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Islam e Vangelo, vie per un incontro

© KENZO TRIBOUILLARD / AFP
Le jésuite italien Paolo Dall'Oglio porté disparu en Syrie
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Padre Paolo Dall'Oglio, gesuita rapito in Siria da più di un anno, oggi compie 60 anni. Proponiamo una sua riflessione di qualche anno fa su cristianesimo, annuncio e islam

Compie 60 anni oggi padre Paolo Dall'Oglio. Un compleanno segnato dai 475 giorni trascorsi ormai dal suo rapimento, avvenuto a Raqqa in Siria il 29 luglio 2013. La sua famiglia ha proposto in queste ore a tutti gli amici una preghiera recitata in arabo da padre Paolo per stare in comunione con lui in questa giornata.
A questo gesto noi di Vino Nuovo ne vogliamo aggiungere anche un altro.
Nell'archivio del sito giovaniemissione.it abbiamo ritrovato una riflessione molto interessante scritta da padre Dall'Oglio nell'ottobre 2007.

La Siria e il Medio Oriente allora non vivevano ancora la tragedia di oggi, al cui interno la stessa vicenda umana di padre Paolo è finita per sfumare in un'incertezza terribile sulla sua sorte. Prima di tutto questo – però – Dall'Oglio è stato un uomo che per trent'anni ha rifletturo in profondità sul mistero dell'islam. E in questa riflessione si pone due domande chiave: perché il contesto musulmano si dimostra storicamente impermeabile all'annuncio cristiano? E occorre concludere che islam e cristianesimo sono incompatibili e antagonisti? Tornare ad ascoltare le risposte di padre Paolo dall'Oglio su questi temi ci sembra un modo molto bello per vivere questa giornata. E anche per cercare una strada che ci porti oltre i nuovi crimini terribili consumatisi proprio in queste ore.

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L'impermeabilità dell'Islam all'evangelizzazione amareggia l'ottobre missionario. Vi sono state in ogni epoca alcune rare adesioni a Cristo di musulmani sinceri. Esse rispondono alla testimonianza della Chiesa, desiderosa d'offrire in ogni tempo il suo Signore a ogni coscienza. In esse è possibile riconoscere un preannuncio della manifestazione finale del Figlio di Maria. Il mistero dell'adesione nella fede della coscienza individuale a Gesù ne proclama la gloria universale. Resta il dovere d'ascoltare il rifiuto musulmano del proselitismo e delle conversioni, le quali sono considerate un pericolo per la società e un atto blasfemo da reprimere.

STRATEGIE
Si può dire che la «cristianità» le abbia tentate tutte. Per «cristianità» intendiamo un'entità socio-culturale non separabile dalla Chiesa, nella sua duplice valenza storica e metastorica, e non identificabile con essa. Le prime resistenze militari all'espansione musulmana nell'Alto Medioevo, le riconquiste normanne e spagnole, le crociate, le espansioni coloniali e i disegni più recenti di contenimento o repressione dell'Islam (termine che scriviamo in maiuscolo in quanto nome proprio della comunità islamica, la Umma; l'analogia è con la Chiesa, non con il cristianesimo), non solo americani o russi, non si possono collegare facilmente con l'Evangelo del mite e umile di cuore. Certo – si pensi ad esempio a Lepanto -, gli avvenimenti suelencati non sono estranei alla storia delle Chiese, le quali sono inseparabili dai destini delle nazioni o degli imperi «cristiani». L'adesione al Vangelo non inibisce l'esercizio «naturale» dei diritti dei gruppi umani. Tuttavia, la Comunità del Nazareno, in quanto tale, non può usare che i mezzi del suo Maestro per proporsi alle coscienze nella prospettiva delle Beatitudini. Le Chiese non hanno sempre saputo distinguere i livelli tra servizio dell'Evangelo, rivendicazione di diritti, reazione a soprusi e perseguimento d'interessi materiali e politici. Consola che, in generale, le Chiese hanno avuto almeno una qualche coscienza della difficoltà a distinguere tra tali livelli. Dispiace però che si voglia condannare nella storia musulmana ciò che tendiamo a giustificare in quella cristiana.

