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Sulla povertà

Zoriah Miller

James V. Schall, S.J. - pubblicato il 12/11/14

Le idee sbagliate su come aiutare i poveri sono una delle più grandi cause del problema

A Gerusalemme, San Paolo venne ammonito di fare attenzione ai poveri. Era felice di farlo. Pensava anche di dover lavorare per non essere un peso per gli altri. Spesso ci viene consigliato di identificarci con i poveri. Un uomo povero è aiutato o insultato quando qualcuno gli dice che vuole identificarsi con lui? Un uomo agiato che si “identifica” con il povero sembrerà condiscendente con l'uomo povero che sospetta che l'altro stia solo fingendo. I poveri non vogliono essere poveri. Non sono aiutati da coloro che, pur con le migliori intenzioni, si identificano o fingono.

Alcuni pensano che chiunque dovrebbe essere povero in via di principio perché i ricchi sono pericolosi, molti altri si concentrano su due domande: “Perché i poveri sono 'poveri'?” e “Come non essere poveri?” Le cause principali della povertà derivano da idee inattuabili o erronee su come aiutare i poveri. “Voler” aiutare i poveri non significa necessariamente aiutarli. Dipende dalla fattibilità di ciò che suggeriamo o finanziamo.

La povertà non è semplicemente una questione di necessità ma di idee. La povertà bisognosa è in genere un prodotto della povertà provocata dalla mancanza di idee. Idee con le migliori intenzioni, ad ogni modo, spesso nella pratica non riescono ad alleviare la povertà. L'intenzione e la buona volontà non bastano. Tutta l'“identificazione” con i poveri nel mondo non li aiuterà a meno che chi si identifica con loro non sappia, e i poveri lo sanno, cosa li fa essere poveri. Se i poveri conoscessero questo motivo e fossero abbastanza disciplinati da affrontarlo, presto non sarebbero più poveri.

L'ampia riduzione della povertà nel mondo negli ultimi decenni è avvenuta per questa conoscenza e per la disciplina che richiede il fatto di metterla in pratica. Anche se abbiamo bisogno di ordine pubblico e leggi, il modo peggiore per aiutare i poveri è affidare il compito di aiutarli a un Governo e alla sua burocrazia. Questa mossa in genere provocherà un controllo politico dei poveri, che continueranno ad essere poveri ma diventeranno dipendenti da un sussidio governativo. Questo modo è poco migliore di una forma moderna di servitù.

Ci dicono anche che i poveri saranno “sempre” con noi. Sicuramente ci saranno sempre persone che pensano di essere private rispetto ad altre di ciò che altri hanno e di ciò che è loro “dovuto”. Pensano di essere comparativamente poveri anche se possiedono molte cose. Gli economisti moderni, però, non pensano che sia del tutto vero che la povertà non può essere fondamentalmente eliminata. Il numero di poveri nel mondo, come percentuale della popolazione mondiale, è infatti rapidamente diminuito negli ultimi decenni. La Cina, l'India e buona parte del mondo hanno imparato a non essere povere. Il volto della povertà è una cosa che cambia rapidamente. I poveri di molti Paesi stanno relativamente bene rispetto ai poveri di Paesi più svantaggiati. La povertà, quindi, è spesso relativa a ciò con cui la stiamo paragonando.

La questione della povertà non può essere del tutto dissociata da quella dell'invidia. L'invidia ci fa sentire poveri quando c'è qualcuno che ha più successo di noi. Non tutti vogliono essere o hanno bisogno di essere ricchi. Una ricchezza sufficiente e confortevole è spesso da preferire a una grande ricchezza. Si può essere molto ricchi senza essere ingiusti. Si può essere più generosi verso gli altri. La ricchezza genera ricchezza. I risparmi, se investiti, possono portare alla ricchezza. La generazione di nuova ricchezza è sempre da preferire a una teoria della redistribuzione della ricchezza esistente. L'effetto usuale del confiscare e redistribuire i beni della ricchezza è rendere chiunque povero. Penalizzare attraverso tasse ingiuste e altri disincentivi quanti producono nuove idee e beni significa minare le motivazioni per produrre nuove idee e prodotti. L'uomo deve imparare e distribuire più di ciò di cui ha bisogno e che vuole.

San Paolo ha detto anche che chi non lavora neppure deve mangiare. Questa ammonizione ci suona crudele. Nutriamo normalmente quanti non lavorano. Hanno un “diritto” di essere curati, indipendentemente da ciò che fanno. Il problema di quelli che sono noti come “parassiti” – ciòè coloro che saprebbero come lavorare ma non fanno niente – affligge ogni economia. Nel moderno Stato del welfare, non pochi hanno visto che, grazie alla generosità del Governo, possono vivere meglio non lavorando piuttosto che lavorando. La disoccupazione diventa una funzione della capacità di ricevere un introito superiore dal non lavorare piuttosto che dal lavorare.

