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Social da incontro: quella paura dell’incognita umana

© Gavin Llewellyn
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Il nuovo straordinario successo di una app per single, Tinder, limita i rischi del rifiuto, ma anche la complessità del rapporto

Nelle montagne russe dell’ecosistema social ora è Tinder a trovarsi al vertice. Lo strumento web per single guidato da Sean Rad arriva come molti altri dalla California, e lavora ormai su computer e smartphone (quest’ultima versione vale ormai il 70% di un giro d’affari di due miliardi di dollari) di circa 50 di milioni di utenti attivi.

Come funziona? Entrando attraverso Facebook l’utente può accedere ad una selezione effettuata per lui/lei da Tinder di persone che, in base all’attività di post (e “mi piace”) e ai profili lasciati in rete, hanno dichiarato un interesse nei suoi confronti. Persone ovviamente raggiungibili per un incontro, al quale si può giungere dopo un’intensa attività di scambio foto e chat ‘. Gli ultimi dati rivelano che Tinder avrebbe ormai surclassato Facebook per minuti spesi sulla propria piattaforma (90 minuti al giorno), e che gestisce miliardi di promozioni e bocciature mettendo in contatto in 24 ore circa 12 milioni di persone. Che panorama umano, individuale e sociale raccontano questi numeri? Aleteia abbiamo parlato con la professoressa Nicoletta Vittadini, sociologa della comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Da ricercatrice, quale curiosità le suscitano i numeri di Tinder?
Vittadini: Il primo pensiero che mi viene è che – detta in termini tecnici – ci stiamo sorprendentemente avviando da forme di socialità informale a forme di socialità molto formalizzate. Questo vuol dire che tutte questi mezzi tecnologici in realtà sostengono un progressivo indebolirsi di forme di socialità che erano consuete nei Paesi latini come il nostro, dove le persone potevano godere di spazi d’incontro e di forti reti familiari e sociali. Invece il successo di questa innovazione tecnologica mi fa pensare che la socialità informale tipica per tanto tempo di paesi come il nostro stia un po’ entrando in crisi ed abbia bisogno di essere incanalata in altre forme. In altri paesi queste esistono già e sono il club, l’associazione, insomma le strutture che ospitano i momenti di socialità e li inquadrano in ore, giorni e momenti precisi. Mi sembra che ci sia sempre più bisogno di qualcos’altro che organizzi anche la nostra socialità: siccome noi club e associazioni non ce li abbiamo, alla fine questi strumenti fanno loro una parte che abbiamo sempre fatto noi, quella di capire chi sono le persone da incontrare, se possiamo esserle amici o qualcosa di più. Noi stiamo perdendo la capacità di fare questo.

È una forma di “colonizzazione” da parte degli anglosassoni attraverso le modalità dei rapporti sociali?
Vittadini: Un po’ possiamo parlare di colonizzazione, anche perché diverse app come questa, ma anche Facebook, arrivano dal Sud della California. Il luogo dove sono pensati questi strumenti non è ininfluente, perché anche in come pensa uno strumento che supporta la socialità in realtà installo delle logiche che sono culturali: lo penso per un servizio che è funzionale per una certa cultura. Poi quello circola, ed è chiaro che i modi di uso cambiano da un paese all’altro, ma il luogo d’origine dello strumento è importante. A me francamente quello che preoccupa di più è il fatto che stiamo progressivamente perdendo la capacità di socialità informale: è una grande risorsa questa, in realtà, anche perché consente una socialità sviluppata trasversalmente rispetto ai vari mondi e alle varie attività. Non sto dicendo che non c’è più, questo sarebbe esagerato, però effettivamente, soprattutto tra le generazioni più giovani questa capacità di dar vita alla socialità in modo trasversale rispetto a luoghi, occasioni, contesti, sta forse indebolendosi. E infatti su queste applicazioni sorprendentemente troviamo soprattutto i giovani delle città, che invece sono quelli che dovrebbero avere meno difficoltà a creare situazioni d’incontro.

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