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Padre Placido Cortese, la forza del silenzio

© Messaggero di Sant'Antonio

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 15/11/14

Il 15 novembre si commemora la morte di un francescano mite che con l’amore sfidò il nazismo.

Per cinquant’anni, l’unico segno visibile del suo ricordo è stato il nome di una via che la città di Padova gli aveva dedicato. La sua opera durante la guerra, infatti, era nota: questo umile membro della comunità conventuale della Basilica di Sant’Antonio di Padova, durante la guerra si era dato da fare per limitare i danni sulle persone, cristiani ed ebrei, religiosi e laici, che i nazifascisti stavano procurando. Fino a che non è stato catturato ed ucciso. Ma della sua morte niente si è saputo, finché non si sono accese, una dopo l’altra, alcune scintille del ricordo che, via via, hanno dato vita al fuoco della memoria. E sono le circostanze della sua morte quelle che presto potrebbero far sì che Padre Placido Cortese venga dichiarato dalla Chiesa non solo Santo – il processo di beatificazione è ancora in corso – ma perfino martire, anche su questo a Roma esistono delle perplessità che ci spiega in questa intervista Padre Giorgio Laggioni, vicerettore della Basilica di Sant’Antonio e da un anno Vice postulatore della causa di beatificazione di Placido Cortese.

Chi era Padre Placido Cortese?
Laggioni: Era un nostro frate, minore conventuale, già direttore de Il messaggero di S. Antonio. Era nato nel 1907, nell’isola di Cherso, che ora è Croazia, ed è morto nel 1944 a Trieste, a 37 anni. È stato confessore qui nella Basilica del Santo a Padova. Durante gli anni della guerra su incarico dell’allora delegato pontificio e col permesso dei superiori, esercitò un’azione di aiuto efficace in favore delle persone bisognose, a cominciare dai militari che dopo l’8 settembre erano allo sbando, ma anche sugli ebrei civili che venivano perseguitati dai tedeschi. Coll’aiuto di altre persone aveva creato una rete di soccorso: il suo confessionale qui in basilica era diventato il centro organizzativo di quest’attività. Questo per non dare nell’occhio e non suscitare sospetti, dato che la polizia fascista e i nazisti erano alle calcagna di questa rete. Padre Placido Cortese dunque ha subito la sorte che hanno subito gli altri che sono stati catturati. L’episodio culminante è quello del suo rapimento – non fu un arresto ma, un vero e proprio rapimento – l’8 ottobre 1944, era una domenica: con l’inganno fu fatto uscire dalla basilica, sul piazzale antistante, dove è stato spinto a forza dentro una macchina e portato via, a Trieste, dove nel bunker della GESTAPO di Piazza Oberdan è stato torturato fino ad essere ucciso. Le atroci torture dovevano servire a fargli confessare i nomi delle persone che lui salvava e dei suoi collaboratori, ma nessun nome è uscito dalla sua bocca.

Quel sacrificio è rimasto nella memoria delle persone?
Laggioni: La sua attività non era molto nota nemmeno tra i frati mentre era in corso, ovviamente per non destare sospetti e creare imbarazzi. Anche se qualcuno sapeva, anche i frati stessi a volte non capivano quello che faceva, perché ciò avveniva nel riserbo più assoluto. Dopo il suo rapimento purtroppo non si è più saputo nulla di lui, si ignorava dove fosse finito. Era caduta una coltre di silenzio: possiamo dire che lui è stato “martire del silenzio”, perché è morto per il suo silenzio, ma è stata vittima anche di un silenzio postumo. Si è dovuto attendere fino al 1995 perché venissero fuori le prime testimonianze di colore che lo avevano incontrato, visto e sentito a Trieste proprio durante i giorni terribili della sua prigionia. Lo hanno visto ferito, con le mani rotte e con altre parti del corpo tumefatte. Le testimonianze sono emerse durante un incontro che si è svolto qui a Padova di persone che avevano vissuto la guerra. Quasi per caso una persona presente si è confidata con un nostro frate, e da questa prima testimonianza ne sono uscite altre, come a grappolo, dei superstiti. Gli stessi poi hanno potuto testimoniare anche durante il processo di beatificazione che si è aperto nel 2002 a Trieste ed è stato completato nella prima parte nel 2003, nella speranza che venisse riconosciuto il “martirio” di Padre Cortese. Purtroppo però non si conoscono né le circostanze esatte della sua morte né il giorno: durante il processo di beatificazione siamo stati perfino costretti a chiedere al Tribunale di Padova di dichiarare la “morte presunta”, perché quest’uomo era letteralmente scomparso. La verità è che ai nazisti la cosa era sfuggita di mano, perché non era previsto che Padre Placido morisse per le torture subite, e per questo hanno deciso di farlo sparire. Con ogni probabilità il suo cadavere è stato cremato nel forno crematorio della Riviera di San Saba, l’unico campo di concentramento in Italia, e non ne è rimasta nessuna traccia. Anzi, malignamente i nazisti avevano messo in piedi dicerie che volevano Padre Placido essere stato istradato per la Germania. Per questo, non avendo notizie, il silenzio è calato sulla sorte di Padre Placido Cortese per molti anni. Oggi rimangono in vita pochissime persone che l’hanno conosciuto: una è uno sloveno, che durante la guerra era addetto alla Croce Rossa, che ha detto di aver ascoltato le ultime parole di Padre Placido nel bunker di Trieste: “prega e taci”. Questa fu la consegna datagli: la preghiera come uomo di Dio, e il silenzio come strumento per salvare.

Quali sono le ragioni per cui la Chiesa fatica a riconoscere Padre Placido come martire?
Laggioni: La pratica di beatificazione è ora nelle mani del Postulatore, presso la Congregazione per la Cause dei Santi. Dopo la fine della fase diocesana del processo, nel 2003, sembrava ci fosse la possibilità per far riconoscere il “martirio”, ma poi una norma emessa da Benedetto XV ha ristretto un po’ la visuale, dato che la “carità” non è più un motivo sufficiente. Il riconoscimento del martirio per Padre Placido sembra una strada ardua ed impervia, perché la Chiesa riconosce come tale solo il martirio “in odium fidei”, una modalità che non sembra si possa applicare qui, dato che possiamo parlare di motivi politici. Inoltre non si conosce bene la data della morte: solo successivamente è stata stabilita al 15 novembre – e per questo domani si ricordano i settanta anni dall’evento – ma quello che è sicuro, dalle testimonianze raccolte, è che sia morto nei primi giorni di novembre. Comunque, nel 2012 è stato aggiunto alla pratica un supplemento con ulteriori testimonianze per far andare avanti la causa, perché anche per la via normale siano riconosciute le virtù eroiche, un eventuale miracolo, e si arrivi alla beatificazione. C’è attesa in città per questa commemorazione del 15. Placido Cortese è una figura che rappresenta un bel messaggio, perché quest’uomo era mite nel nascondimento e nell’umiltà, e il fatto che abbia subito questa sorte così tragica e dolorosa fa ancora più impressione. La sua è stata una vita dedicata a Dio e al prossimo, da vero figlio di San Francesco.

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nazismotestimonianze di vita e di fede
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