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Quando al funerale non si parla del defunto

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Certe rigidità liturgiche impediscono di cogliere il dono di una testimonianza e l’espressione sincera degli affetti

Lo sostengono tutti, i pastoralisti per primi, che i funerali rappresentano una delle rare occasioni per un lieto (secondo) annuncio in una chiesa insolitamente gremita. A volte però, purtroppo, capita di incontrare nei celebranti un atteggiamento ultrarigido rispetto alle modalità celebrative, che lascia amarezza, in particolare nei familiari.

Non sembri la solita rivendicazione laicale nei confronti dei presbiteri, solo spirito di correzione fraterna.. Dispiace – per essere concreti – che il parroco di turno s’imponga fin dal primo approccio davanti ai parenti devastati dalla stanchezza e dal lutto come "il padrone" della celebrazione, dettando regole dettagliate ("nessun intervento dopo la Comunione, al massimo uno!") perfino sulla scelta dei canti o del coro. E che spesso lo faccia all’insegna del "si è sempre fatto così", oppure "non possiamo fare eccezioni e distinzioni", brandendo la norma della buona (?) consuetudine o un impegno d’imparzialità rispetto ai defunti o alle loro famiglie che ha ben poco significato. Ma non ci diciamo sempre che una delle ricchezze della testimonianza cristiana è proprio la diversità, l’umanità che si esprime  in tante modalità diverse, tutte però manifestazioni dell’unico Signore. Ci sta bene sottolineare degli altri pregi e difetti da vivi… da morti invece dobbiamo considerarli come anonimi cristiani in fotocopia?.

Questo azzeramento degli aspetti di umanità che invece è bello cogliere anche nel momento del congedo da un amico – sia nella grandezza della sua vita cristiana che nella debolezza, pure da offrire al Signore – appare tanto più controproducente al momento dell’omelia: "non parleremo del defunto", "attenzione ai panegirici", "l’essenziale è annunciare la Resurrezione di Gesù Cristo, non altro" sostengono come principio inderogabile alcuni parroci, magari timorosi di qualche "fuori programma" dell’evento di cui si sentono unici registi oppure "scottati" da qualche intervento sopra le righe in funerali precedenti.

Ebbè? Non dobbiamo essere accoglienti e misericordiosi anche verso chi si sente di poter dire qualcosa all’amico caro o al nonno? (Talvolta gli interventi improvvisati si rivelano anche più efficaci e commoventi). Ma, soprattutto, non è proprio a partire da alcuni aspetti della vita cristiana che è facile far riecheggiare la Parola, suscitare la lode, evidenziare che nella Risurrezione quel credente laico ci ha creduto, eccome, anche nel momento della malattia, ad esempio? Intendiamoci: non si tratta di dare le pagelle o trasformare le omelie in orazioni laiche. Si tratta soltanto di vivere una comunione ecclesiale che tenga conto e valorizzi anche l’umanità delle persone, come Gesù stesso ci ha insegnato nei suoi gesti verso gli amici cari o verso le persone in difficoltà?  Compreso il pianto, in una manifestazione anche visibile degli affetti.

Talvolta, invece, in certi funerali anestetizzati dalle attenzioni del parroco, è come se il defunto non avesse mai avuto un corpo, un modo di esprimersi, un personale percorso di vita.

Per dirla tutta, poi, il sacerdote irrigidito s’impone anche sulla destinazione delle offerte  ("è previsto – la giustificazione canonica – che restino alla parrocchia") malcelando  talvolta una certa preoccupazione per la casse parrocchiali. Dall’altra parte la famiglia del defunto stenta a capire e accettare, perche una delle volontà del proprio caro era quella di destinare la colletta a qualche opera missionaria o caritativa la colletta, come estremo ed edificante messaggio di condivisione.

Qui l’originale

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