i tedeschi avevano richiesto gli elenchi di tutti gli ebrei fiorentini, il Comitato di assistenza ebraico, allestito dal giovane rabbino capo di Firenze Nathan Cassuto, d’intesa con Matilde Cassin, decise di rivolgersi all’arcidiocesi di Firenze. I primi contatti avvennero tramite Giorgio La Pira.

L’arcivescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa, subito incaricò il parroco di Varlungo don Leto Casini e il padre domenicano Cipriano Ricotti di coadiuvare il Comitato di assistenza ebraico per mettere al sicuro i profughi ebrei nei vari monasteri e istituti religiosi della diocesi.

Seguendo le direttive del cardinale, oltre ventuno conventi e istituti religiosi (senza contare le parrocchie) aprirono le loro porte offrendo rifugio a oltre 110 ebrei italiani e 220 stranieri.

Le suore Missionarie di Maria in piazza del Carmine risposero all’appello. Ottanta mamme con i loro piccoli vennero accolte. Si nascosero tra le stanze del convento. In silenzio. Nel reciproco rispetto delle usanze religiose, convissero e condivisero gli stessi spazi.

Tra le donne accolte si trovava la moglie del rabbino capo di Genova, Wanda Abenaim Pacifici. Il tutto grazie al coraggio della madre superiora, suor Ester Busnelli, riconosciuta Giusta tra le Nazioni dallo Yad Vashem nel 1995.

I suoi due figli furono accolti una notte e il giorno dopo furono nascosti in un altro monastero toscano perché in quello delle suore Francescane c’erano solo donne.

Le sorelle di Piazza del Carmine rischiavano la vita in ogni momento. Sapevano bene che i tedeschi non tolleravano chi aiutava gli ebrei, a cui erano destinate le camere a gas. Due mesi vissuti in punta di piedi. A volte nascosti nelle cantine. Con la paura di un’irruzione. Di una spiata. Di essere travolti dalla furia nazista.

Poi arrivò la notte della razzia. Quella notte del 27 novembre, verso le 3 del mattino, una pattuglia di circa trenta SS, coadiuvati dai miliziani fascisti, ispezionarono il convento. Stanza per stanza, gridando in tedesco: “Alzatevi!”. La maggior parte di quelle donne e i loro figli vennero trovati e portati nel grande salone del teatro.

Una ragazza (Lea Lowenwirth-Reuveni) si offrì come interprete in tedesco e francese e riuscì a liberarne parecchie facendo credere ai nazi che erano donne ungheresi senza documenti. In totale, si salvarono una trentina di donne e bambine.

Nella confusione generale, una donna venne catturata da un SS. Lei stava con suo figlio, Isacco. In un gesto estremo, lasciò cadere il suo bambino ai piedi di una suora, senza che i tedeschi se ne rendessero conto. La suora prontamente nascose il bambino sotto le sue gonne, salvandogli la vita. Quel bambino, oggi è un padre di famiglia in Israele.

Le donne deportate furono prima recluse nelle carceri fiorentine e poi trasferite a Verona. Vennero infine istradate verso il campo di Auschwitz-Birkenau da dove non fecero più ritorno. In quel luogo di sterminio Wanda raggiunse suo marito, il rabbino Riccardo, dove i due persero la vita. Il loro nipote, figlio del bambino salvato dalle suore, si chiama Riccardo, ed è oggi il presidente della Comunità Ebraica di Roma.

Nella cerimonia di consegna della targa che ricorda l’opera delle Suore Francescane di Firenze, il 19 novembre hanno partecipato la religiosa che ha succeduto madre Ester, suor Vera Pandolfi, il rabbino capo di Firenze, Joseph Levi, e la presidente della Comunità ebraica fiorentina Sara Cividalli, i cui cari furono nascosti a poche decine di metri dall’istituto.

“Questa manifestazione è un monito che ci serve per il presente – ha spiegato il rabbino Levi –. Noi dobbiamo continuare a riflettere e divulgare una cultura che educa e che riesce a creare un altro tipo di umanità. Ci possono essere conflitti, disaccordi, ma non ci debbono mai portare a questa possibilità di andare oltre il limite dell’uomo. Questo è successo nella Shoah. La violenza è stata legittimata con mille motivi. Questo non deve accadere più. E noi stiamo qui a mandare questo messaggio all’umanità intera: tutti, credenti in tutte le religioni”.

La Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg esorta a condividere informazioni attendibili su altre “Case di vita” sia via e-mail (irwf@irwf.org), che per telefono contattando le varie sedi dell'istituzione:

New York: 212-7373275
Gerusalemme: + 972-2-6257996
Buenos Aires: + 54-11-43827872
Per ulteriori informazioni,
http://www.raoulwallenberg.net

Tags:
ebreishoah
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