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Unamuno, il filosofo che anelava a Dio e non aveva la speranza di trovarlo

© Public Domain

Ignacio Pérez Tormo - pubblicato il 18/11/14

Si celebrano i 150 anni dalla nascita dell'insigne scrittore, un grande sconosciuto per i cattolici ispanici

Vari atti commemorano i 150 anni dalla nascita di Miguel de Unamuno. Il tempo lo inserisce nella “Generazione del 98”, anche se si individualizzò presto di fronte agli scrittori di questo gruppo letterario. Tra loro, fu quello che recepì maggiormente le influenze straniere e la secolarizzazione del razionalismo europeo, e per lui fu importante l'influenza di Hegel.

Per i suoi coetanei, dopo la perdita delle ultime colonie del Paese la questione di riferimento era quella della Spagna, ma Unamuno non si interrogava al riguardo perché aveva ben chiaro che “La Spagna è la sua religione… perfino il mio Cielo è spagnolo”. In questo articolo vedremo quale fosse la percezione di Unamuno delle cose in base al suo senso religioso.

A livello letterario era vicino al poeta Calderón, con il quale condivideva l'idea che la vita sia un sogno. In Niebla (1914), il protagonista Augusto Pérez va a far visita a Unamuno perché è il suo creatore e gli dice che, come lui, Augusto è un essere sognato; anche Unamuno esiste perchè è il sogno di un altro.

Farà bene a pregare perché Dio non si risvegli, perché se lo fa morirà. Allo stesso modo, Augusto dice che i lettori esistono perché qualcuno li sta sognando.

Lo scrittore basco aveva sicuramente delle peculiarità, che hanno dato luogo a un aggettivo che è anche inserito nel vocabolario, unamuniano, ma in gioventù aveva gli stessi sogni e gli stessi desideri di qualsiasi altro essere umano.

All'inizio, quando era felice

Amare tutto, comprendere tutto, questo il motto della sua giovinezza, una visione pratica che lo portava ad esempio a concorrere quando aveva bisogno di una maggiore stabilità a livello sociale.

Ha riferito un amico d'infanzia: “Iniziava a dire: 'Su questo, tizio dice… e caio aggiunge… Quando l'esito era indubbio, quando gli bastava tacere per vincere, aggiungeva imperturbabile: 'E io dico…' Quello che diceva! I saggi professori si dicevano confidenzialmente: 'Ne sa più di noi!'. Il risultato era sempre lo stesso: una notifica che proclamava la sua saggezza ma lo escludeva dalla cattedra”.

Riuscì a ottenere la cattedra di Greco all'Università di Salamanca, dicendo “Nessuno dei candidati sa davvero il greco, ma solo uno, Unamuno, ha la capacità di impararlo”. Con quell'incarico poté sposarsi e stabilirsi in quella città. Fu un periodo molto felice: “Negli occhi dei miei figli c'è lo splendore della gioia e della vita”.

Unamuno aveva grandi qualità umane, a cominciare dall'intelligenza, dal pensiero pratico, dalla valorizzazione della famiglia. Le virtù soprannaturali, come la fede, sono un'aggiunta, per cui per sostenersi hanno bisogno di quelle, ma questa umanità può fallire, spezzarsi. Per Unamuno erano momenti di grande felicità familiare. Senza menzionarli sarebbe impossibile comprendere la portata della crisi che si avvicinava.

Un familiare ricorda che quando stava facendo lezione, se un allievo era distratto, si rivolgeva a lui e gli domandava: “È preparato per la morte?”

La discesa iniziò con il pensiero della morte. Da lì tutto passò a ruotare intorno a quell'idea. Alla fine, la fede non lo sostenne nel suo temperamento tanto scrupuloso.

I periodi intermittenti di fede

L'esperto Charles Moeller attribuisce questa crisi all'effetto nocivo delle abbondanti letture scelte arbitrariamente e lo illustra con un dato: dopo la sua morte, si contarono nella sua biblioteca fino a 8.000 volumi, quasi tutti con annotazioni.

Egli stesso riconobbe “l'ingente quantità di filosofia che ho ingerito”, che gli provocò un disordine non solo nella fede, ma anche nelle tendenze psicologiche profonde. Da ciò il fatto che in Unamuno si alternarono periodi di fede e altri di incredulità.

