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Santità nell’infanzia: tre testimonianze sorprendenti

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Revista Misión - pubblicato il 01/12/14

Dolorose malattie mortali offerte per assassini e per le missioni, fedeltà a Gesù fino alla fine

L'unico bambino canonizzato dalla Chiesa è San Domenico Savio. È stato Pio XII a elevarlo agli altari, ponendo così una pietra miliare nell'agiografia, ma è stato necessario che passassero 30 anni perché San Giovanni Paolo II aprisse nuovamente le porte della santità ai bambini.

Con le beatificazioni di Laura Vicuña e dei pastorelli di Fatima si risolvevano gli ostacoli principali che i bambini incontrano nel loro cammino verso la santità: la possibile mancanza di maturità e la tenera età che impedisce la dimostrazione nel tempo delle virtù eroiche.

La vita di tre bambine di Madrid (Spagna), già proclamate venerabili, segue i passi di questi bambini già riconosciuti come beati e santi.

“Come sei buono, Gesù!”

Un tumore all'orecchio scatena il calvario di Mari Carmen González Valerio. È il 6 aprile 1939 quando questa bambina di appena nove anni annota, con gli errori ortografici propri della sua età, “Mi sono donata nella parrocchia del Buon Pastore”. 

Questo evento viene preso sul serio in Cielo, afferma Javier Paredes, autore del libro Al cielo con calcetines cortos (San Román, 2014), perché 15 giorni dopo si manifesta la malattia.

I familiari di Mari Carmen affermano che non ha mai detto a chi si era donata, ma una volta manifestata la malattia offriva tutti i suoi dolori per la conversione degli assassini di suo padre, fucilato all'inizio della Guerra Civile.

Il tumore le deformò il volto, le trapanarono l'orecchio e la ferita non cicatrizzò per la setticemia.

A questo vanno aggiunte le innumerevoli iniezioni che riceveva ogni giorno (fino a 20), il che le provocò la flebite e dolori insopportabili al minimo attrito con le lenzuola.

Mari Carmen non smetteva però di esclamare: “Quanto sei buono, Gesù, quanto sei buono!” E ogni volta che la madre la invitava a pregare perché Gesù la guarisse, lei rispondeva: “No, mamma, io chiedo che si faccia la sua volontà”.

Questa bambina non mostrò segni di santità solo durante la malattia; fin da molto piccola spiccavano in lei la purezza, la carità e l'amore per la verità, virtù che difese sempre con fermezza.

Pilina “la Brava”

María del Pilar Cimadevilla y López Dóriga era nata nel febbraio 1952 a Madrid. Aveva occhi grandi come il suo temperamento, per cui i suoi fratelli la chiamavano “la Brava”.

Magali, la terza dei Cimadevilla, sottolinea che Pilina era una bambina normale di una famiglia normale in cui si manifestò la Grazia in modo speciale, nel suo caso attraverso la malattia di Hodgkin.

“A mia sorella si è rotta letteralmente la testa!”, ha esclamato Magali. La malattia le indebolì le ossa a tal punto che la morte arrivò dopo la rottura delle vertebre cervicali.

In ogni momento, però, Pilina, a 9 anni, mostrava grande gioia perché avrebbe incontrato Gesù. Sua madre aveva trasmesso questo amore straordinario sia a lei che ai suoi fratelli, ma in lei era diverso.

Magali ricorda che mentre sua sorella adorava in ginocchio Gesù Sacramentato, lei si dedicava a spegnere le candele della chiesa.

Un'importante missione aspettava Pilina; è stata suor Gabriela – una delle infermiere che la assistette – a offrire la chiave per comprendere la sua malattia: “Ti farà un po' male, ma tu offri la puntura e io il lavoro, così aiutiamo le missioni”, e la suora le propone di essere malata missionaria.

Da quel giorno, Pilina offrì i suoi dolori per i missionari e per la conversione degli infedeli, finché nove mesi dopo chiese che le aprissero le finestre perché il Bambino Gesù veniva a prenderla.

“Che io faccia ciò che Tu vuoi”

“Alexia adorava vivere!”, esclama suo fratello Alfredo nel documentario Alexia (European Dreams Factory, 2011).

Le piaceva ballare, dipingere, giocare… “le cose normali” per una ragazzina della sua età, come ricordano le sue insegnanti della scuola Jesús Maestro di Madrid; “la differenza è che aveva una pietà molto grande”.

Nella cappella del centro ancora risuona la preghiera che ha accompagnato Alexia durante i suoi 14 anni di vita: “Gesù, che io faccia sempre ciò che Tu vuoi”.

Aveva una grandezza spirituale insolita per la sua età; Javier Paredes parla di tre forze che la spingevano al Cielo: lo Spirito Santo, l'ambiente cristiano della sua famiglia e la sua libertà.

Senza di esse non avrebbe potuto rispondere come fece di fronte alla morte. Nel 1984 ebbe dei forti dolori alla spalla che tardarono a ricevere una diagnosi, che alla fine fu di un tumore che le aveva fratturato la spalla.

Una bambina come Alexia, che dimostrava in ogni momento un immenso amore per Gesù, è il bersaglio perfetto per il demonio, che cercò di strapparle la fede all'ultimo momento.

Un esorcista ha raccontato in una lettera che fece arrivare alla famiglia González-Barros che durante una delle sessioni, quando cadde dal messale l'immagine di Alexia, la persona indemoniata gridò oltre misura.

Il sacerdote le chiese il motivo e “con voce cavernosa Satana diede la sua risposta: 'Nonostante le abbia offerto ciò le ho offerto, ha preferito Lui a me'”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
santi e beatitestimonianze di vita e di fede
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