È poi generalmente lodevole che le comunità umane caratterizzate cristianamente forniscano personale e mezzi all'evangelizzazione, anche se ciò non è privo di equivoci e rischi. Le Chiese hanno anche tentato, specie in epoca coloniale e postcoloniale, d'evangelizzare i musulmani attraverso l'opera sociale: le scuole e gli ospedali soprattutto. Un immenso capitale di generosità apostoliche fino al martirio, certo non offerto invano, nella misura in cui l'obiettivo è quello d'un servizio gratuito e disinteressato. Purtroppo la mancanza d'inculturazione e la contiguità coloniale hanno prodotto un'ulteriore reazione allergica musulmana a quelle che in arabo vengono definite, negativamente, «campagne d'evangelizzazione» (hamlât tabsciriya).

Altre missioni si sono mostrate difficilissime. Prima fra tutte, l'evangelizzazione dei nostri fratelli maggiori nell'ebraismo. Enormi sforzi hanno ottenuto risultati inadeguati in India, in Cina, in Giappone. Insufficiente inculturazione della fede? È possibile, ma ciò non spiega tutto. Sembra che queste grandi «culture religiose» abbiano sviluppato un grado così elevato d'autocoscienza carismatica e identitaria e una tale attitudine d'autoconservazione da impedire generalmente la conversione al cristianesimo. Nell'Islam questo è evidente all'eccesso. Trattasi infatti d'una religione coscientemente e polemicamente post-cristiana: l'Islam è per i musulmani la religione autentica, definitiva e insuperabile. Un paragone si può fare con il giudaismo talmudico, in quanto si comprende come la religione autentica insuperata.

LA PROFEZIA DI CHARLES
Poi venne Charles de Foucauld. La sua strategia è intenzionalmente evangelica, alternativa allo spirito di «militanza » e allergica al trionfalismo. Egli però vede il mondo musulmano come una realtà folclorica e tribale e non ne coglie l'unità universale. I musulmani, secondo lui, si convertiranno a causa d'un eccesso d'amore della Chiesa, dei discepoli onesti, umili, servizievoli, di Gesù di Nazaret. Charles de Foucauld teorizza una missione dai tempi lunghissimi. Non siamo neppure nel tempo della semina, ma in quello del dissodamento. Nel frattempo i suoi touareg si islamizzano in modo sempre più radicale. Charles è ucciso nel 1916, in quanto nemico coloniale, e il suo sforzo sembra finire nel fallimento.

Nell'attitudine del beato Charles de Foucauld vi è una dimensione profetica da cogliere al di là del contesto coloniale e della teologia preconciliare. L'idea che, nella presenza seminale del Verbo incarnato, nella santificazione silenziosa, nella povertà e piccolezza di Nazaret, vi sia il sacramento d'una dimensione essenziale dell'azione salvifica di Dio a favore d'ogni persona umana, è stata riconosciuta dalla Chiesa come costitutiva della sua identità e missione, non solo in terra musulmana. Ciò che ancora manca è un'adeguata risposta riguardo al valore dell'esperienza religiosa musulmana nella prospettiva finale della ricapitolazione in Cristo d'ogni cosa. Charles de Foucauld ha suggerito tale risposta nella pratica di valorizzazione, amicizia, ospitalità, dipendenza dall'altro, dono di sé fino al sangue, che ha caratterizzato il suo stare in mezzo ai musulmani.

DOPO IL CONCILIO
Il Concilio Vaticano II, anche per merito di Louis Massignon (il più noto discepolo di Charles de Foucauld), è andato teologicamente oltre, riconoscendo all'adorazione musulmana una certa autenticità e alla prossimità biblica dell'Islam una certa legittimità. Ma era presto per affrontare esplicitamente il tema della profezia mohammadica, del valore del Corano e del ruolo della Umma nella storia della salvezza.

Oggi, questo approfondimento è più difficile perché si rischia di voler placare i musulmani per evitare l'aggressione delle frange più violente e fondamentaliste. Alcuni, anche tra gli ecclesiastici, praticano un silenzio diplomatico nei riguardi dell'Islam, altri un confronto mediatico provocatorio; infine c'è chi pratica la retorica facile del dialogo superficiale. Tale approfondimento è però urgente, perché la relazione di comprensione tra cristiani e musulmani, nelle società dove l'Islam è maggioritario, è condizione al permanervi della Chiesa stessa. Ciò è urgente anche rispetto alla presenza di sempre più importanti comunità musulmane in contesti di immigrazione, specie in Europa.

