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Papa Francesco: “Volevo andare in un campo profughi”

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Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 01/12/14

Il direttore di Caritas Turchia, Marmara: "Bisogna aumentare gli aiuti"

La preoccupazione per le vittime dei conflitti in Medio Oriente e i profughi non abbandona mai papa Francesco che vi ha fatto riferimento più volte anche nei discorsi ufficiali della visita in Turchia ed è stato uno dei temi della Dichiarazione comune finale firmata ieri al Fanar insieme al Patriarca ecumenico Bartolomeo I.

Sull'aereo di ritorno in Italia Bergoglio ha confermato ai giornalisti che sarebbe stato suo desiderio sia andare in Iraq – "Ho parlato col patriarca Sako. Per il momento non è possibile. Se in questo momento andassi si creerebbe un problema per le autorità, per la sicurezza" – che in un campo profughi, ma "ci voleva un giorno in piu' e non era possibile per tante ragioni, non solo personali".

Un desiderio, quest'ultimo, di cui aveva parlato qualche ora prima nell'incontro con i ragazzi che frequentano la scuola dei Salesiani a Istanbul, un centinaio tra bambini e adolescenti, in rappresentanza dei 600 che frequentano l'istituto, molti dei quali rifugiati dalla Siria e dall'Iraq e anche del Corno d'Africa. A questi ragazzi che non possono frequentare le scuole pubbliche perchè non conoscono il turco, i salesiani offrono un'istruzione in arabo ma anche nelle lingue dei paesi occidentali a cui poi è molto probabile che chiederanno asilo le loro famiglie. Non a caso, il canto che hanno eseguito in onore di papa Francesco alternava strofe in spagnolo e inglese per finire con l'arabo.

Rivolgendosi ai giovani il papa ha definito "intollerabili" le condizioni degradanti in cui tanti profughi devono vivere, spesso privi, a volte per lungo tempo, di beni primari come un'abitazione dignitosa, l'assistenza sanitaria, l'educazione, il lavoro. "I profughi come voi – ha aggiunto – hanno dovuto abbandonare non solo realtà materiali – ha aggiunto -, ma soprattutto la libertà, la vicinanza dei familiari, il loro ambiente vitale e le tradizioni culturali". Per questo Bergoglio ha lanciato "un appello" affinchè ci sia "una maggiore convergenza internazionale volta a risolvere i conflitti che insanguinano le vostre terre di origine, a contrastare le altre cause che spingono le persone a lasciare la loro patria e a promuovere le condizioni perchè possano rimanere o ritornare". E ai ragazzi, dopo la testimonianza drammatica di una giovanissima irachena, ha detto: "Cari giovani non scoraggiatevi, è facile dirlo, ma fate uno sforzo per non scoraggiarvi".

Sull'aereo di ritorno a Roma, Bergoglio ha colto ancora una volta l'occasione per ringraziare il governo turco, che "è generoso con i rifugiati". "Sapete che cosa significa – ha detto ai giornalisti – pensare alla salute, all'alimentazione, a un letto, a una casa, per un milione di rifugiati?".

Si tratta, infatti, di un problema rilevante che provoca non poche ripercussioni sulla società turca. Prima dell'arrivo del pontefice, ha suscitato grande impressione in Turchia la foto pubblicata dal quotidiano Hüryet che mostra un bambino, un piccolo profugo vestito con abiti estivi, avvicinare le mani al radiatore di un autobus per scaldarsi dal freddo intenso di fine novembre.

"Sarebbero necessari cappotti per molti bambini", conviene il direttore di Caritas Turchia, Rinaldo Marmara, che sa bene come sia estesa la necessità di beni primari. Il governo turco dà assistenza ai fuoriusciti da Siria e Iraq soprattutto nei campi profughi – 20 o 22 – allestiti vicino alle frontiere, e in modo più occasionale ai circa 300 mila arrivati a Istanbul e sparsi nei 45 distretti dell'enorme metropoli. "Hanno la possibilità di accedere all'assistenza medica negli ospedali – spiega Marmara – ma devono provvedere da soli alle medicine". Gli studenti che hanno il passaporto possono frequentare le scuole. La Caritas fa quello che può, in base ai finanziamenti che riceve per progetti specifici: distribuzione di viveri, medicine, vestiti, anche materiale per la pulizia delle case, spesso alloggi molto fatiscenti.

I profughi dell'area mediorientale non sono l'unico problema. "Oltre a siriani e iracheni – spiega Marmara – ci sono anche molti lavoratori irregolari provenienti dai paesi dell'ex Unione sovietica. Sono più inseriti nel tessuto quotidiano della società turca rispetto ai profughi, ma senza documenti risultano invisibili, senza diritti, e i datori di lavoro ne approfittano riguardo agli orari e alle retribuzioni". I siriani sono più difficili da ignorare, perchè sono tanti, grandi famiglie con molti bambini, ma non ci sono solo gli aspetti negativi dell'affollamento e della necessità di assistenza ai più bisognosi, perchè tanti hanno portato con sè le proprie attività lavorative e danno un contributo dell'economia. Essendo per lo più musulmani sunniti, è più facile per loro sentirsi non a disagio in un Paese con il 98% di popolazione musulmana, di cui il 68% sunnita.

"Quelli che proprio non riescono a vedere il loro futuro in Turchia – conclude Marmara – sono i cristiani fuggiti da Iraq e Siria: non vogliono stare in un altro paese musulmano dopo il loro e desiderano a trasferirsi nei paesi occidentali. Speriamo che valga per tutti loro l'auspicio di papa Francesco".

Nella visita alla Moschea Blu, ha raccontato ancora Bergoglio ai giornalisti sull'aereo papale: "Ho pregato per la Turchia, per la pace, per il Muftì, per tutti, per me, che ne ho bisogno. Ho pregato davvero e ho pregato per la pace soprattutto: 'Signore, finiamola con le guerre".

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