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La madre è clinicamente morta, ma la gravidanza deve andare avanti

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 31/10/14

Il compito del medico è di stare dalla parte della vita

La madre è morta, ma i medici stanno tentando di tenere in vita il bambino che porta in grembo. Succede all’ospedale San Raffaele di Milano ed è un caso con pochi precedenti nel mondo (Corriere della Sera, 30 ottobre). 

CLINICAMENTE MORTA
La donna, una milanese di 36 anni, ha l’elettroencefalogramma piatto e dunque, secondo i parametri attuali della medicina, è clinicamente deceduta (in condizioni analoghe, di solito, partono le procedure per il prelievo degli organi). Ma uno staff di rianimatori, ginecologi e neonatologi sta cercando di far crescere il feto nel suo utero, per metterlo in condizioni di sopravvivere anche al di fuori. Con le sue forze.

UNA FAMIGLIA DETERMINATA
Per ospitare il corpo è stata allestita una stanza nella Terapia intensiva neurochirurgica, diretta da Luigi Beretta. È lì che pregano, giorno e notte, il papà del bimbo e i genitori della giovane. La decisione di tentare di salvare il bambino è stata presa con loro: la determinazione della famiglia è stata fondamentale. 

RISCHIO CESAREO
L’obiettivo dei clinici – si legge su La Stampa (29 ottobre) – è avvicinarsi il più possibile alla ventottesima settimana, in modo da aumentare le possibilità che il piccolo sopravviva minimizzando le conseguenze di una nascita prematura. La donna è tenuta costantemente sotto controllo in una stanza della Terapia intensiva neurochirurgica: se il suo cuore dovesse smettere improvvisamente di battere sarebbe necessario procedere ad un cesareo d’urgenza, prima del tempo. In ogni caso, più lontano sarà il giorno del parto, meno conseguenze ci saranno per il piccolo. 

UNA VITA DA SALVAGUARDARE
«Il compito del medico è di stare sempre dalla parte della vita – sottolinea ad Aleteia il dottore Alfredo Anzani, docente di etica clinica dell'Università Vita Salute San Raffaele e presidente del Comitato Etico dell'Istituto San Raffaele – una vita va salvaguardata nel limite del doveroso, non del possibile. C'è questa donna che ha avuto una grave emorragia cerebrale, per cui è stata dichiarata clinicamente morta. A questo punto, se non ci fosse stata nel grembo materno una vita, si sarebbe proceduto all'espianto degli organi, se i parenti avessero dato l'assenso». 

IL DOVERE DEL MEDICO
Di fronte ad un encefalogramma piatto, «consapevoli che c'è una vita che sta crescendo», il dovere del medico è di verificare «se la vita può proseguire, cioè se con l'aiuto della scienza e delle nuove tecnologie ciò sia possibile. Una volta appurato questo aspetto – prosegue Anzani – il decesso della madre arriverà quando nascerà il bimbo, sempre se nascerà, ovvero se la donna non subirà un arresto cardiaco. Più il feto si avvicina alla 28esima settimana di vita del bimbo, più è possibile che sopravviva dopo il parto».  

NESSUNA DIFFICOLTA' ETICA
Secondo il presidente del Comitato Etico del San Raffele il problema del «bambino che nasce senza madre non deve proprio porsi, è un discorso privo di valore. Il medico sta dalla parte della vita in maniera scientifica, razionale, osservando il dato oggettivo. Difficoltà in tal senso, dal punto di vista etico, morale, giuridico, io non ne vedo. Piuttosto la cosa straordinaria è che quando io ho iniziato la mia attività di medico, 45 anni fa, la tecnologia non consentiva ciò che invece sta realizzando con questa donna e il bimbo che porta in grembo». 

Tags:
bioeticamorte cerebrale
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