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Alzheimer, è l’ora per un approccio non convenzionale

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Neurologi ed esperti a confronto su nuovi modi per prevenire a trattare questa malattia

È uno dei mali più subdoli e devastanti per l’essere umano, perché attacca non solo il corpo ma anche quel bene primario e immateriale che è l’identità personale. La malattia di Alzeheimer-Perusini, conosciuta come morbo di Alzehimer, accelera e accentua i processi di demenza naturale spostandoli in una fase pre-senile dello sviluppo dell’individuo. Non esiste cura, si sa, e i tentativi di arrestarne il decorso, o di impedirne lo sviluppo, finora non si sono mai dimostrati davvero soddisfacenti. Forse, allora, vale la pena tentare nuove vie. Questo è lo spirito e la traccia dei lavori del congresso “Approccio non convenzionale alla malattia di Alzheimer: dalla ricerca alla cura”, che si è tenuto venerdì 14 novembre presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. L’incontro è stata l’occasione per il team di neurologi del policlinico Gemelli, guidato dal professor Paolo Maria Rossini, per illustrare meglio le proprie ricerche sulla presenza e l’azione del “rame libero” nel nostro corpo e che, tra le altre cose, associano il decorso della malattia ad aspetti critici del nostro stile di vita. Aleteia ha incontrato il professor Rossini, neurologo e presidente del Congresso di venerdì, per chiedergli alcune delucidazioni sui suoi studi.

Perché c’è bisogno di un approccio “non convenzionale” all’Helzeimer?

Rossini: Negli ultimi vent’anni la ricerca si è concentrata su filoni che purtroppo fino ad oggi si sono rivelati improduttivi in termini di un trattamento in grado di poter modificare l’evoluzione naturale della malattia. Quindi, in attesa che arrivi qualche farmaco efficace sulla beta-amiloide o su altre cause più tradizionalmente note, bisogna muoversi anche lungo altre linee perché altrimenti questi poveri malati rimarranno privi di qualsiasi sostegno. Nel corso del convegno ne abbiamo esplorate prevalentemente due: la prima linea riguarda il ruolo del rame libero nei processi di neuro-degenerazione. Quest’ultima è la malattia di base dei pazienti, che li porta a perdere cellule nervose e contatti tra esse molto rapidamente nel corso della loro vita e in un’età in cui questo non dovrebbe cadere.

Le vostre ricerche parlano di una frazione libera del rame. Cos’è, e perché è pericolosa?

Rossini: Tramite studi del nostro gruppo, ma anche di gruppi americani ed australiani – è una teoria che lentamente si sta espandendo – abbiamo rilevato che esiste una frazione libera di rame che tutti abbiamo nella nostra circolazione. Normalmente infatti il rame è veicolato da una proteina che è la ceruloplasmina, la quale funziona come un’automobile molto grande che porta in giro il rame nel nostro corpo. Quest’automobile è sufficientemente grande da non riuscire a passare quel filtro che normalmente protegge il nostro cervello da sostanze che circolano nel sangue. C’è una frazione di rame però che gira libero, “a piedi”, che purtroppo essendo piccola passa penetra quel filtro, entra nel cervello e produce dei danni. C’è un’altra cosa che abbiamo scoperto: tutti assumono rame attraverso l’ambiente, soprattutto alimenti ed acqua, e questo fa parte della normalità, però non si sapeva che geneticamente ciascuno di noi può essere un cattivo o un buon metabolizzatore di rame. Questo elemento di solito viene espulso attraverso il fegato e nelle feci, però geneticamente alcuni di noi, senza saperlo, lo eliminano con difficoltà. Per questo è facile che se ne accumuli in eccesso nel corpo, ed in particolare nel cervello. Il rame libero è un fattore di rischio che ormai abbiamo comprovato essere associato all’Alzheimer, ma non è l’unico fattore, né probabilmente il principale, ma è importante perché è un fattore di rischio modificabile, diversamente da tutti quelli che conosciamo. Quindi, o attraverso una dieta modificata, oppure attraverso sostanze che leghino il rame e ne facilitino l’espulsione del corpo, può essere modificato. Sono in corso degli studi per verificare cosa accade nei pazienti che hanno il rame libero alto e con quali modalità una dieta o una cura specifica è in grado di produrne l’abbassamento.

C’è una predisposizione genetica in un metabolismo difettoso del rame?

Rossini: C’è una disposizione genetica, ma anche uno stile di vita. Se uno è grande consumatore di alimenti ricchi di rame – ad esempio fegato, molluschi o frutti di mare – è chiaro che è un po’ più a rischio di uno che non ne mangia mai. Ovviamente se uno è un buon metabolizzatore, pure se mangia fegato tutti i giorni non gli accade nulla.

Queste scoperte permettono di lavorare sia in termini di prevenzione che di cura?

Rossini: Di prevenzione sicuramente: oramai il test è utilizzabile anche clinicamente, attraverso un banale prelievo di sangue. Già oggi io posso sapere se la quantità di rame libero che circola nel mio sangue è nella norma oppure no. Sul discorso della terapia, posso dire che sono in corso i trial e che, come al solito, occorreranno almeno due tre anni per avere la controprova che abbassando il rame nei soggetti in cui è alto la malattia ha un’evoluzione diversa. È importante con questo convegno allargare il panorama dell’interesse, perché purtroppo la ricerca ogni tanto si chiude in veicoli non ciechi ma “lunghi, che arrivano al bersaglio dopo alcuni decenni, e non esplora possibilità meno attrattive che invece possono essere d’aiuto.

Oltre a quella del rame, qual è la seconda strada che avete esplorato nel convegno?

Rossini: Si tratta di una nuova metodica che finora è stata praticata parzialmente solo in Israele, ma sulla quale sono in corso sperimentazioni in Germania e negli Stati Uniti. L’ipotesi su cui stiamo lavorando è questa: noi già sappiamo che il soggetto che fa ginnastica mentale, riabilitazione cognitiva, esercizi che tendono a stimolare funzioni cognitive compromesse dalla malattia, ha un cervello che resiste più a lungo nella deaerazione. Sappiamo anche che l’utilizzo di stimoli magnetici, in particolare di una tecnica che si chiama stimolazione transcranica magnetica, è in grado di rendere più reattive le strutture cerebrali coinvolte dallo stimolo. Allora, l’idea è di mettere insieme le due cose, il soggetto che fa i suoi esercizi cognitivi e gli stimoli magnetici – per rendere le strutture del cervello ancora più pronte. La speranza è che queste due cose insieme diano un risultato maggiore di quello che danno le due metodiche realizzate separatamente, e i primi risultati ottenuti all’estero sono molto incoraggianti. Ora stiamo per cominciare anche in Italia: è una via interessante, che non utilizza farmaci e non presenta rischi, e potrebbe essere una nuova arma nell’attesa di una medicina risolutiva.  

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