D'altra parte, la convivenza e il buon vicinato plurisecolare di cristiani e musulmani nel contesto mediorientale sono da considerarsi un dato teologico positivo: il vicino musulmano è anche vicino a Dio. O più semplicemente: non si può coabitare con il demonio per quattordici secoli!
È possibile dunque promuovere l'elaborazione ottimista d'una teologia cristiana dell'Islam, che non sarà offuscamento della verità, ma miracolo della carità, la quale spinge il riconoscimento dell'azione dello Spirito di Dio, in vista del Regno, fino all'interno dell'esperienza mohammadica.

CONVERSIONE E INCULTURAZIONE
I musulmani si sentono oggi mondialmente aggrediti e tendono a considerare ogni azione di proselitismo come un attentato alla sicurezza della religione-società. La libertà di coscienza deve poter essere una conquista interna del mondo musulmano e non può imporsi dall'esterno. Alcuni cristiani ritengono che la forma secolare e laica dello Stato, che garantisce la libertà della coscienza individuale, finirà col mostrare la superiorità invincibile della religione cristiana. Basterà «imporre» la laicità per vincere l'Islam. Se questo è l'approccio, si può capire qualcosa della resistenza musulmana alle «libertà occidentali».

Il proselitismo cristiano è concretamente impraticabile in terra islamica. Il «convertito» è espulso dalla sua società e si sente in pericolo perfino in Occidente. La pubblicità trionfalista e mediatizzata delle eventuali adesioni alla Chiesa è sicuramente controproducente. È altresì necessario intraprendere un'azione ecclesiale in difesa della libertà di coscienza, le Chiese dovranno creare canali d'assistenza per coloro che, passando al cristianesimo, si trovano obbligati a emigrare e ricominciare altrove la propria vita. Ciò va fatto con la discrezione necessaria per non creare ulteriori problemi alle comunità cristiane in ambiente islamico.

Occorre inoltre promuovere l'inculturazione della fede cristiana in ambito musulmano. L'inculturazione non è una strategia, ma un'esigenza del discepolato alla Parola divina incarnata. Si farà attenzione però a evitare equivoci tra i cristiani e sospetti tra i musulmani, i quali potrebbero vedere nell'inculturazione un ultimo esercizio di proselitismo camuffato volto in definitiva ad abolire l'Islam.

È opportuno praticare l'assunzione cordiale di tutto ciò che dell'Islam è armonizzabile con l'appartenenza a Cristo. A cominciare dalla lingua religiosa, dall'arabo del Corano, della tradizione profetica e dell'esperienza sufi, e cercando ogni ponte con il pensiero musulmano contemporaneo. Si proverà anche, senza mimetismi, a creare armonia abitativa e di abbigliamento, artistica e consuetudinaria. I musulmani non saranno contrari per principio: non li disturba notare che nelle icone cristiane Maria porta il velo islamico… Questa inculturazione è già avvenuta nei primi secoli dell'Islam, quando si arabizzarono le comunità cristiane mediorientali. Esistono anche comunità cristiane d'origine araba preislamica culturalmente omogenee al contesto musulmano. Per il mondo musulmano la convivenza pacifica con cristiani ed ebrei è una costante nella storia ed è considerata una realtà positiva voluta da Dio e codificata dall'esempio del Profeta. La presenza storica continuativa delle comunità cristiane orientali in terra musulmana è da ritenersi, sul piano teologico, una dimostrazione del valore spirituale e sacro riconosciuto reciprocamente dalle comunità cristiana e musulmana. Un analogo fenomeno non si è verificato durevolmente nell'Occidente latino se non dopo la laicizzazione degli Stati nazionali. Oggi, tuttavia, le comunità cristiane storiche in contesto musulmano si trovano sovente in condizione di ghettizzazione culturale, sociale e geografica. L'evoluzione negativa, anche teologica, della relazione con l'Islam porta a un vuoto di senso. Se l'Islam è teologicamente un non-senso, che significato ha il nostro convivere?

