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Sei consigli per sopravvivere alle unità pastorali

© P.RAZZO/CIRIC

Vinonuovo.it - pubblicato il 11/11/14

Anche se sembra impossibile, sopravvivere a uno dei più temuti, avversati e scongiurati mali dei tempi moderni ecclesiali si può...

Sei un operatore pastorale e da qualche tempo provi chiari segnali di stress apparentemente inspiegabili? La tua parrocchia conta pochi abitanti e si trova accanto a una comunità popolosa e tu non ci dormi la notte? Il tuo parroco, dopo trent’anni, nel tuo paese, che si trova per lo più nel Nord Italia, ha raggiunto l’età (veneranda, s’intende) della pensione e tu ti stai chiedendo che cosa sarà dopo di lui?

Sono sintomi chiari che non lasciano alcun dubbio, la diagnosi è servita: la tua parrocchia potrebbe essere inserita in una nuova unità pastorale.

Che cosa ne sarà del catechismo tradizionale, bello, pratico, è sempre uguale a se stesso da quarant’anni? E dei gruppi della parrocchia che da sempre attendono l’arrivo del parroco perché apra le porte del centro della comunità, altrimenti tutti si sta fuori. E che cosa ne sarà del decoro della chiesa, dato che le signore delle pulizie non alzano nemmeno un vaso se non è il don a ordinarlo?

Di cure miracolose, ormai l’abbiamo capito, non ne esistono. Eppure, anche se sembra impossibile, sopravvivere a uno dei più temuti, avversati e scongiurati mali dei tempi moderni si può.
Come fare? Ecco alcuni piccoli, sommessi, suggerimenti.

1. Laici fino in fondo, anzi "fino in cima". Se la tua parrocchia entra in unità pastorale e ora ci sono, per esempio, due sacerdoti in tre comunità, è evidente che il modo di fare il prete cambia. Le priorità vanno riviste, le agende ristrutturate, i compiti suddivisi tra sacerdoti e laici attraverso il consiglio pastorale. Ecco, finalmente è il momento di avverare la profezia di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta-Ruvo-Terlizzi-Giovinazzo. Finalmente è il tempo di diventare laici responsabili e corresponsabili, capaci di discernere e decidere, e anche di prendere la parola a nome della comunità, senza imbarazzi, senza sentirsi supplenti dei pastori. Unità pastorale significa, gioco forza, scelte più condivise concretizzate dai laici e gestione delle strutture che piano piano passerà ai parrocchiani. Ai sacerdoti i sacramenti, le relazioni, la nobile cura delle anime.

2. La preghiera al centro. Perché la parrocchia non diventi l’ennesima associazione di volontariato nella quale ognuno prova ad accaparrarsi un pezzetto di posto al sole, occorre intensificare la preghiera. Il senso dell’esistenza della comunità sta tutto nell’eucaristia. L’ha detto Papa Francesco qualche mese fa: senza la preghiera, l’eucaristia, la chiesa diventa una semplice ong.

3. La vita comune dei preti. È di grande ispirazione per noi laici. "Non c’è unità pastorale se non c’è fraternità sacerdotale", ripete spesso un anziano parroco tra i pionieri delle unità nel Nordest. Rappresenta un segno chiaro della realtà verso la quale si sta andando: un cammino condiviso, che parte dalla tradizione del territorio, ma soprattutto dalle persone, e infatti

4. Quelli della parrocchia accanto non sono alieni. Sono persone che come noi guardano i cambiamenti in atto nella chiesa e nella realtà, che come noi hanno qualche preconcetto figlio del vicinato e del campanilismo, qualche abitudine pastorale di cui non comprendiamo immediatamente le motivazioni. Ma in fondo sono, esattamente come noi, persone che si spendono per la comunità, che donano la cosa più preziosa che hanno, il tempo, consapevoli che si tratta di un (piccolo) sacrificio che permette di crescere, come persone e come cristiani.

5. Sperimentare la novità. L’unità pastorale rappresenta la fine del mai abbastanza vituperato "Facciamo così perché si è sempre fatto così". I tempi cambiano, le persone si incontrano, le idee circolano e le scelte maturano. Annunciare il Vangelo non ha forme standard, anzi, pratiche lise perché infinitamente ripetute rischiano di sfibrare anche la forza del Messaggio. Apriamo le porte al vento dello Spirito, da meri esecutori si può diventare ideatori, sperimentatori. La nostalgia dei bei tempi andati non aiuta di certo a guarda, progettare, cesellare il futuro. L’importante, come al solito, è non innovare solo per il gusto di farlo.

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