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“Viri Probati” dove non ci sono preti

© Louis Marie MELCHIS / CIRIC
Sacerdote con niño
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Uomini, anche sposati, consacrati “ad experimentum” per ovviare alla carenza di sacerdoti in Amazzonia.

di Daniele Metelli
 

Una sirena suona oltreoceano. I vescovi del Brasile lamentano la diffusa e insostenibile carenza di sacerdoti nelle loro diocesi e hanno inviato una nota direttamente a papa Francesco. Ambasciatore a Roma del messaggio è stato il vescovo di origine austriaca Erwin Kraütler, attualmente responsabile della prelatura di Xingu, la più estesa del Brasile.

A margine di un incontro con il Santo Padre svoltosi nello scorso aprile, mons. Kraütler ha rilasciato un’intervista esclusiva al “Salzburger Nachrichten”, lamentando la difficoltà di recare assistenza spirituale in un territorio sconfinato di 700.000 fedeli e 800 comunità con soli 27 sacerdoti. Con una triste conseguenza. Che le comunità religiose possono celebrare l’Eucaristia solamente due o tre volte l’anno e amministrare i sacramenti fondamentali del cammino cristiano solo in occasione di queste visite.

Nel ventaglio delle possibili soluzioni il colloquio con il Santo Padre ha toccato anche il tema spinoso dei “viri probati”, uomini di fede e virtù comprovata, autorevoli e rispettati all’interno di una determinata comunità. Vedovi o sposati con figli adulti, in grado di provvedere autonomamente al proprio mantenimento, potrebbero essere “ordinati preti” in tempi relativamente brevi. Per gli sposati, poi, il consenso della moglie sarebbe un’altra conditio sine qua non. I “viri probati” verrebbero dapprima chiamati ad un ministero circoscritto, pastori di piccole porzioni di comunità, ma in un futuro, se l’esperienza si rivelasse all’altezza delle necessità come sperano i suoi propugnatori, il campo d’azione potrebbe estendersi come le loro stesse responsabilità.

Un cavallo di troia verso l’abolizione del celibato? No, una sollecitudine pastorale nei confronti di popolazioni distribuite in vasti territori che non hanno praticamente accesso ai sacramenti della Chiesa o possono riceverli occasionalmente nell’arco della loro esistenza.

Il dibattito è antico e coinvolge anche altre voci eminenti, tra cui quella del card. Claudio Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo che nonostante gli 80 anni compiuti è quantomai attivo nella sua qualità di Vicario episcopale della regione amazzonica, una delle aree più carenti di sacerdoti. In qualità di Prefetto della Congregazione per il Clero Hummes aveva portato avanti la discussione sui “viri probati”, ma con scarsi risultati. Già nel 2006 aveva dichiarato a un giornale brasiliano che “il celibato è una disciplina, non un dogma della Chiesa. […] Sappiamo per certo che molti degli apostoli erano sposati. La chiesa moderna deve tener conto di questo aspetto se vorrà essere al passo con la storia”.
Proprio la vicinanza tra papa Francesco e il card. Hummes – uno dei grandi elettori dell’ultimo conclave, voluto da Bergoglio accanto a sé il giorno dell’elezione sulla Loggia delle Benedizioni – potrebbe garantire una svolta a quella che sicuramente risulta essere una vexata quaestio. Non va neppure dimenticato quanto il papa sia sensibile ai dibattiti di natura pastorale. Lui stesso in pubblico aveva parlato del “modello Messico”. In una diocesi con carenza di sacerdoti sarebbero più di 300 i diaconi che collaborano nelle pratiche di assistenza spirituale, con l’unico vincolo di non poter celebrare la Messa la domenica con i fedeli. Questi diaconi sposati, che hanno già ricevuto una prima consacrazione, potrebbero però essere chiamati al sacerdozio attraverso una sorta di “aggiornamento” della consacrazione.

Resta evidente l’esigenza di una riforma dell’ordinamento della Chiesa con l’attenzione posta sui “lontani”. Mai come oggi – nella Chiesa di Francesco – Roma sembra non essere sorda ai venti di cambiamento, quando in gioco c’è l’unica cosa che conta per un cristiano: “testimoniare Cristo e contribuire alla costruzione del regno di Dio già su questa terra”. Per riformare la Chiesa bisogna essere “corajoudos”, cioè audaci. Ma audaci non vuol dire “fare da soli”; per Francesco, anche su una materia così delicata, il punto di partenza restano le Conferenze episcopali regionali e nazionali. Solo così si potrà fare il bene della Chiesa, che “vive” in cammino e reinventa sempre sé stessa.

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