Viene detto che i disoccupati vogliono lavorare, per cui hanno bisogno di un lavoro. Cosa fa sì che questo lavoro esista? Ci sono molti lavori che tanti non vorranno. L'immigrazione è spesso la risposta a questo fatto. Persone di altri Paesi sono felici di avere un lavoro che nessun abitante del Paese in cui si stabiliscono vorrebbe svolgere. Alcuni parlano di un “diritto” a un lavoro che sia all'altezza del proprio status. Ciò può richiamare il sistema della caste indiano, in cui certi lavori sono riservati a specifiche caste. E ci possono essere lavori che producono cose che nessuno vuole o di cui nessuno ha bisogno? I Governi socialisti sono spesso responsabili del fatto di tenere in produzione le cose che nessuno vuole per poter impiegare le persone a spese del Governo.

Aristotele ha affermato una volta che la schiavitù era il risultato della necessità che certi lavori venissero svolti ma nessuno voleva svolgerli. La schiavitù è stata quindi istituita perché venissero svolti. Aggiungeva che se potessimo inventare delle macchine per svolgere questo lavoro necessario non servirebbe più la schiavitù. Ciò è di gran lunga quello che è avvenuto. Si può affermare che l'abolizione della schiavitù sia stata dovuta più al fatto che sono stati inventati modi più efficienti di fare quello che facevano gli schiavi che all'azione dei movimenti politici che volevano la sua abolizione. Ovviamente oggi viviamo in un mondo in cui macchinari del tipo più sofisticato svolgono i lavori che una volta spettavano alle persone ordinarie che cercavano lavoro. L'invenzione e l'azione di queste macchine, ovviamente, fa sì che esistano altri lavori, in genere più sofisticati. 

La questione della povertà è spesso carica di emozione. Se sappiamo come risolvere questa questione, perché non viene risolta? La risposta a questa domanda è, in fondo, perché l'economia non spiega tutto ciò che è l'uomo. L'economia riguarda la ricchezza, la sua produzione e la sua distribuzione. La povertà e il suo alleviamento forniscono inoltre una giustificazione per la vita di tanti che non vedono altro scopo nella vita umana che il benessere temporale.

Aiutare i poveri è spesso una giustificazione per il potere sociale e politico basata sull'affermazione di essere capaci di risolvere i problemi della povertà. I poveri, in questo senso, sono necessari per giustificare le azioni a loro favore. Non sono i poveri che trovano il modo di uscire dalla povertà, ma il Governo o l'ideologia che lo fa per loro.

Gertrude Himmelfarb ha scritto un libro sulla questione della povertà nel XIX secolo. All'epoca si distingueva tra poveri che lo meritavano e poveri che non lo meritavano. L'ammonizione di Cristo per cui i poveri sono sempre con noi toccava lo stesso problema, ovvero alcune persone, a causa di società fallite, malattia, problemi morali o mancanza di volontà o intelligenza, avranno sempre bisogno di aiuto. Il cristianesimo non chiede loro di fare per sé più di quello che possono fare. Fondamentalmente, hanno bisogno di quell'aiuto che a volte chiamiamo carità, ovvero un aiuto che non chiede un ritorno tranne forse un po' di gratitudine, ma la maggior parte dell'umanità non deve essere povera. Il tipo di aiuto in questo caso è ciò che porta ad aver cura di se stessi.

Con quest'ultimo gruppo, il centro dell'attenzione non dovrebbe essere tanto il fatto che ci si prenda cura dei poveri quanto l'aiutare i poveri a prendersi cura di se stessi. Ma ancora una volta, non tutti i consigli su come aiutare i poveri funzionano, per cui è coinvolta una vera questione di moralità, politica ed economia. “Identificarsi” con i poveri non è abbastanza e potrebbe anche essere dannoso se vengono dati consigli inefficaci o cattivi. Non aiuteremo i poveri o chiunque altro a meno che non li amiamo, ma il fatto che amiamo qualcuno non fa sì che il modo in cui mostriamo questo amore sia una maniera plausibile per aiutare i poveri.

Molta gente, quando pensa di aiutare i poveri, si concentra sull'aiuto immediato. È giusto, ma la questione più importante – ciò che riduce ed elimina davvero la povertà – è il lungo termine. Questo approccio non solo raggiunge più persone, ma prende in considerazione ciò che funziona. Con Paolo, dovremmo tutti “fare attenzione” ai poveri, ma con Aristotele dovremmo prima conoscere e distinguere cosa li aiuta e cosa non lo fa, altrimenti la nostra preoccupazione per i poveri più che aiutarli probabilmente li danneggerà.

James V. Schall, S.J., professore presso la Georgetown University per 35 anni, è uno degli scrittori cattolici più prolifici d'America. I suoi libri più recenti sono "The Mind That Is Catholic" e "The Modern Age" .

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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