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Equivoci che non giovano a nessuno

© Sabrina Fusco / ALETEIA
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Dopo e durante il Sinodo sono state dette molte cose imprecise, a cominciare dall’idea che si stesse cambiando la dottrina

A leggere i commenti dei lettori, in calce agli articoli dei quotidiani on line sulla conclusione del Sinodo, si può ridere oppure piangere, a scelta. «Scisma subito, prima che sia troppo tardi!», diceva uno di essi. «Un papa che piace a Dario Fo, noto mangiapreti, insospettisce», diceva un altro. E un altro ancora: «Sui principii la Chiesa difende valori eterni. Insistere sulla richiesta di cambiamenti di questi valori è solo indice di arroganza da parte di chi crede che il diffondersi di atteggiamenti diversi sia di per sé motivo di cambiamento. Chi non crede, non penso che crederà perché la Chiesa si pieghi ai tempi».

È il frutto di una mancata formazione spirituale  e teologica, all’interno delle nostre comunità cristiane,  di cui da anni non mi stanco di denunziare (temo vanamente) la gravità.  Non si tratta di essere progressisti o conservatori, come  i giornali hanno cercato di catalogare i partecipanti al dibattito sinodale. Si tratta di capire oppure no di che cosa si sta parlando. Non è in gioco la fede! Nessuna verità evangelica, nessun dogma della Chiesa, è qui in discussione. E chi parla di scisma non sa quello che dice.

Il problema di cui si sta discutendo, nei suoi termini reali, è quello dello stile pastorale della Chiesa nel mondo di oggi, stile che non può essere lo stesso di quello di ieri, perché il mondo cambia e ogni epoca sollecita i cristiani a cercare nel Vangelo immutabile nuove risposte e nuove sollecitazioni.

Ci sono, in verità, coloro che sostengono l’indissolubilità tra questi atteggiamenti pratici e le verità eterne. Ammettere i divorziati risposati all’eucaristia – dicono – implica in fondo un tradimento, a livello dottrinale, sia dell’indissolubilità del matrimonio che della stessa eucaristia.

È un ragionamento che mi ricorda quello di un teologo moralista (oggi tra i vescovi conservatori), secondo cui usare gli anticoncezionali equivale a professare l’ateismo, perché implica un rifiuto della legge di Dio e dunque di Dio stesso! Ma, se queste concatenazioni astrattamente logiche fossero legittime, anche i mutamenti che in passato si sono verificati – per fortuna, o meglio, per grazia di Dio! – nella prassi della Chiesa (non nella sua visione di fondo) sarebbero stati dei tradimenti del Vangelo.

Un solo esempio. Qualcuno può dubitare che secondo la rivelazione e secondo la tradizione cristiana la verità sia una sola e che l’uomo sia tenuto a conoscerla e a seguirla? Bene, ci sono state epoche in cui questa idea di fondo è stata tradotta, praticamente, nella costrizione dei non credenti e degli eretici a “convertirsi” – pena la vita – alla vera fede.

Oggi – sotto la spinta del mutamento dei tempi e della cultura –  la Chiesa ha preso atto che la libertà di coscienza è presente nel Vangelo, anche se prima non lo si era capito, e  difende accanitamente la libertà di coscienza, anche quella di chi nega o almeno non professa l’unica verità. Questo significa che non crede più in essa e nella sua importanza fondamentale? Se si accettasse la logica dei conservatori estremisti e si guardasse alle implicazioni teoriche astrattamente implicite nelle innovazioni pastorali, non ci sarebbero dubbi nel rispondere affermativamente.  Rispettare l’errore non è tradire la verità?

In realtà, non si tratta di rispettare l’errore in quanto errore, ma in quanto frutto di una sincera ricerca dell’altro. La verità di fede resta intatta, cambia l’ottica in cui si guarda al fatto concreto di cui si discute, valorizzando altri aspetti che anch’essi erano sempre stati accettati o erano almeno impliciti in teoria, ma non erano stati mai messi praticamente in collegamento con esso.

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