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Nel 2030 un mondo senza HIV?

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Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 01/12/14

Nella giornata mondiale per la lotta all'AIDS l'Italia si sveglia in cima alle classifiche dell'Europa e con una strategia tutta da ripensare

"Entro il 2030 l'Aids si può debellare". È questo l'obiettivo e la prospettiva che emerge dalla giornata mondiale contro l'Aids da parte delle organizzazioni internazionali.

Secondo i dati resi noti da Unaids, programma delle Nazioni Unite sull'Aids, hanno perso la vita a causa del virus 1.5 milioni di persone nel 2013 ed oltre due milioni di individui sono stati contagiati. Tuttavia occorre considerare che proprio nell'ultimo decennio sono stati fatti enormi progressi: "Circa dodici anni fa il tasso di copertura della terapia antiretrovirale salvavita era del 2%, oggi siamo arrivati quasi al 60%", sottolinea il rapporto.

Chi sono i più a rischio?
Nel mondo – come al solito – a soffrire di più sono i bambini. Il motivo è la cronica mancanza di accesso alla terapia e nel 2013, circa il 60% delle nuove infezioni tra i giovani della fascia d'età 15-24 anni è stato contratto da donne.

A questo si aggiunge il dramma dell'infezione verticale, cioè quella madre-figlio. «La trasmissione verticale rappresenta la principale via di contagio dell’infezione da Hiv in età pediatrica. Dal 2009 al 2012 il numero di nuove infezioni tra i bambini è diminuito del 40% grazie ai servizi di informazione e alla distribuzione di farmaci antiretrovirali. Nei distretti dove portiamo il nostro aiuto, la percentuale di siero-prevalenza è scesa negli ultimi 6 anni dal 23 al 13%», spiega Giangi Milesi, presidente Cesvi, organizzazione umanitaria attiva da 13 anni in Africa. La strategia nata dall’esperienza sul campo prevede strutture di accoglienza e lotta all’esclusione sociale per gli orfani dell’Aids. E’ necessario incrementare le attività di prevenzione dirette alle donne incinte, garantire l’accesso ai farmaci antiretrovirali, potenziare l’informazione. «Esistono forme di stigmatizzazione e discriminazione nei confronti dei malati di Aids, i quali talvolta preferiscono non conoscere la propria condizione. Laddove esiste lo stigma, esiste la più potente barriera alla prevenzione dell’Hiv», conclude Milesi. Liberare il mondo dall’Aids non è però impossibile. Si può fare, squarciando innanzitutto il velo di silenzio calato sull’epidemia (Corriere della Sera, 1 dicembre).

Nelle aree di guerra poi, la situazione è disastrosa, per la difficoltà di ottenere i medicinali o di poterli usare con la frequenza appropriata . Si pensa comunemente che il tasso di sieropositività nei paesi instabili sia basso, ma in realtà esistono sacche di infezione e contagio dove l’HIV e l’AIDS affliggono fino al 10 percento della popolazione. Nel frattempo, la distribuzione di farmaci antiretrovirali (ARV) in queste circostanze non supera il 20 percento, poiché l’assistenza sanitaria in queste zone è ostacolata da mille difficoltà (Corriere della Sera, 1 dicembre).

In Italia vivono circa 100 mila persone con l'Hiv o l'Aids.
Questa è una stima al ribasso purtroppo, che non comprende coloro che sono inconsapevoli dell'infezione, cioè Hiv-positivi ma privi di diagnosi e all'oscuro del proprio stato di sieropositività. Secondo gli esperti a questa quota di malati “noti”, è possibile aggiungere una forchetta che può variare dal 13% al 40% e, considerando queste stime quindi, il numero dei viventi con Hiv o Aids in Italia potrebbe variare da 108 mila a 156 mila. La modalità di trasmissione più frequente è quella eterosessuale (37%) mentre i consumatori di sostanze per via iniettiva sono il 28% e gli uomini che hanno rapporti omosessuali rappresentano “solo” il 27% del totale, che ci fa dedurre che – purtroppo – è una malattia molto presente nella comunità omosessuale (Avvenire, 1 dicembre).

Bugchasing: una nuova inquietante pratica
Poco più di una settimana fa, il programma Le Iene si è occupato di un fenomeno di cui forse pochissimi erano a conoscenza e che ha suscitato reazioni indignate e in certi casi anche turbate da una pratica tanto rischiosa per se stessi e per gli altri. Si tratta del bugchasing: la deliberata volontà di contrarre il virus dell’HIVattraverso rapporti sessuali non protetti con persone sieropositive.

Come spiegato nel servizio di Nadia Toffanel questa è una pratica sessuale che sarebbe (il condizionale è d'obbligo) prevalentemente diffusa tra gli omosessuali che consisterebbe nel cercare di contrarre il virus dell’immunodeficienza umana (HIV) da persone infette. Per favorire questo “scambio” esistono addirittura comunità online dove chi chi vuole diventare sieropositivo (il bug-chaser) può conoscere persone contagiate (i gift-giver, donatori) disposte ad avere rapporti sessuali senza preservativo per trasmettere il virus.

Cosa spinge una persona a fare una scelta del genere? Nel servizio vengono intervistati diversi uomini le cui risposte sono piuttosto diverse tra loro: c’è chi dice di cercare il contagio «perché affascinato» da quella che viene vista come una trasgressione, ma le motivazioni sono spesso ancora più complesse. C’è chi, paradossalmente, vuole diventare sieropositivo per «smettere di avere paura del contagio» e poter avere rapporti sessuali più liberi e appaganti con persone a loro volta sieropositive, senza dover utilizzare il preservativo (Giornalettismo, 27 novembre).

Preservativo sì o no? Educazione alla relazionalità semmai…
Riprendendo un vecchio articolo da noi pubblicato proprio su questo tema scopriamo che in Africa: “Massicce quantità di condom sono state introdotte, si sosteneva a scopo “umanitario”, nei Paesi africani più colpiti dall’epidemia. Eppure gli effetti sperati non si sono visti, anzi in molti casi il problema si è aggravato: così, ad esempio, in Camerun dal 1998 al 2001 sono aumentati da 6 a 15 milioni i condom venduti e nello stesso tempo la diffusione dell’HIV tra la popolazione è triplicata. I soli Paesi che hanno registrato un miglioramento, invece, sono non a caso quelli in cui si è lavorato per cercare di modificare i costumi sessuali della popolazione. Così è avvenuto ad esempio in Kenya, Etiopia, Malawi, Zambia; ma i risultati più significativi si sono avuti in Uganda: qui, grazie al lavoro svolto da suore e medici cattolici in collaborazione con il Governo, è stato attuato con successo il metodo cosiddetto dell’ABC (Abstinence, Being faithful, Condom use): è stata cioè raccomandata alla popolazione l’Astinenza (fino ad una certa età), la Fedeltà al partner e, solo in casi eccezionali e comunque in subordine rispetto ai primi due consigli, il Corretto uso del preservativo. E nel giro di solo un decennio (1991-2001), l’epidemia è stata quasi interamente debellata: il tasso di infezione da HIV in Uganda è presto sceso dal 15% al 5%” (La Perfetta Letizia, dicembre 2013).

La Caritas non a caso nei suoi progetti punta moltissimo sulla stabilità delle relazioni affettive, la migliore barriera contro la diffusione di questo male. 

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