Avrebbe dunque lo Spirito di Gesù rinunciato del tutto a consigliare alle Chiese lo sviluppo d'una comunità cristiana pienamente inserita nel tessuto sociale, familiare e simbolico musulmano? Pensiamo di no. Una «Chiesa per l'Islam» è possibile; sarà rivolta cioè con simpatia all'Islam, nell'ospitalità, la commensalità, l'intercessione, la vita monastica e consacrata, la solidarietà sociale, il buon vicinato, la comunanza nazionale, attraverso un'inculturazione saggia e cordiale.

MUSULMANI DISCEPOLI DI GESÙ?
Un'altra tipologia di fede evangelica germina nella trama del tessuto sociale musulmano in amorevole discrezione. Essa costituisce un misterioso (non nel senso di segreto ma di sacramentale e mistico) rosario di cuori innamorati di Allah, per i quali Gesù, Iisa il Messia, è l'atto centrale e finale dell'autorivelazione dell'Unico, il Misericordioso, avvenimento dell'Unità divina (in quanto comunione trinitaria). Per queste anime «musulmane» allora, l'universo è proteso all'ultima manifestazione dello Spirito e Verbo di Dio, il Figlio di Maria, e la loro lettura del Corano e della tradizione profetica, per analogia con la lettura cristiana della Bibbia ebraica, è centrata in Lui ed è in vista di Lui.

Fa parte dell'identità dei discepoli musulmani di Gesù il non voler apparire e il rimanere pienamente solidali con il loro ambiente originario. Non vogliono privare la comunità musulmana di questo umile fermento e rinunciano a un'appartenenza visibile alla Chiesa storica per non perdere la propria identità carismatica e la solidarietà di vita e di preghiera nell'Islam.

La Umma non conoscerà la salvezza per via d'umiliante sfaldamento ma per compimento e congiungimento nel Signore del Giorno del Giudizio. Questi discepoli di Gesù di Nazaret, «musulmani di Iisa», vedono pure la loro funzione carismatica nel discernere e difendere il ruolo costruttivo dell'Islam nel cammino globale culturale, religioso e spirituale della famiglia umana. Essi si riuniscono secondo il modello del «due o tre nel mio nome». Dal punto di vista sociologico, è una Chiesa più inesistente che clandestina. L'esser Chiesa di queste persone è legato a una profezia di speranza riguardo al futuro dell'insieme della Umma. Quando è possibile, partecipano alla vita sacramentale della Chiesa istituzionale, benché in forma privata. Il ritmo sporadico della celebrazione eucaristica non ne ferisce la centralità. È anche nella vita liturgica della comunità musulmana che esprimono la loro unione a colui che, elevato da terra, ha attratto tutti a sé, ammettendo i fedeli musulmani, per grazia, al banchetto eucaristico paradisiaco.

Nel suo libro su Gesù (cfr. J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli 2007, pp. 354 e ss), papa Benedetto XVI spiega le tre dimensioni della liturgia ebraica: la dimensione della creazione (valenza naturale-religiosa), quella della storia (valenza storico-memoriale) e quella della speranza (valenza messianicoescatologica). La liturgia cristiana realizza e sviluppa queste tre dimensioni. L'inculturazione cristiana in ambiente musulmano non mancherà di ritrovare tali valenze, analogamente, nelle grandi feste dell'anno lunare islamico (la Notte del Destino, la pratica e la conclusione del Ramadan, il Pellegrinaggio e la Festa del Sacrificio) e soprattutto nel ritmo della preghiera quotidiana e settimanale. Sicché la carità di Cristo spinge questo «cristiano dell'Islam» a ricomprendere la simbologia della celebrazione islamica e a parteciparvi senza doppiezze né pericolo per l'integrità della sua fede ecclesiale.

La missione evangelizzatrice, nella misura in cui è in un'ottica di difesa, di conquista e di vittoria, smette d'essere evangelica. Le resistenze musulmane alla missione ci «re-spingono» verso l'Evangelo!

Qui l'originale

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