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Sacerdoti caldei costretti a scegliere tra l’apostasia e il martirio

AP Photo/Hadi Mizban

Kathy Schiffer - Aleteia - pubblicato il 24/10/14

Il patriarca Sako sospende sacerdoti iracheno-americani per non essere tornati in Iraq entro il termine prefissato

Il patriarca Louis Raphaël Sako, alla guida della Chiesa cattolica caldea, ha sospeso dieci sacerdoti iracheno-americani che hanno lasciato l’Iraq per fuggire alla Guerra del Golfo negli anni Novanta e hanno stabilito parrocchie e ministeri negli Stati Uniti. Il patriarca aveva chiesto ai sacerdoti di tornare in Iraq prima del 22 ottobre 2014 o di affrontare la sospensione dal ministero sacerdotale.

La guida dei cattolici caldei nel mondo è preoccupata del fatto che ci sia bisogno di ministero sacerdotale e leadership spirituale in Iraq, dove i cattolici rimanenti devono vivere temendo per la propria sopravvivenza. Aleteia ha intervistato il patriarca Sako durante il recente Sinodo, e Sua Beatitudine ha spiegato il suo decreto.

“I sacerdoti che sono fuggiti senza alcun documento canonico incoraggiano altri ad andarsene, anche le proprie famiglie. Hanno chiesto asilo nei Paesi occidentali, mentre altri sono rimasti per fedeltà al loro popolo. Non c’è giustizia da questo punto di vista. Se non mettiamo un limite a questo, altri se ne andranno e la Chiesa e il Paese resteranno senza cristiani.

Abbiamo una vocazione. Un sacerdote ha donato se stesso al Signore e al servizio: non dovrebbe cercare la sua libertà, la sua sicurezza. Il suo futuro è nella fedeltà a Cristo e al suo popolo, non in America o in Australia. Si potrebbe dire che ha la cittadinanza in questi Paesi, ma cosa ha a che vedere questo con il sacerdozio?

Ci sono anche sei monaci. Un monaco ha scelto la vita comunitaria; come può andarsene e stabilire una parrocchia negli Stati Uniti senza il permesso del suo superiore?”

Ad essere in ballo, ad ogni modo, è la sicurezza dei sacerdoti che accettano la richiesta del patriarca di tornare. I caldei e altri cristiani sono sotto attacco da parte dello Stato Islamico, che ha bombardato spietatamente chiese caldee, distrutto monasteri e cacciato i caldei dalla terra dei loro antenati. Episodi come l’uccisione di un sacerdote e tre diaconi a Mosul e l’attacco nel 2010 alla chiesa siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza, in cui tre sacerdoti e 50 fedeli sono stati assassinati dai terroristi, dimostrano una triste realtà: gli estremisti musulmani non permetteranno più alla Chiesa cattolica di agire apertamente in molte regioni del Paese. Qualunque sacerdote che torni nel Paese verrà probabilmente giustiziato sommariamente.

Nell’agosto scorso, Catholic News Agency ha citato padre Nawar, un sacerdote originario di Ninive che ha vissuto e studiato a Roma. “Oggi la storia del cristianesimo è finita in Iraq”, ha dichiarato. “La gente non può rimanere in Iraq perché chiunque resti è destinato a morire”.

Decine di migliaia di cattolici caldei si sono stabiliti negli Stati Uniti per fuggire alla persecuzione. Nell’eparchia cattolica caldea di San Pietro Apostolo, che copre 19 Stati occidentali, ci sono solo 14 sacerdoti caldei che servono circa 50.000 cristiani caldei. Il decreto del patriarca Sako li rimuoverebbe dal ministero, con efficacia immediata.

L’eparchia di San Pietro Apostolo, con base a San Diego, ha inviato vari appelli al patriarca Sako, ma non ha ricevuto risposta. Il 22 ottobre, quando ai sacerdoti nominati nel decreto del mese scorso è stato ordinato di tornare o di cessare il loro ministero sacerdotale, un appello d’emergenza è stato inviato in Vaticano. Ai sacerdoti è ora permesso di esercitare il loro ministero, mentre aspettano la risposta di papa Francesco.

Southern California Public Radio 89.33 KPCC ha riferito che la California del sud ospita circa 50.000 caldei, soprattutto nella contea di San Diego. I leader della comunità e un vescovo caldeo hanno fatto pressioni sul Congresso, sul Dipartimento di Stato e perfino sulle Nazioni Unite per aprire le porte a un numero superiore di rifugiati caldei.

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cristiani perseguitati in iraq
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