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Si cercano “Case di vita”, che accolsero le vittime di persecuzione e genocidio

Ghetto di Lodz

© Fondazione Wallenberg

Fondazione Raoul Wallenberg - pubblicato il 19/11/14

Una iniziativa della Fondazione Wallenberg

Quando la persecuzione si avvicinava, migliaia di persone nel XX secolo sono state salvate dalle “Case di vita”. Queste vite umane, o quelle dei loro figli, si devono oggi a quei salvatori che a volte misero a repentaglio la propria vita.

Per ricordare le “Case di vita” e i loro “salvatori”, la Giunta Direttiva della Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg chiede a tutte le persone che hanno informazioni adeguate di comunicare l’indirizzo dei rifugi durante la II Guerra Mondiale, conflitti armati o genocidi.

Eduardo Eurnekian, presidente della Fondazione, sottolinea in un comunicato che “questo appello abbraccia non solo l’Olocausto, ma anche altri conflitti o situazioni in cui molta gente ha messo da parte l’indifferenza e si è mostrata solidale con ogni persona perseguitata. Un esempio è quello dei salvatori turchi che aiutarono a difendere la vita degli armeni nei terribili fatti del 1915”.

Baruj Tenembaum, fondatore dell’organizzazione, indica che “questa iniziativa non risponde ad alcuna agenda politica né distingue le motivazioni del salvatore; crediamo semplicemente che sia importante riconoscere quegli esseri umani che sono empatici con le disgrazie altrui e forniscono aiuto a coloro la cui libertà o la cui stessa vita è in pericolo”.

“La Fondazione Wallenberg desidera ottenere informazioni affidabili e dettagliate sugli atti di salvezza avvenuti in passato o nell’epoca contemporanea, includendo i nomi dei protagonisti (salvatori e salvati) e i dettagli fisici del luogo di riscatto nel caso in cui i salvati siano stati nascosti in qualche luogo specifico”, spiega il comunicato diffuso dall’istituzione.

La prima “Casa di vita” riconosciuta in una cerimonia solenne il 19 novembre a Firenze è la Casa Santo Nome di Gesù, delle Suore Francescane Missionarie di Maria, che nel 1943, durante l’Olocausto, diede rifugio a 40 donne e bambini ebrei, per la maggior parte non italiani.

Tra le persone accolte c’erano i due figli del rabbino di Genova Riccardo Pacifici, assassinato ad Auschwitz. Visto che i bambini erano maschi e il convento era solo femminile, la madre superiora, Sandra Busnelli, trovò loro rifugio – dopo averli accolti con affetto – in una scuola vicina, l’Istituto di Santa Maria, dove vennero protetti da madre Marta Folcia. I ragazzi vissero lì fino alla liberazione di Firenze.

La Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg esorta a condividere informazioni attendibili su altre “Case di vita” sia per e-mail (irwf@irwf.org) che per telefono con le varie sedi dell’istituzione:

New York: 212-7373275
Gerusalemme: + 972-2-6257996
Buenos Aires: + 54-11-43827872

Per ulteriori informazioni, 
http://www.raoulwallenberg.net

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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