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Papa Francesco, la Turchia e la crisi mediorientale

STR / AFP
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Federico de Renzi, turcologo: "il papa si troverà di fronte un paese tutt'altro che tranquillo con due milioni di profughi siriani"

Sul volo di ritorno da Strasburgo a Roma, papa Francesco non si è sottratto a una domanda sulla possibilità di dialogare con gli estremisti islamici dell’Isis: "Io non do mai per perso nulla. Forse non si può avere un dialogo, ma non chiudo mai una porta. E' difficile, si può dire quasi impossibile, ma la porta è sempre aperta". Venerdì prossimo Bergoglio sarà in Turchia, per abbracciare il “fratello Andrea”, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I. Una visita dal valore religioso ed ecumenico ma che si inserisce in un contesto di grande complessità politica, in un paese la cui posizione geo-politica – cerniera tra Europa e Medio Oriente – lo ha messo in prima fila nel fronteggiare gli effetti del conflitto siriano e nella lotta all’Isis. Aleteia ne ha parlato con il turcologo, Federico De Renzi.
 
Quale ruolo sta svolgendo la Turchia nella partita con l’Isis e con gli assetti di tutta la regione mediorientale?
 
De Renzi: Lo Stato islamico è letteralmente alle porte della Turchia considerato che la città assediata di Kobane, a nord della Siria, è a ridosso del suo confine. L’Isis, ma ormai si può parlare di Califfato, rappresenta un problema strutturale per il Paese perchè coinvolge non solo la sua politica estera, ma anche quella interna. Per questo motivo, dopo un iniziale atteggiamento ondivago, adesso la Turchia assume sempre più rilievo come attore fondamentale nella lotta al Califfato, che coinvolge tutta la regione.
 
In che modo si sovrappongono i piani della politica estera e di quella interna?
 
De Renzi: Il governo e il partito Akp – Giustizia e sviluppo, sta cercando di bilanciare la propria difficile posizione tra l’essere membri dell’Alleanza atlantica e membro del contesto regionale che vuole perseguire delle proprie politiche. La condizione geografica e culturale della Turchia la rende un pò confusa in questa linea d’azione, anche per i risvolti sulla politica interna riguardo al problema curdo che non è rappresentato solo dal Pkk. Si è visto nell’assedio di Kobane che è una città curda: la Turchia non ha concesso per questioni di sicurezza, sebbene membro dell’Alleanza atlantica, il passaggio sul suo territorio di combattenti curdi volontari. Ha concesso loro il passaggio in Iraq dalla Turchia e da lì eventualmente dovrebbero attraversare tutto il nord dell’Iraq e soprattutto il nord della Siria, controllato dal Califfato. Ci sono problemi di equilibrio interno al Paese. I curdi rappresentano il secondo gruppo più importante riconosciuto, dal punto di vista linguistico se non etnico – sono 20 milioni – ed è molto difficile gestire potenziali forme di autonomia curda all’interno della Turchia.
 
Quale situazione troverà, quindi, papa Francesco?
 
De Renzi: Una situazione molto tesa e complessa. E’ un paese in guerra in primo luogo con se stesso, non solo per il problema curdo, ma per questioni legate alla gestione del potere da parte della classe dirigente e in particolare del partito Giustizia e sviluppo che è sempre più incarnato dalla figura dell’ex primo ministro e attuale presidente Erdogan. Nasce da qui l’atteggiamento ondivago verso i problemi della regione, inizialmente con le primavere arabe, in particolare con la guerra civile siriana, e con l’indipendenza de facto del Kurdistan iracheno. Tutti questi aspetti contribuiscono alla circostanza che papa Francesco si trovi di fronte a un paese tutt’altro che tranquillo, anche sul piano sociale, soprattutto dopo le manifestazioni di Gezi Park del maggio-giugno 2103, che poi si sono protratte fino a quest’anno. A questo si aggiunge il problema rappresentato dai profughi provenienti dalla Siria e dall’Iraq che ormai hanno trovato rifugio in Turchia: solo i profughi siriani sono 2 milioni.
 
Qual è la situazione dei cristiani, tra laicità dello Stato e la nuova insistenza soprattutto del presidente Erdogan su alcuni comportamenti di matrice islamica, come il velo per le donne?
 
De Renzi: La Turchia è sempre stato uno stato islamico, dalla sua fondazione, sebbene sulla carta sia uno stato laico. L’80% della popolazione è musulmano sunnita, con una grande minoranza di pseudo-sciiti o cripto-sciiti che sono gli alawiti, da non confondere però con quelli siriani, e da minoranze cristiane. I cristiani sono pochissimi e – si può dire – anche ben divisi tra loro. Le comunità tradizionali del vicino Oriente presenti in Turchia sono praticamente scomparse, a partire dal 19° secolo, con l’emigrazione e poi con i massacri perpetrati contro armeni, assiri e altre comunità, tra cui quella di rito bizantino, sia ortodossa che cattolica. Non hanno la voce che possono avere o avevano in Siria e in Iraq. Tuttavia la tendenza a favorire, se non a imporre legalmente atteggiamenti e costumanze di matrice islamica, non ha effetto sui cristiani perchè almeno teoricamente i cittadini turchi di fronte alla legge sono tutti uguali. Non c’è, almeno nell’immediato, un pericolo culturale per le minoranze cristiane. Ci potrebbe essere una più forte pressione su di loro, ma così come su coloro che si dichiarano apertamente laici.
 
La visita del pontefice quali effetti può produrre?
 
De Renzi: I cristiani non sono rappresentati solo dal patriarca Bartolomeo e tanto meno, se non i pochissimi cattolici, da Papa Francesco. Si tratterà di un incontro più di tipo simbolico che con finalità politiche. La società turca si cura poco della Santa Sede e in generale di ciò che è europeo o occidentale che spesso, e soprattutto negli ultimi anni, è percepito come la stessa cosa. Per le elites o per il presidente può avere un’importanza per il ritorno d’immagine. Per il turco “medio” potrebbe addirittura essere considerata come una visita “tollerata”. Il papa è visto soprattutto come capo di stato. I cristiani in Turchia sono rappresentati dal punto di vista spirituale e anche politico dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, quando non dagli altri patriarchi delle chiese antiochee, sia cattoliche che ortodosse. Le questioni religiose rappresentano affari interni alla Turchia sui quali il papa non può avere peso, così come purtroppo non ha avuto peso nel difendere le minoranze cristiane, in generale in Medio Oriente. e soprattutto in Siria.

 

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