In Spagna in alcuni degli orientamenti della catechesi scolastica si dava il primato alla morale rispetto ad altri aspetti della religione, il che impediva ai ragazzi di accettarsi come imperfetti, di perdonare i propri limiti. In questo modo, le idee di condanna divennero ossessione precoce.

Questo tipo di insegnamento della religione, unito alla predisposizione della sua psicologia scrupolosa, fece sì che Unamuno vedesse volatilizzarsi un altro dono.

Una speranza disperata

La speranza cristiana è stata illustrata come un ponte che poggia su due pilastri: uno è la chiamata di Dio all'essere umano, l'altro la promessa di salvarlo. Ma quello di Unamuno è un ponte teso nel vuoto, si basa solo sul fatto di sapere che morirà.

Questo aspetto si riflette in un romanzo, San Manuel Bueno Mártir (1931). Il protagonista, Manuel Bueno, è un sacerdote rurale. Solo una cosa lo distingue dagli altri sacerdoti: Manuel Bueno non ha speranza. Quando nella Messa domenicale recita il Credo, nella parte in cui dice “la resurrezione dei morti”, egli tace.

Don Manuel Bueno è l'alter ego di Unamuno. Con lo stesso atteggiamento del personaggio, Unamuno mette la sua speranza costantemente alla prova. Non manca di questa virtù, ma a volte si offusca e perde il collegamento con i riferimenti permanenti: Dio e la resurrezione, e il Cielo che promette.

Richiama l'attenzione il fatto che, malgrado questa mancanza di fede e di speranza, Unamuno non rinunci alla religione che ha ereditato da sua madre, che ha praticato in una parrocchia di un quartiere popolare e ha maturato nelle riunioni giovanili dei gesuiti a Bilbao.

Da dove ha tratto le forze per portare avanti la religiosità che gli restava? A quali ambiti ha rivolto la sua virtù?

E attraverso la preghiera

Le sue suppliche sono linee di dialogo che ascendono verticalmente al Cielo, e iniziano sempre nella sua città, Salamanca, che alimenterà la sua preghiera.

Salamanca è una città di luce ma anche di ombre. Da ciò l'abitudine di guardare la propria ombra e, camminando nei campi, chiedere a Dio “se egli era qualcosa in più di un'ombra, se era un uomo reale, un uomo in carne e ossa”.

Questa domanda, nella quale mette in discussione la propria esistenza, era ricorrente tra i razionalisti. È il cogito ergo sum di Cartesio. Non estranea alla natura umana, può risultare anche gradevole alla ragione. E l'uomo tende a ciò che è gradevole, anche se in fondo sta sempre cercando Dio.

Unamuno aveva una predilezione per i Cristi realisti, sanguinanti, della pietà popolare. Osservava queste figure nelle Settimane Sante di Bilbao e Salamanca. L'attrazione che provava mostra chiaramente che la fonte della sua preghiera è la Croce di Cristo. E questo dolore dell'umanità del Crocifisso è quello che alimentava la sua carità.

Amore per il popolo che gli è stato dato

Vedendo Cristo con la Croce, per Unamuno l'attività di amare si realizza solo quando c'è dolore. Per questo l'amore è com-patire, soffrire con. Il cuore deve ingoiare le pene personali, quelle di ciascuno, perché il nostro dolore serve a qualcosa solo quando si unisce a quello del popolo: “Solo il dolore del popolo santifica”.

L'innamorato vive per il suo popolo, per perpetuarlo e perpetuarsi. Per questo l'uomo, quando si inserisce in un popolo, si unisce al suo spirito e quindi si eternizza. Questa nozione è difesa anche nell'opera Del sentimiento trágico de la vida, saggio che venne incluso in quello che oggi è l'ormai derogato Indice dei Libri Proibiti.

Anche se l'idea che l'uomo si unisca a una sostanza spirituale per perdurare sembra un'eresia gnostica, il rettore di Salamanca non era in errore, perché l'inserimento nel popolo che peregrina, nella Chiesa, è ciò che dà la Vita.

Unamuno ha avuto diversi popoli: i suoi allievi di Salamanca, le genti della sua terra basca, la cui lingua ha sostenuto nella sua tesi dottorale, e sua moglie, dalla quale ha avuto nove figli.

Il popolo che aveva ricevuto è stato il suo amore, servirlo la sua vocazione.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
letteratura

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