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Sancho Panza. E un Dio con la frusta

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don Marco Pozza - Sulla strada di Emmaus - pubblicato il 10/11/14

Un Gesù con la frusta è un Gesù che sorprende, sin quasi a sbigottire

Il sospetto che aleggia è che alla fine abbiano fatto come i venditori ambulanti di merce contraffatta. Capita sempre la stessa scena: s'alzano di scatto – e con loro s'alza anche la mercanzia avvolta in teli di fortuna – e scappano altrove. Per poi tornare dopo qualche attimo di tregua e rimettere tutto al loro posto. Pronti all'ennesima puntata di guardie e ladri. Sarà successa la stessa cosa anche a Gerusalemme, in quello spazio sacro ch'era il loro Tempio? A scappare anzitempo non sono riusciti se è vero ciò che racconta Giovanni: «Fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”» (liturgia della Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense). Caos dentro al Tempio: banchi che si ribaltano, monete che si sparpagliano in terra, sedie che si rovesciano addosso ai piccioni. Gabbie, scandali, polvere e buoi che s'infuriano: “Portate via di qua questa roba!” – gridò l'Uomo arrembante appena entrato di là col Cielo cucito addosso. Per quella gentaglia il Tempio era tutto, ma proprio tutto: fortezza in caso d'assedio, banca di depositi, fiera in tempo di pellegrinaggi. Quasi un bazar orientale: contratti, dispute, pettegolezzi, sdottoramenti tra saputelli. Insomma: il convegno dove s'erano dati appuntamento tutti quelli che di Cristo volevano la pellaccia, ancor prima che s'infuriasse a dismisura contro di loro.

Che, poi, ad essere sinceri mica s'avventò contro di loro. Munito di frusta e di sguardi veementi, volle colpire alla radice il male: il suo nemico era l'abuso che del Tempio si faceva, quella celebrazione ostentata verso il dio Mammona, quel confondere le cose trasparenti del Cielo con quelle ambigue della terra. Quell'uomo mai condannerà la ricchezza: suo bersaglio sarà piuttosto l'uso smisurato e maledetto che di essa faranno gli uomini. Come mai accadrà che neghi al ricco il suo ingresso nel Regno dei Cieli: dirà semplicemente che non sarà una cosa semplice. Il che non è proprio la stessa cosa. È l'imbastardimento che fa imbufalire il Nazareno. Un Dio che piacerebbe tantissimo a Sancho Panza, quello per il quale cambiare il mondo non era follia e nemmeno utopia: era semplicemente questione di giustizia. Cioè di ordine, di giusta armonia tra le cose: un Gesù con la frusta è un Gesù che sorprende, sin quasi a sbigottire. Un Gesù che vuole rimettere il Tempio – e tutto ciò che riguarda le cose di Dio – nel suo giusto ordine: la fede non è creduloneria, la liturgia non è mai sciatteria, la bellezza non è un cosmetico. Come il parlare, che sarà netto, scevro di ogni possibilità di ambiguità: sì o no. Punto e a capo.

Del resto anche a me quasi sempre i discorsi che faccio non piacciono dal momento che è mio ardente desiderio farne altri migliori: e molte volte li gusto interiormente prima di cominciare a svilupparli con il suono delle parole; se poi mi riescono inferiori rispetto a quelli che avevo concepito dentro di me, mi rattristo perché la lingua non è in grado di corrispondere al mio sentire profondo. Vorrei infatti che chi mi ascolta vedesse con la mente ciò che io vedo; invece mi accorgo di non esprimermi in modo da riuscire nell'intento, sopratutto perché la visione pervade l'animo, per così dire, con la rapidità di un baleno, mentre l'espressione è tarda, prolissa e molto diversa; mentre questa si sviluppa, quella già si è ritirata nei suoi recessi.
(Agostino, De catechizandis rudibus)

D'ora innanzi dovrà ben guardarsi quell'Uomo che non conosce sosta, lanciato in direzione di Gerusalemme. Se prima della frustata i suoi nemici erano uno accanto all'altro trai banconi delle vendite, dopo quella sferzata s'uniranno ancor più: faranno alleanza, creeranno una combriccola esperta d'inganni e di frode. Lo talloneranno, lo trarranno in inganno, gli tenderanno trappole a dismisura: nessun Cesare accetterà mai d'essere irriso così platealmente. A causa sua, sotto gli occhi del popolo, in faccia alla gente di tutti i giorni. Lo talloneranno sin quasi a prenderlo. Quando ci riusciranno, lo trafiggeranno perché non fugga altrove:«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» – disse loro frusta alla mano. Capirono ben poco: quarantasei anni di malte e mattoni, di cemento e di edilizia quell'Uomo saprà irriderli con la manovalanza di soli tre giorni? Un giorno capiranno di non averci capito nulla: il Tempio non saranno mura. Mura con dentro gabbie, gabbie con dentro piccioni, piccioni che portano monete. Quel Tempio diverrà una Presenza, il tuttodentro il frammento. L'infinitamente grande nell'infinitamente piccolo: Dio nell'uomo.

Nel frattempo c'è da fare pulizia. Ancora, più d'allora. Pulizia ovunque, dal Tempio al cuore: l'uomo non vive delle cose ma del senso in esse racchiuso. Di un Dio che chiede d'essere amato sopra ogni cosa. Sopra le mercanzie.

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