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Nella compassione l’uomo diventa luogo dell’azione di Dio

© violetkaipa/SHUTTERSTOCK
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Il sentimento forse più inattuale nel nostro momento storico torna protagonista

Ci vuole davvero coraggio per parlarne oggi e per rimetterla sul tavolo come argomento da trattare. Della compassione in larghe parti della società si sono perse le tracce, addirittura la parola è stata gettata in fondo ai cassetti di armadi dimenticati. Eppure alcuni focolai se ne trovano ancora, ad esempio nelle attività delle associazioni di volontariato di ogni estrazione, e in alcuni momenti delle vite degli individui, sfuggiti alla razionalità del calcolo e della convenienza a cui media ed organismi politici spingono continuamente. La compassione non è un’opzione, per l’uomo, ma fa parte della sua identità più antica: ce lo racconta la storia delle religioni, e soprattutto la storia del cristianesimo. Oggi sono le istituzioni educative che devono tornare a ricordarcelo, e un importante passo in questa direzione sarà compiuto martedì 2 dicembre, quando si svolgerà l’incontro Compassione. Esperienza umana, esperienza divina, promossa dal biennio di specializzazione in Teologia Spirituale della Facoltà Teologica del Triveneto in collaborazione con l’Istituto Teologico del Sant’Antonio Dottore, presso il quale avrà luogo (ore 15). L’evento, aperto a tutti ed in particolare rivolto agli studenti e agli operatori pastorali, sarà un dialogo tra il filosofo Umberto Curi, dell’Università di Padova, e il teologo Andrea Arvalli, della Facoltà Teologica del Triveneto. Aleteia ha incontrato padre Antonio Bertazzo, docente di Psicologia della religione presso la Facoltà Teologica del Triveneto e coordinatore del seminario annuale e della giornata di studio, per discutere delle ragioni di questa scelta.

È davvero assente la compassione nel mondo di oggi?

Bertazzo: Noi viviamo oggi fatti che ci sembrano così eclatanti e che ci portano ad avere spesso una reazione non positiva. Per questo motivo la definiamo un’epoca senza compassione. Certo che è triste tutto questo per i tanti avvenimenti che avvengono e per le tante trasformazioni che sono presenti. Credo sia stato così anche per le donne e gli uomini del passato, e credo ci siano state situazioni simili anche allora: sono convinto che ci siano stati momenti tristi anche per loro. Noi dobbiamo riscoprire la logica della compassione oggi, altrimenti dobbiamo veramente pensare al peggio.

La compassione è un sentimento proprio della cristianità?

Bertazzo: Guardi, è un sentimento umano proprio dell’umanità, della sua parte migliore, vorrei dire del cuore buono dell’uomo. E questo appartiene un po’ a tutte le religioni, che la prendono in mano e la definiscono come una virtù divina. Come cristiani ovviamente noi siamo sollecitati dal fatto che Gesù Cristo, figlio di Dio, vero uomo e vero Dio, vive questo sentimento e questa azione; con ciò, questo sentimento umano si consacra, cioè diventa luogo dell’azione di Dio. Questa è una consapevolezza dei cristiani credenti, ma certamente tutte le religioni portano con sé un profondo rispetto per l’umanità, altrimenti non sarebbero nemmeno religioni.

Qual è il beneficio per l’individuo nell’essere compassionevole?

Bertazzo: L’individuo ci guadagna un benessere. Se possiamo legare da un punto di vista psicologico la parola “compassione” alla parola “empatia”, che è uno stato d’animo naturale e una capacità naturale, il riuscire a instaurare i rapporti e le relazioni guidati dalla compassione non farà che esaltare l’individuo nella sua capacità di dono e quindi nella sua parte migliore. Questa è la dimensione che ci fa pienamente umani.

Esistono istituzioni oggi dove si impara e si vive la compassione?

Bertazzo: Io partirei in senso ampio anche dall’educazione che si dà a scuola. Non guardiamo all’aspetto difficile e faticoso di ciò, ma ogni volta che si imposta un piano di programma, e si sviluppa l’atteggiamento pro-sociale, cioè si dà la direzione a educare dei ragazzi dentro una collettività, questa è già una prima pietra per poter offrire un passaggio verso la compassione più consapevole. L’attività pro-sociale dell’educazione anche a scuola o in qualsiasi tipo di istituzione, come si vede nel volontariato laico o religioso che sia, è senz’altro un punto di appoggio per scoprire e dare il nome a questa compassione.

La compassione può dare forma ai rapporti tra le nazioni?

Bertazzo: Molto semplicemente direi questo: se i rapporti tra le società e tra le nazioni si fermano semplicemente alla nozione di scambio, che al momento è di carattere solo economico e finanziario, questo porterà alla morte, cioè all’implosione. O noi entriamo in questa capacità della convivenza che si serve della compassione dell’uno verso l’altro oppure l’umanità muore, cioè, questo sistema di coesione e convivenza sociale morirà. La compassione è un sentimento d’animo orientato ad un gesto. Bisogna dare spazio alla concretezza nella relazione; è logico che questo è legato moltissimo alle condizioni e alle possibilità, però penso che un bicchier d’acqua alla fine ci sia per tutti quanti.

La vera forza è nel fare il primo passo, allora?

Bertazzo: Non bisogna misurare la quantità di ciò che si fa, ma guardare all’intenzione del gesto. È poca cosa, ma in quella poca cosa c’è tutto.  

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