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Scalfarotto finto tonto: ma ha letto la sua legge?

© Public Domain

Massimo Introvigne - La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 21/10/14

Il sottosegretario dice anche una terza cosa, e cioè che c’è il famoso sub-emendamento Gitti, «inserito appositamente» per tutelare «la libera manifestazione del pensiero» delle «organizzazioni di tendenza» politiche e religiose. Qui, con tutto il rispetto, non si tratta più di cattiva lettura, ma di gioco delle tre carte. Il sub-emendamento Gitti è qualche cosa che Scalfarotto si prefigge di eliminare in Senato – dove la legge andrà in discussione dopo essere passata alla Camera – o alla peggio non appena da nuove elezioni esca una maggioranza chiara per il Pd. Processo alle intenzioni di Scalfarotto? No, parole sue. Intervistato da Giornalettismo  l’11 giugno 2014, Scalfarotto affermava a proposito del sub-emendamento: «È un emendamento che auspico il Senato voglia eliminare» (clicca qui). La stessa cosa aveva detto Scalfarotto all’Huffington Post all’indomani dell’approvazione della legge alla Camera, il 19 settembre 2013 (clicca qui): «Il Senato è sovrano, farà le sue migliorie, anche l’emendamento contestato oggi potrebbe essere modificato», aggiungendo che «se il Pd avesse vinto le elezioni la legge sarebbe stata diversa».

Che cosa dice il sub-emendamento Gitti? Leggiamolo insieme:«Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei princìpi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni». Al non giurista può sembrare che con questo tutto sia a posto e che i cattolici, per esempio, possano liberamente affermare che il «matrimonio» e le adozioni omosessuali sono gravemente contrari al bene comune. Ma non è affatto così. Anzitutto, prima che possa beneficiare del sub-emendamento Gitti, a una organizzazione politica o religiosa bisogna fare l’esame del sangue, per vedere se persegue «principi e valori di rilevanza costituzionale», il che non è affatto scontato. Nell’intervista all’Huffington Post Scalfarotto ha ricordato proprio questo: per profittare dell’emendamento le attività delle associazioni «devono essere conformi alla legge e in attuazione dei principi costituzionali (Forza Nuova non lo è)».

«Conformi alla legge»? A quale legge? Anche alla Scalfarotto stessa? E se domani ci fosse una legge sul «matrimonio» e le adozioni omosessuali? Se Forza Nuova non opera per «attuare i principi costituzionali», che dire delle Sentinelle in piedi o di “Sì alla famiglia”? Bisognerà affidarsi a un esame di patriottismo costituzionale condotto dai giudici? Non basta. Scalfarotto spiega chiaramente che si tratta di un emendamento che protegge le «organizzazioni di tendenza» – purché operino per l’attuazione dei principi costituzionali -, non i singoli, e le protegge per quanto fanno «all’interno delle organizzazioni», non fuori. Cioè se un sacerdote predica contro il “matrimonio” omosessuale in chiesa è protetto, ma non se rilascia un’intervista o parla in piazza. C’è una protezione per chi si esprime a scuola o nell’ambito di associazioni – sempre se si tratta di associazioni che superano l’esame di cui sopra – ma “all’interno” e non all’esterno delle medesime. 

Io sono presidente di “Sì alla famiglia”. Se “Sì alla famiglia” riceverà il bollino di associazione che opera in attuazione dei principi della Costituzione, il che dipende dal buon cuore di qualche giudice, potrò dire la mia all’interno della sede dell’associazione. Se la dicessi in piazza, non ci sarebbe sub-emendamento che tenga. E tra poco non potrò più dirla neppure nella sede di “Sì alla famiglia”, perché non qualche omofobo ma Scalfarotto stesso ci assicura che il sub-emendamento è una foglia di fico, che cadrà in Senato o comunque quando ci sarà una maggioranza favorevole a toglierlo di torno (che forse c’è già: bisognerebbe chiederlo all’onorevole Berlusconi, non appena avrà completamente digerito la cena con Luxuria). Che cosa rischio? Una multa? La multa c’è nell’articolo 3.1, seimila euro, ma – sempre secondo il buon cuore del giudice – potrei anche prendere un anno e mezzo di reclusione. Ma mi sbaglio: queste sono le pene per chi si esprime senza fare parte di una associazione o movimento pro family. Chi partecipa ad associazioni come “Sì alla famiglia”, o anche solo «presta assistenza alla loro attività» – che so, concedendo una sala o postando notizia di una loro conferenza su Facebook -, «è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni». 

Qui non c’è più l’alternativa della multa: o galera o galera. Nel caso del sottoscritto, però, non si applicherebbe neanche questa norma, perché non mi limito a partecipare a “Sì alla famiglia”, sono stato tra i suoi fondatori e ne sono il presidente. «Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni». Nel 2000 tre ragazzine di Chiavenna, per odio anticattolico, massacrarono una religiosa di cui è in corso la causa di beatificazione, suor Laura Mainetti, con sessanta colpi di coltello, la lasciarono morire dissanguata e ne bevvero il sangue. Quella di loro che era maggiorenne ha scontato sette anni di reclusione. Benvenuto in Italia, onorevole Scalfarotto, il Paese dove dirigere associazioni che incitano a discriminare gli omosessuali negando loro di sposarsi e adottare bambini è un delitto più o meno considerato altrettanto grave che massacrare una suora innocente a coltellate. Lei potrebbe rispondermi che la suora tanto innocente non era. Le esuberanti ragazze la scelsero come vittima perché faceva una cosa gravissima, consigliava alle ragazzine incinte di non abortire. I suoi gentili colleghi francesi nello scorso mese di gennaio hanno pensato che, se è punito chi parla male del “matrimonio” omosessuale, va punito, per non fare torto a nessuno, anche chi critica l’aborto: e hanno introdotto una norma che manda in prigione per due anni chi incita una donna che vorrebbe abortire a non farlo. Una buona idea, che farà senz’altro fortuna anche in Italia. Sei anni di prigione sono lunghi, onorevole Scalfarotto. Le prometto che non leggerò solo la sua legge tutti i giorni al mattino e alla sera, la imparerò anche a memoria. Ma mi farebbe piacere che la leggesse anche lei, almeno una volta.

Qui l’originale

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Tags:
ddl scalfarottoeducazione
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